Troppo abbiamo consentito
Giuseppe Aragno - 19-03-2005
L’Assemblea Costituente, espressione delle sole grandi “famiglie politiche” che abbiano radici nella storia del nostro Paese – liberale, socialista e cattolica – discusse a lungo dell’ordinamento della Repubblica. Fu il primo problema che si pose a quel nobile consesso e, dopo ampia discussione, il regime presidenziale fu escluso e la scelta cadde su un sistema parlamentare in cui il Governo, pur senza derivare esclusivamente dal Parlamento, deve la propria vita all’esito di un voto nominale su di una motivata mozione di fiducia o di sfiducia presentata in Parlamento.
Ambigui salotti televisivi di guitti e ciarlatani sono estranei a questo quadro e non c’è Presidente del Consiglio che possa impunemente ignorarlo, nemmeno dopo la follia della “Bicamerale”. E’ venuto il tempo che questo Paese prenda coscienza che una destra di avventurieri lo governa con l’intento di sottometterlo. E’ appena il caso di ricordare che, per affermarsi, il Fascismo svincolò il governo dal voto di fiducia del Parlamento e chi non l’avesse letto lo legga: per questa via passa anche la “riforma istituzionale” di Fini e Berlusconi. I limiti del tollerabile sono stati da tempo superati.
Il dibattito in Parlamento non può mai sembrare inutile: a nessuno.
E’ venuto il tempo delle scelte e della responsabilità immediate. E’ risibile che di fronte a segnali così chiari di insofferenza per le regole, a progetti così apertamente illegali, a riforme oscurantiste che ci riconducono alla scuola di classe, di fronte ad una guerra nella quale siamo nostro malgrado trascinati contro la Costituzione, tutto si rimandi ad un avventuroso referendum. Non domani, no: ora, subito, un Parlamento deciso a far valere fino in fondo ed a qualunque costo le proprie prerogative, sfidi il Governo – se di Governo si può ancora parlare – a condurre la partita alle sue estreme conseguenze. Ora, perché ora i rapporti di forza sono ancora tutti dalla parte della democrazia. Cultura, storia, tradizioni, ciò che resta in questa grigia opposizione della lezione di Croce, Nenni, Pertini, Togliatti, De Gasperi, Saragat, Einaudi, La Malfa e De Nicola, incendi le Camere.
Troppo abbiamo consentito.
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 dall'Unità    - 19-03-2005
Riceviamo e pubblichiamo (Red):

Professor Sartori, lei ha scritto un editoriale sul Corriere titolato “La dittatura del premier”. Se dovesse dare un giudizio di merito sulla riforma in discussione al Senato cosa direbbe?
Ho sempre sostenuto che la riforma della costituzione progettata dai " saggi" di Lorenzago - e scriva "saggi" con le virgolette - è incostituzionale. Viola i principi stessi del costituzionalismo. Le costituzioni sono strumenti, regole del traffico, ma non solo organizzazioni, sono strumenti limitativi del potere. La riforma al Senato invece dà un potere pressoché assoluto al premier quindi, in questo senso, viola la Grundnorm cioè il fondamento stesso del costituzionalismo. Ho sempre avuto questa posizione, insieme a tantissimi colleghi.

C'è un punto particolarmente odioso, paragonabile per gravità a quel che secondo lei rappresenta la Gasparri rispetto alle televisioni?
Tutti questi signori che citano le espressioni "tirannide della maggioranza", "premierato assoluto" polemizzandoci si richiamano a una letteratura che non conoscono o che conoscono male o che conoscono di terza mano. Quindi ho voluto precisare che l''espressione "tirannide della maggioranza" in Tocqueville è la tirannide della maggioranza sul pensiero. Non è un concetto costituzionale. Se si vuole, un concetto sociale, sociologico, e di riflesso di formazione di opinione. Ho citato la Gasparri in questo senso: una legge di sistema che regolamenta l''etere consentendo il monopolio delle comunicazioni di massa. Teoricamente è un duopolio. Ma un duopolio controllato dalla stessa persona è un monopolio. Ecco, questa sarebbe una "tirannia della maggioranza" perché crea una manipolazione e un''oppressione sul libero pensiero.

Ci sono altri tipi di dispotismo?
Certo, ci sono i dispotismi elettivi. Se una maggioranza parlamentare comanda senza rispettare le minoranze, senza limiti, senza autolimiti diventa un dispotismo elettivo.

Ma Prodi esagera quando parla di dittatura del premier?
Ma no. Ormai lo diciamo tutti. La dittatura per definizione è un eccesso di poteri. Quindi la parola si può usare in senso costituzionale quando c''è una carica o una persona che ha un eccesso di potere, cioè quando non è controbilanciato da altri poteri. Prodi non ha detto dittatura di un dittatore ma dittatura di un premier. Premier è un signore che viene eletto. Il meccanismo democratico dell''elezione del premier sussiste, non è una dittatura. Ma è una dittatura del premier nel senso che il premier, che è una figura che appartiene al contesto liberaldemocratico (fin quando non lo seppellisce), è caratterizzato da eccesso di potere. Nessuno lo frena. Lo stato non conta più niente: perché la Corte costituzionale verrà impacchettata; perché all''autorithy, come abbiamo visto, il premier nomina addirittura i suoi a controllare se stesso e così via e potrei fare un lungo elenco. Così diventa un capo del governo illimitato, incontrollato, incontrollabile, assoluto, cioè privo di legami, e in questo senso ha poteri di tipo dittatoriale. Non dico è un dittatore, ma che ha poteri di quel tipo.

E aggiunge: anche se non siamo alla guerra civile.
Lo aggiungo perché tutte le volte che qualcuno fa un attacco frontale, arriva un altro e dice: attenzione, si lacera il paese! Io dico che questa è una fregnaccia mai vista. Cosa si lacera? Ci mancherebbe altro! Anche gli americani sono fortemente divisi su Bush che è un altro leader che antagonizza l''opposizione. In democrazia se c''è una proposta di riforma costituzionale, secondo me orribile e addirittura incostituzionale, va affrontata duramente. L''appello a non lacerare il paese è curioso. Chi lo lacera il paese? quella proposta. Si ritiri il disegno di Lorenzago e tutto finisce. Ma questa è una invenzione italiana: prima, dire che si doveva trovare un accordo era un inciucio; ora, si deve per forza trovare un accordo o si lacera. Sono le panzane che inventiamo e inventano i media. Perché non si dovrebbe contrastare qualcosa che merita di essere contrastata duramente? Questa è la democrazia, ragazzi!

Ma che sta accadendo, secondo lei, attorno alle riforme?
Che Bossi vuole assolutamente la devolution. La vuole a rotta di collo. Ora, per la fretta di Bossi, è uscita dalla Commissione perché la Lega vuole la devolution prima del voto amministrativo. E tutto quel che Bossi chiede, Berlusconi glielo dà. Non si sa bene perché. Potrebbe anche governare senza i suoi voti e governerebbe meglio. I voti di Bossi non sono indispensabili a Berlusconi. Ma siccome ha questo complesso di soggezione... O forse si somigliano. Gli piace. Uno scamiciato, uno in doppiopetto ma con le affinità elettive. Fatto è che quella riforma ce la vogliono fare ingurgitare. E questo è dispotismo elettivo.

È preoccupato?
Io sì.

Dobbiamo preoccuparci tutti?
Io lo spero. Stiamo costruendo la casa nella quale andremo a vivere. Se la casa è costruita da un ingegnere che non sa progettare ci
casca addosso. Anche se gli italiani non lo sanno. Ma poi da chi dovrebbero sapere qualcosa? Da questa televisione? È rimasto solo qualche giornale....

Aldo Varano

 Dal Corsera    - 20-03-2005
La politica non è un annuncio in tv


Faccio questo mestiere da più di mezzo secolo e dunque appartengo a quella categoria che di solito travisa, o rende equivoche, le dichiarazioni e le scelte dell’onorevole Berlusconi, presidente del Consiglio dei ministri che, se lo paragono ai politici della mia giovinezza, da De Gasperi ad Amendola, a Nenni, mi parrebbe più adatto a presiedere le assemblee di condominio. L’altra sera, invece di intervenire nel luogo deputato, cioè la Camera, il presidente è andato, in disprezzo delle istituzioni, in quello che Giulio Andreotti ha definito «il terzo ramo del Parlamento», il salotto molto confortevole di Bruno Vespa. In quell’occasione Berlusconi ha detto: «Cominceremo a ridurre il nostro contingente militare in Iraq anche prima della fine dell’anno, in accordo con i nostri alleati e il governo iracheno. Ne ho parlato con Tony Blair ed è l’opinione pubblica dei nostri Paesi che si aspetta questa decisione. A partire dal mese di settembre noi vorremmo procedere a una progressiva riduzione dei nostri soldati». Adesso, invece, il Cavaliere sostiene che il ritiro delle nostre truppe dall’Iraq in settembre era «un auspicio», o meglio «un castello in aria costruito dai giornalisti». Ora riconosco che anche l’Albo professionale al quale sono iscritto ha una fisiologica percentuale di fessi: apparteniamo, nonostante tutto, al genere umano.
Ed è ancora una volta l’onorevole Silvio a spiegare l’ultima esternazione: «Così ho rassicurato tutte le mamme». Ma quanto è buono, e anche bello adesso che gli sono ricresciuti i capelli. Forse, però, non è circondato da una grande compagnia. Per favore, Cavaliere, la smetta di prendersela con i giornalisti e se la prenda piuttosto con quelli che le stanno accanto. Davvero è convinto che le attenzioni della cronaca la facciano passare alla storia? Non parli, da capo del governo, dei suoi sogni o delle sue speranze ai cittadini: pensi che la quarta settimana del mese per molti italiani andrebbe abolita. Non ce la fanno a riempire la borsa della spesa.

Enzo Biagi