Lettera aperta a Cristina
Gianni Mereghetti - 11-03-2005
Diario di classe: l'insegnante dovrebbe tornare ad essere anche un educatore.
Si parla spesso di ragazzi che non hanno voglia di studiare, di stare a scuola e così li si giudica male, il più delle volte senza neppure ascoltare le loro motivazioni. Frequento il secondo anno di una scuola media superiore e sto ancora tentando di capire come funzionano le cose, ma penso che il vero problema non sia solo da cercare negli alunni. Una parte di colpa l'hanno anche i professori e la scuola in generale. Infatti esiste il "programma scolastico", quello che tutti i docenti devono seguire e molti di loro si attengono solo ed esclusivamente a quello: arrivano in classe, pretendono il silenzio assoluto e spiegano la loro materia. Solo quella. È sempre così, giorno dopo giorno. Provate un po' voi a mettervi nei nostri panni. Il bello è che mi hanno sempre insegnato che la scuola è un luogo che ti deve istruire ma anche, e soprattutto, preparare ad affrontare il mondo e la vita futuri. I valori non sono cose che solo la famiglia deve trasmettere. Mi hanno anche insegnato che Aristotele diceva: "I ragazzi non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere". Ma quegli stessi docenti che ripetono frasi tanto sagge non sono poi in grado di interessare, di coinvolgere i propri studenti, non si preoccupano del fatto di essere visti come figure di passaggio, che entrano in classe, fanno lezione e se ne vanno. Ormai le cose importanti sono tante e vanno oltre il campo di studi delle varie discipline. E poi io vorrei che l'insegnante fosse anche un educatore, con cui confrontarsi, discutere su quello che ogni giorno accade nel mondo, perché è proprio il mondo che spaventa sempre di più noi ragazzi, che ci ritroviamo a non sapere come capirlo e affrontarlo. Io credo che sia possibile uno scambio di questo genere. Lo credo e lo spero perché vorrei che la scuola ritornasse davvero ad essere una palestra di vita. Cristina, studentessa dell’Istituto Gaetana Agnesi di Milano



Carissima Cristina,
scrivendo sulla pagina milanese del Corriere della Sera, chiedi a noi insegnanti di essere anche educatori.
La tua domanda, quasi un grido, mi ha commosso, così tanto che non ho potuto non interrogarmi su che cosa sia mai la mia presenza ogni mattina in classe per i miei malcapitati studenti.
Quello che hai scritto ha provocato in me un contraccolpo; leggendo le tue parole mi sono passati davanti uno ad uno i volti dei “miei” studenti assieme alla mia drammatica fragilità, perché se è dell’uomo avvertire la domanda del destino, non sta in lui la risposta. Infatti io ogni mattina faccio l’esperienza dell’incertezza educativa che tu giustamente hai denunciato; quante volte mi rifugio nelle mie quattro conoscenze pensando che possano muovere l’esistenza, quante volte penso che richiamare il kantiano dovere per il dovere sia sufficiente!
Ma questa incapacità, della quale chiedo perdono a te e a tutti i “miei” studenti, perché deprime il loro desiderio, non è l’ultima parola sul mio insegnamento, e non lo è perché la ragione per cui ogni mattina entro in classe è il destino su cui sto impegnando la mia povera vita.
E’ perché la vita ha una positività ultima che il mio insegnamento, pur fragile e claudicante, porta dentro una tensione a incontrare e coinvolgersi con la domanda di chi ogni mattina mi sta davanti in classe.
Del resto, quand’anche i “miei” studenti sapessero tutto della filosofia, ma non ne avessero colto il legame con la vita, sarei un fallito, perché la riuscita dell’insegnamento è una sola, se educa!
Per questo cara Cristina, ti ringrazio per la tua domanda, perché mi ha risollecitato a rimettere in gioco l’unica ragione per cui insegno, ed è che la vita ha un destino positivo da condividere con ognuno dei miei studenti. E tante volte sono loro che mi educano a questo!

GRAZIE!
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 Anna Di Gennaro    - 11-03-2005
Cara Cristina,

come puoi leggere qui non sei sola. Anch'io ho letto su Corsera il tuo appello e da ex maestra e mammma di ragazzi ormai adulti, mi sono interrogata sulla qualità della scuola che, secondo la mia esperienza, non è solo frutto di un'indispensabile competenza professionale, ma anche e soprattutto di un'umanità dirompente che affascini gli studenti ogni giorno.
Tuttavia, anche per questo motivo, la professione docente è, come altre helping profession, a rischio di logorio psicofisico e sono lieta che finalmente qualcuno cominci a prenderne atto e a guardarsi allo specchio senza paraocchi...
Con un caloroso abbraccio d'incoraggiamento a te il compito di convincere i tuoi ins. a far qualche volta un po' di "sana" autocritica per ricominciare con più entusiasmo e, perchè no, con un pizzico di autoironia!

 Gianni Mereghetti    - 14-03-2005
Questa settimana dalle pagine del Corriere della Sera è scattato l’allarme scuola.
Lunedì una studentessa dell’Istituto Agnesi ha scritto una lettera chiedendo ai suoi insegnanti di diventare educatori, mercoledì è stato pubblicata la notizia di uno studio della Statale che evidenzia l’aumento della violenza nella scuola, venerdì il professor Augusto Pietropolli Charmet ha portato all’attenzione di tutti la grave questione dei suicidi dei giovani. «Nell’ultimo anno - ha dichiarato il famoso psicoterapeuta - ho seguito personalmente 136 casi di tentato suicidio; ritengo che sia un numero da moltiplicare almeno per dieci, che vuol dire oltre 1300 nella sola Milano». Sabato il mondo della scuola ha scaricato ogni responsabilità sulla famiglia.
Io vivo nel mondo della scuola e queste notizie hanno provocato in me un forte contraccolpo, perché ciò che è stato evidenziato non è una questione statistica, ma è il dramma di ragazzi reali, con degli occhi, delle mani, una bocca ed un cuore!
Per questo mi è sorto spontanea l’urgenza di chiedere perdono alla studentessa dell’Agnesi che non ha trovato sulla sua strada un educatore che sapesse cogliere il suo bisogno, di chiedere perdono a coloro che scatenano contro se stessi o gli altri una violenza disperata. Sì, perdono, perché noi adulti, insegnanti e genitori, siamo stati davanti a loro senza coinvolgerci con le loro più autentiche esigenze.
Ma questa domanda di perdono, che porta con sé la coscienza di una responsabilità grave, sarebbe sentimentale e inefficace se non si accompagnasse ad una certezza positiva, quella che i giovani hanno bisogno di incontrare uomini che vivono una speranza per la vita e dentro l’insegnamento la comunicano. Con il loro sguardo, i loro gesti, la loro disponibilità, la loro totale dedizione al bene di chi hanno ogni mattina davanti!
E’ perché non incontrano un abbraccio positivo alla loro persona che i giovani precipitano nella disperazione, e la disperazione poi diventa violenza che si rivolge contro di sé o contro gli altri e le cose.
Per questo una domanda di perdono, come quella che io rivolgo ad ogni giovane, è piena di uno sguardo appassionato al destino di ognuno di loro, certo che contro il nulla vale solo il mio impegno con la vita, così vero da fare dell’insegnamento lo spazio quotidiano del suo comunicarsi.
Del resto i suicidi e i violenti li trae dal nulla solo una presenza amica, ossia una presenza certa che la vita ha un destino buono.
Che ci sia una presenza amica dentro le scuole, questo è il problema serio oggi, un problema che non lo risolve nessuna regola né la più geniale programmazione, ma solo un uomo per il quale la vita ha un senso ultimamente positivo.

 Anna Di Gennaro Melchiori    - 14-03-2005
Grazie Mereghetti,
tuttavia devo farle presente che l'"allarme scuola" è già scoppiato da tempo. Il disagio scolastico non è purtroppo solo appannaggio degli studenti ed anche anche i docenti hanno bisogno di essere ascoltati e capiti nel loro profondo disagio quotidiano. Da tempo la Fondazione Iard con il referente dell'area Scuola e Sanità dr. Lodolo D'Oria, ha pubblicato i suoi studi già leggibili sull'autorevole rivista scientifica La Medicina del Lavoro n° 5/2004.
http://www.fondazioneiard.org
Buona lettura dunque,
Anna Di Gennaro

 ilaria ricciotti    - 16-03-2005
Cara Anna, è proprio vero che non sono soltanto gli studenti ad essere "scoppiati", ma anche molti insegnanti, dirigenti e personale ATA. E' da tempo che esiste questo malessere nascosto, ma ora che la scuola è diventata ingovernabile, esso sta esplodendo quotidianamente e con episodi sempre più eclatanti. Speriamo che, in nome della scuola e soprattutto degli alunni che la frequentano, essa cambi rotta e sia più a dimensione di alunni, di insegnanti, di dirigenti e di personale ATA. Non si può infatti accettare che una comunità educante e formante sia svenduta e causi per questo malessere in chi ci vive quotidianamente.