Foibe: una mistificazione che viene da lontano
Grazia Perrone - 11-03-2005
Qual è il percorso "storiografico" attraverso il quale si è pervenuti alla mostruosa montatura (cinematografica ... prima ancora che storica) attuale sulle foibe e l'esodo dalmato/istriano? Ebbene, nel 1983 - a rammentarcelo è lo storico triestino Galliano Fogar - usciva, su Storia Illustrata -, un articolo di Antonio Pitamitz, uno storico appartenente alla stessa "scuola di pensiero" di Faurisson il capostipite del "negazionismo olocaustico", che dell'attuale revisionismo menzognero ne costituisce la premessa "culturale". Chiamiamola così. Il direttore della Collana, edita da Mondadori, era Giuliano Ferrara, e redattori Renzo de Felice, Paolo Mieli, Ernesto Galli della Loggia ... Sempre gli stessi, guarda caso, che - dalle pagine del Corriere - "volgarizzano", ad uso e consumo del lettore/consumatore, la Storia capovolgendone fatti e contesto sociologico. Una logica ed una prassi non condivisibili .

Foibe e deportazioni nella Venezia Giulia
A proposito di un servizio di «Storia Illustrata»


Nei numeri di maggio e giugno 1983 la rivista «Storia Illustrata» (Mondadori) ha pubblicato un servizio del suo redattore Antonio Pitamitz dal titolo "Tutta la verità sulle foibe. 1943-1945. Le stragi di italiani in Venezia Giulia, Fiume, Istria e Dalmazia".

In tale servizio che qui riassumo sommariamente (del resto «Storia Illustrata» è una rivista assai diffusa in campo nazionale ed è di facile reperimento), l'autore riepiloga le vicende triestine, istriane e dalmate del 1943-45.

Nella prima puntata si sofferma in modo particolare sui contrasti fra il CLN triestino e le forze politiche e militari comuniste e jugoslave, sui loro esiti negli ultimi mesi di guerra e nei giorni dell'insurrezione, sulla Guardia Civica, sull'insediamento jugoslavo a Trieste, Gorizia e nel resto della regione, sugli arresti di molti italiani, sulle deportazioni ed infoibamenti, ecc.

Nella seconda puntata il Pitamitz descrive le violenze e gli eccidi avvenuti in Istria, le foibe del '43, le persecuzioni, deportazioni, uccisioni e le foibe del '45, la tragica sorte di Zara per i rovinosi bombardamenti angloamericani che l'autore attribuisce a un premeditato piano jugoslavo di distruzione della locale comunità italiana realizzato mediante false informazioni date agli Alleati. Racconta dell'esodo di Pala e dell'Istria e pubblica i nomi degli scomparsi
giuliani e dalmati, militari e civili, già riportati dal sindaco di Trieste Gianni Bartoli nel suo libro "Il martirologio delle genti adriatiche", Trieste 1961 (4.122 nomi, una cifra che il Pitamitz considera corrispondere a poco più di un terzo di quella reale).

Il quadro degli avvenimenti che l'autore presenta (tralascio per ora l'impianto politico di fondo del suo discorso) è corredato da episodi alcuni realmente accaduti, altri privi di fondamento perché basati su fonti chiaramente inattendibili, altri ancora assai dubbi o tendenziosi, tratti dalla pubblicistica collaborazionista, e neofascista utilizzata con scarsa cautela.

Si tratta di errori e di versioni deformate che avrebbero potuto essere evitati solo, che l'autore si fosse presa la cura di compiere, anche per certi fatti salienti da lui descritti, più accurate verifiche sulle fonti disponibili (a cominciare dai giornali italiani dell'epoca che uscivano nella regione), di consultare una bibliografia più aggiornata, di leggere «criticamente» la saggistica in gran parte fortemente datata di cui si è servito, specie quella di estrazione collaborazionista e neofascista.

Notizie Infondate o Imprecise

In due lettere inviate a «Storia Illustrata» segnalavo sia alcuni degli errori più vistosi su fatti specifici sia le gravi omissioni e lacune di ordine; storico generale del servizio del Pitamitz, indicando le fonti su cui mi ero basato. Per quanto riguarda le informazioni sbagliate o imprecise o deformate su vari episodi e
circostanze segnalavo, ad esempio, che le stragi di italiani a Gorizia che, secondo il Pitamitz, sarebbero state compiute dai partigiani sloveni fra l'8 e il 12 settembre '43 (arrivo dei tedeschi) non erano mai avvenute e che una delle due pubblicazioni (entrambe accesamente antiugoslave) citate dal Pitamitz a sostegno di tale sua affermazione, non parlava affatto di stragi slave a Gorizia in quei giorni mentre l'altra che riportava tale versione (la fascistissima "Storia della guerra civile" del Pisanò) non 'può ritenersi attendibile senza altri riscontri e verifiche. La letteratura politica di orientamento neofascista va sì consultata, ma con la dovuta prudenza. Osservavo poi che la fonte sull'asserito massacro di 300 italiani a Pola in gran parte partigiani che, a dire del Pitamitz, sarebbero stati massacrati a colpi d'ascia e di piccone dagli jugoslavi nel maggio-giugno 1945, era del tutto inattendibile in quanto del gravissimo episodio non vi era traccia nella stampa di Pola che sosteneva la soluzione italiana.

E qui aggiungo che nulla risulta in proposito sui documenti coevi rinvenuti nell'Archivio centrale dello Stato e relativi alle vicende di Pola nel '45. Rilevavo inoltre che le cifre più recenti sul numero dei deportati (scomparsi e infoibati) da Trieste e Gorizia erano, secondo i dati raccolti dalle locali Associazioni congiunti dei deportati in Jugoslavia (e per Gorizia
pubblicati in un volume nel 1980 a cura del Comune stesso), di gran lunga inferiori a quelli che il Pitamitz considerava più vicini al vero: rispettivamente circa 600 per Trieste e 651 per Gorizia-fra civili e militari, contro i 2.270 e i 1:500 menzionati da «Storia Illustrata; che le stesse obiezioni andavano fatte per il numero complessivo degli scomparsi dalla Venezia Giulia e Zara, calcolato dal sindaco Bartoli nel 1961, sia pur in modo non definitivo, a oltre 4.000 persone fra civili e militari, rispetto alle 12.000 considerate dal Pitamitz come una cifra più realistica; che l'autore dell'inchiesta si era basato sul primi contraddittori dati raccolti nei mesi di maggio e giugno '45 dagli angloamericani e dal CLN in un clima carico di tensioni in cui, fra l'altro, era estremamente difficile compiere le opportune verifiche e controlli data anche
l'urgenza di fornire una documentazione in proposito alla ormai imminente Conferenza della Pace.

Rilevavo ancora che le valutazioni statistiche del Pitamitz sulla popolazione complessiva della Venezia Giulia, su quella di Pola e di Fiume, sui dati dell'esodo da queste due città e da tutta la regione, differivano sensibilmente da quelle pubblicate da studiosi italiani e dalla stessa Opera Profughi Giuliani e Dalmati. Egli aveva infatti dato la cifra di 773.119 abitanti per la Venezia Giulia traendola dal libro del Bartoli che a sua volta l'aveva ripresa dal Centro di Studi Adriatici di Roma (C.S.A.) di tendenza neofascista, mentre le cifre fornite da parte italiana e jugoslava alla Conferenza della Pace arrivavano a 950.000 abitanti ed oltre. Osservavo che Pola nel 1945-47 aveva 36.000 abitanti di cui circa 30.000 avevano scelto l'esodo contro i 40.000 e 36.000 sostenuti dal Pitamitz; che Fiume aveva, secondo il pur «gonfiato» censimento fascista del 1936, 52.893 abitanti invece dei 66.000 pubblicati nel suo servizio; che l'erronea percentuale delle perdite della popolazione della Venezia Giulia durante la seconda guerra mondiale (30,7%) e quella altrettanto macroscopicamente sbagliata delle perdite della popolazione in Italia nello stesso periodo (10%) date dal Pitamitz, erano state prese di getto sempre dal libro del Bartoli che a sua volta le aveva tratte dal C.S.A.: una sgrossa svista in entrambi i casi.

Per quanto riguardava l'esodo il Pitamitz aveva calcolato i profughi ad «oltre 380.000» contro la cifra di 250.000, sia pur suscettibile di variazioni e integrazioni, dell'Opera Profughi.

Quanto all'avvenuto recupero di ben 600 salme, di cui 23 di soldati neozelandesi, dalla sola foiba di Basovizza, di cui aveva scritto il Pitamitz, rilevavo che di questa ingentissima riesumazione non vi era notizia sulla stampa italiana di Trieste fino al 31.12.1950 e che neppure il libro del Bartoli, uscito undici anni dopo (1961), ne parlava. Si trattava di una omissione assai strana anche perché il Comune di Trieste di cui Bartoli era stato sindaco dal 18 luglio 1949 al 17 settembre 1957, si era formalmente impegnato con regolare delibera dell'aprile 1949 ad estrarre a sue spese le salme dalla voragine di Basovizza (cosa poi rivelatasi impossibile per gravi motivi tecnici).

Perciò se la riesumazione di 600 corpi fosse stata compiuta in questo periodo ed anche oltre, il Bartoli ne avrebbe sicuramente scritto nel suo libro uscito nel 1961. Qui aggiungo, a completamento delle precisazioni che ho fatto a «Storia Illustrata», che neanche nella cronistoria di Livio Grassi, "Trieste- Venezia Giulia 1943-1954", Roma 1960, che fa
l'apologia delle posizioni e delle tesi del gruppo collaborazionista confindustriale triestino e che dedica diverse pagine alle foibe e deportazioni, vi è notizia delle 600 salme recuperate a Basovizza. E neppure ne parla padre F. Rocchi nel suo opuscolo "Le foibe di Basovizza e Monrupino", Roma 1959(si badi anche in questo caso alla data) e che il Pitamitz indica ai lettori come una pubblicazione da consultare. Il Rocchi invece sostiene che nelle due foibe ci sarebbero circa 4.500 salme fra civili e militari tedeschi e italiani e ciò sulla base di non meglio precisate «relazioni di testimoni oculari e da notizie ricavate da vari enti e dallo stesso Ministero della Difesa». Egli informa inoltre che i vari tentativi di recupero delle salme erano fino ad allora falliti e che il Commissariato per le Onoranze ai Caduti in Guerra aveva disposto la chiusura della bocca delle due voragini, sia pure con piastre smontabili, cosa che poi avvenne.

Di questa misteriosa estrazione «di oltre 600 salme tra le quali quelle di 23 soldati neozelandesi in divisa», dà notizia -invece, nei termini sopra indicati, il numero del 4 maggio 1955 (anche qui si tenga presente la data) di «Difesa Adriatica» organo dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia che a quell'epoca era presieduta da Libero Sauro, già comandante della milizia fascista in Istria durante l'occupazione nazista.

L'informazione di poche righe è contenuta in un sommario riepilogo su Le foibe istriane colme di
cadaveri. Vi si precisa che i 600 corpi erano stati estratti dalla foiba di Basovizza. Questo recupero dovrebbe comunque essere avvenuto in una data' imprecisata tra il maggio '45 e il giugno '55: il citato numero di «Difesa Adriatica» che lo sostiene è del maggio 1955. Ma,come ho detto, di un così grosso avvenimento il Rocchi non fa alcuna menzione nel suo opuscolo che riguardava proprio la foiba di Basovizza oltre a quella di Monrupino, opuscolo il cui testo venne integralmente pubblicato sulla stessa «Difesa Adriatica» del 26-31 ottobre 1959 sotto il titolo "Per i morti delle foibe i fiori e il ricordo degli esuli" (senza alcuna aggiunta redazionale che
ricordasse l'estrazione delle 600 salme). Né di esso parla il sindaco Bartoli nel suo libro uscito nel 1961 e compilato con l'apporto di enti e associazioni interessate al problema degli infoibati e deportati scomparsi.

Ritengo pertanto, alla luce delle constatazioni qui descritte, che la notizia dei recupero di 600 corpi dalla foiba di Basovizza debba ritenersi infondata.

E' vero invece, come ho scritto a «Storia Illustrata», che la stampa locale diede notizie e cifre sulla riesumazione di salme da numerose foibe del Goriziano e Triestino (parte delle quali situate in località poi passate alla Jugoslavia col Trattato di Pace). In data 16.7.1948 la «Voce libera» riepilogava i dati raccolti dal Comitato recupero salme infoibati dopo 50 interventi (con l'ausifio della Polizia Civile, dei Vigili del Fuoco e del Gruppo Rastrellatori Mine) in foibe della Zona A. Complessivamente in due anni di lavoro erano state estratte 865 salme, delle quali 449 di civili e 416 di militari italiani e tedeschi oltre a 3 angloamericani. Altre 401 salme erano state ritrovate non dal predetto Comitato, in fosse comuni e in «bunker». Di esse la metà circa erano militarí in gran parte caduti in combattimento. Da notarsi che dalle cronache della stampa prima e dopo il 1948 e fino al 1950, risulta che i recuperi nelle singole foibe riguardarono al massimo qualche decina di corpi e ciò nei casi migliori, quando si riusciva a superare coi mezzi a disposizione le gravi difficoltà di esplorazione e riesumazione. Mai risulta che da una sola foiba - e tanto meno da quella di Basovizza - siano stati estratti centinaia di corpi.

A «Storia Illustrata» ho fatto inoltre presente che una ricerca analitica sulle vittime militari e civili -del 1945 e sui modi e luoghi della loro fine, presenta gravi difficoltà per tutta una serie di motivi: il lungo tempo trascorso; l'elevato numero di militari tedeschi e
collaborazionisti italiani, sloveni, croati, serbi, russocaucasici operanti nel-la Venezia Giulia nel 1945 uccisi durante gli scontri e una parte (non si sa quanti) dopo la cattura ed i cui corpi furono gettati nelle foibe o sepolti in fosse comuni (numerose sono le salme non identificate di militari di varia nazionalità, ma in particolare tedeschi, estratte da foibe e fosse comuni nel periodo 1945-1949); lestrumentalizzazioni compiute da parte della destra nazionalista e dai
gruppi neofascisti (10, 20, 30.000 italiani infoibati); la frammentarietà dei documenti coevi finora rinvenuti nei vari archivi italiani; la reticenza jugoslava nel fornire in merito notizie e dati concreti (ad esempio sul numero dei deportati del '45, sui campi dove furono rinchiusi, sulla sorte degli scomparsi ecc.) o le giustificazioni sbrigative (in qualche caso anche
generiche, parziali ammissioni) che sono state date dalla storiografia jugoslava o da esponenti del movimento di liberazione sloveno, e così via.

Una tesi storicamente scorretta

Date queste condizioni, per raggiungere non «tutta la verità» ma una parte di essa, era ed è necessaria una consultazione critica delle fonti accessibili, utilizzando s'intende anche la bibliografia più recente. Ma c'è un altro aspetto della questione, c'è il discorso politico di fondo su cui il Pitamitz inserisce la ricostruzione dei fatti con il suo intreccio di verità e
notizie infondate o imprecise o prese di getto, senza cautela, da fonti fasciste, discorso che merita alcune precisazioni e verifiche, come ho scritto a «Storia Illustrata».

Per l'autore le foibe e le deportazioni sono soprattutto il prodotto di una violenza nazionalista antitaliana resa più crudele dai metodi e costumi balcanici già praticati dal nazionalsciovinismo «grande serbo» e poi strumentalizzati dal «manicheismo comunista», come il Pitamitz ha scritto in una sua lunga risposta alla mia prima lettera alla rivista. (pubblicata mutilandone parti essenziali ivi compresi i rilievi sui dati ed episodi errati o infondati di cui ho detto). Del resto tutte le due puntate del suo servizio presentano un fosco quadro di stragi e di odi contro gli italiani e l'Italia nella Venezia Giulia e Dalmazia. I riferimenti alla politica qui condotta dal regime fascista mediante l'apparato poliziesco, amministrativo, economico dello Stato italiano, sono del tutto marginali e generici come pure quelli sull'occupazione nazista i cui sistemi apparvero subito intollerabili ai popoli oppressi. Con questa scelta di metodo e impostazione il problema «storico» delle foibe e deportazioni è semplificato e risolto in chiave di sopraffazione sciovinistica balcanica e comunista contro gli italiani, secondo un disegno preordinato e che si concluderà con l'esodo degli anni '45-'50. Messe così le cose, i motivi delle violenze del '43 e del '45 appaiono chiari al lettore.

In tal modo tutto un processo storico percorso da profonde crisi e lacerazioni culminate nel settembre '43 nel crollo totale di un potere statuale e militare che ha alimentato oltre ogni limite lo scontro fra le popolazioni qui conviventi e le esasperazioni nazionali e sociali, togliendo credibilità ad ogni distinzione fra Italia e fascismo, viene così appiattito, mutilato nelle sue articolazioni di tempi e situazioni diverse e modellato in funzione della categoria di
giudizio dell'italianità, valore supremo di presenza, «civiltà», capacità in queste terre.
Un'italianità storicamente dominante nel tempo, aggredita selvaggiamente dal tradizionale nemico,
messa in pericolo mortale dalla minaccia «slavo-comunista». Lungo il filo di questo ragionamento si arriva senza forzature alla conclusione che foibe e deportazioni non siano state che le manifestazioni più spietate di un disegno a lungo covato: lo sterminio della «nazione» italiana. Una valutazione diversa rischia di passare per «giustificazionista» delle violenze slave oppure una meccanica applicazione del principio di «causa ed effetto», come ha scritto il Pitamitz.

E' una tesi che nelle mie lettere a «Storia Illustrata» ho ovviamente respinto, considerandola storicamente scorretta e deformante perché bisogna tentar di capire e spiegare la realtà di un contesto plurinazionale in cui si verificano traumi violenti che portano, a un certo punto, al rovesciamento dei rapporti di forza fra stato dominante, classe dirigente italiana e popolazioni e movimento insurrezionale e partigiano slavo.

Bisogna tentare di capire comportamenti e reazioni delle forze in campo e i moventi di violenze che.
come quelle del '43 in Istria, esplodono sull'onda di una rivolta contadina di massa che travolge anche persone innocenti perchè ritenute strumenti del "padrone" italiano, dell'odiato regime fascista italiano. E che non vi fossero preordinati piani per di stragi e stermini per distruggere la presenza italiana, lo dimostra fra l'altro l'aiuto che le poverissime popolazioni slave dell'Istria , in questo unite a quelle italiane, diedero a migliaia di soldati italiani inermi
braccati dalle truppe tedesche , molti dei quali alle forze di occupazione in Balcania e la partecipazione o il sostegno che numerosi italiani diedero alla lotta antinazista nel settembre '43 e negli anni successivi a fianco o inquadrati nelle formazioni slovene e croate.

Nella mia seconda lettera a «Storia Illustrata» (ancora non pubblicata), in cui riassumevo le precisazioni fatte sulle notizie fornite dal Pitamitz, ho scritto fra l'altro che non si poteva liquidare il problema della politica fascista e nazista nella regione con fugaci accenni, privilegiando invece le responsabilità del nazionalsciovinismo «grande serbo» strumentalizzato dai comunisti. L'esasperazione delle popolazioni slovene e eroate della regione non si nutrì di queste tradizioni e comportamenti politici.

Si nutri, crebbe, alimentò la sua rabbia soprattutto con cose assai più immediate e concrete, cariche di sofferenza quotidiana: il fiscalismo feroce dello Stato fascista, la perdita dei magri beni pignorati per non aver potuto pagare le tasse o i debiti contratti con i proprietari o le banche, le persecuzioni poliziesche, i trasferimenti forzati in lontane province del Regno,
l'immissione di funzionari e contadini italiani al posto di quelli sloveni e croati cacciati via, la disoccupazione, i salari taglieggiati senza possibilità di difesa, gli arresti, le disgrazie in miniera fino a quella spaventosa del febbraio 1940 (185 morti fra i minatori italiani e slavi), i richiami alle armi e, dopo il 1940, le deportazioni di massa, gli orrori dell'Ispettorato Speciale qui insediato per stroncare l'antifascismo italiano e slavo, i massacri del prefetto
Testa, l'invasione e lo smembramento della Jugoslavia ecc..

Il movimento nazionale slavo durante il fascismo

Qui si può aggiungere che mai il confronto e scontro fra i movimenti nazionali slavi e italiani nella Venezia Giulia, assunse nel periodo austriaco caratteri di violenza diffusa e tanto meno armata. Nell'immediato primo dopoguerra il nazionalismo sloveno ,e croato autoctono, compreso quello più estremista rivendicante l'annessione di tutta la regione al nuovo Stato jugoslavo, non prese iniziative armate contro gli italiani, né promosse un moto di rivolta «separatista»
dallo Stato italiano. Poi, nel clima delle selvagge scorrerie del «partito armato» fascista contro la classe e il movimento operaio e contadino italiano, sloveno e croato, ci furono reazioni e rivolte popolari. Ma queste reazioni e rivolte furono manifestazioni di autodifesa dei propri beni, del proprio diritto alla vita e al lavoro e all'organizzazione politica e sindacale,
contro le aggressioni fasciste. Così fu per la rivolta contadina croata di Prokina nell'aprile 1921, provocata dalle continue e sanguinose violenze fasciste, tollerate o appoggiate da autorità militari e di polizia. Così fu per i fatti di Maresego dove la popolazione slovena insorse contro le squadre di Giunta che a colpi di bombe voleva impedire, nel corso delle elezioni politiche del maggio 1921, il libero svolgimento delle operazioni di voto. E il grande sciopero dei minatori italiani (giuliani e di altre regioni d'Italia: su 1.900 minatori 250 provenivano dalle vecchie province del Regno), sloveni e croati del bacino carbonifero dell'Arsa, iniziatosi il 2 marzo 1921 e protrattosi con l'occupazione delle miniere per 37 giorni, ebbe motivazioni economiche, politiche e di classe e non «separatiste» o irredentiste antitaliane. Il movimento guidato da dirigenti sindacali e operai italiani (che ebbero un ruolo d'avanguardia) come Giovanni Tonetti, Giovanni Pippan, Lelio Zustovich, Mario Pirz, Giacomo Macillis, Michele Posa ecc. (comunisti, socialisti, repubblicani) e croati come Mate Vatovac, Massimiliano Cemjul, Mate Poldrugovac ed altri, portò alla gestione operaia delle miniere e alla formazione di un Consiglio rivoluzionario alla testa della cosiddetta «Repubblica di Albona», organismo che si ispirava al movimento dei Consigli operai e contadini del «biennio rosso» in Italia e in Europa (che all'epoca era ormai in piena
crisi o stroncato dai vari governi). Ma anche alle radici della rivolta operaia dell'Arsa, iniziatasi nelle forme usuali di uno sciopero economico, ci furono le reazioni alle violenze squadristiche che avevano imperversato e continuavano, a imperversare per tutta l'Istria, oltre che a Trieste e in Friuli.

Infatti fra il maggio del 1920 e il febbraio del 1921 c'erano state «spedizioni» con omicidi a Pola, violenze e distruzioni delle Camere del Lavoro a Valle, Antignana, Rovigrio, Isola, Montona. Era stato aggredito alla vigilia dello sciopero dell'Arsa lo stesso dirigente sindacale Pippan. I moti dell'Arsa e di Albona furono repressi con l'intervento dell'esercito.
Ma al processo svoltosi a Pola contro i capi del movimento, fra cui il conte veneziano Tonetti,
socialista, descritto dall'Accusa come «il principale sobillatore e dirigente della rivolta», gli imputati furono assolti. I giudici si resero conto della situazione creatasi e scartarono anche la possibile soluzione dell'amnistia. Non si era ancora giunti al regime ferreo del Tribunale Speciale, cinico strumento repressivo del regime e non organo di giustizia.

Altre considerazioni si potrebbero fare, ma qui non è il luogo né lo spazio per riassumere le vicende del ventennio o le varie fasi del movimento nazionale slavo nella regione (esiste su questo una bibliografia specifica), movimento che ebbe anche manifestazioni reazionarie e sciovinistiche come accade spesso nelle lotte nazionali e in terre di confine e come appunto è accaduto in una zona sensibile, depressa e travagliata come la nostra, soggetta ai contraccolpi
della politica provocatoria ed espansionistica mussoliniana nell'Europa danubiana e balcanica.
E certamente sciovinista e legata a circoli e gruppi politici e militari dell'estrema destra jugoslava fu l'Orjuna, che svolse un'episodica attività terroristica nella regione. Azioni armate e terroristiche furono compiute anche dalla TIGR in cui militarono giovani comunisti e giovani sloveni e croati delusi dall'esito fallimentare della linea «legalitaria» seguita dai
tradizionali partiti slavi, liberale e cristiano-sociale, e che non era servita né a prolungarne l'esistenza né a moderare le violenze dello stato fascista. Scopo del loro agire era stato quello di richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale sulle condizioni sempre più intollerabili delle popolazioni locali e sui sistemi della dittatura reazionaria fascista.

Il metodo violento dei sabotaggi e attentati adottato dalla TIGR era affine a quello proposto contro il regime dal movimento antifascista «Giustizia e Libertà» di Carlo Rosselli.

Ma né questi più o meno frammentari conati di ribellismo armato, sia di destra che di sinistra,
spietatamente repressi, né la pur lunga, tenace e sofferta lotta clandestina del PCI nelle fabbriche e nel territorio, (che però mobilitò e politicizzò molti giovani che avrebbero poi partecipato alla lotta partigiana), riuscirono a modificare i rapporti di forza e di classe
esistenti, a creare gravi difficoltà al regime fascista, ad accendere nelle popolazioni slovene e croate un moto di rivolta diffusa.
E' lo scoppio del secondo conflitto mondiale che da l'avvio ad una nuova fase storica, che apre nuove concrete prospettive per l'antifascismo, che riaccende le speranze in una crisi del regime. E' la politica delle annessioni di territori della smembrata Jugoslavia (la «provincia» di Lubiana ecc.) che lega strettamente la sorte della'Venezia Giulia a quella delle zone jugoslave occupate o annesse ed agli esiti finali del conflitto nel settore balcanico mentre nella regione,
che dal 1941 è direttamente coinvolta nelle operazioni militari ed è divenuta un retroterra strategico, il regime inasprisce le persecuzioni con internamenti di massa e con metodi di una violenza parossistica che' creano sconcerto nella stessa comunità italiana,già scossa dalle imprese dello squadrismo razzista contro gli italiani ebrei che erano nella Venezia Giulia, e a Trieste in particolare, parte integrante della borghesia patriottica e d'ordine.

E' a questo punto che fra le popolazioni slovene e croate si consolida definitivaniente il convincimento che non vi è altro modo per por fine alle sofferenze che il distacco dallo Stato italiano.

Il sorgere di un ribellismo armato sloveno che crea un fronte di guerra all'interno del Paese e si collega con il movimento di liberazione jugoslavo guidato dal partito comunista, un movimento che assume un'importanza crescente nello schieramento delle Nazioni Unite, accelera il processo di crisi politica, morale, militare del regime nelle province nordorientali. Diventa sempre più insicuro un retroterra strategico che il fascismo ha seminato con le «mine» della violenza politica nazionale e di classe destinate ad esplodere nel 1943 con l'insurrezione popolare di massa in Istria durante la quale avvennero esecuzioni ed infoibamenti di centinaia d'italiani.

Nel corso del biennio 1943-1945, nell'aspra lotta contro l'occupatore nazista e i suoi complici, il movimento partigiano sloveno e croato a fianco del quale combattono anche unità italiane, conquista una indiscussa egemonia politica e militare, mobilita le popolazioni slave sugli obiettivi unificanti - e ormai largamente auspicati - dell'unione di queste terre al nuovo Stato jugoslavo e di radicali trasformazioni sociali. La diffusione e il rafforzamento degli organi di «potere popolare» sorti nel cuore della lotta, è una delle premesse indispensabili per il raggiungimento di questi obiettivi.

Devo qui sorvolare su vicende e sviluppi di questo nuovo corso politico che determina grossi spostamenti di forze politiche, nazionali e sociali, all'interno della regione. Una gran parte della classe operaia italiana dei maggiori centri industriali aderisce, nel corso della lotta, alla linea del P.C. jugoslavo considerando l'unione alla Jugoslavia un passo fondamentale per la realizzazione delle sue aspirazioni politiche e di classe e l'avvento del comunismo. E' una scelta di campo su cui influiscono sia motivi ideologici e di classe che le sofferte esperienze di lavoro, sfruttamento padronale senza possibilità di difesa e le persecuzioni subite' durante il regime fascista, «sotto l'Italia». La nuova dislocazione della classe operaia e del PCI crea tensioni e fratture all'interno dello schieramento antifascista e partigiano italiano e indebolisce inevitabilmente e in un momento cruciale la precaria posizione in cui era venuta a trovarsi la comunità italiana della regione già insidiata dalla politica antitaliana condotta dai nazisti anche con l'uso spregiudicato del collaborazionismo di varia nazionalità, tendenza ed estrazione sociale. Ad una difesa democratica dell'italianità viene così a mancare il contributo di forze popolari importanti specie nei grossi centri urbani.

A Trieste la frattura fra CLN e PCI interrompe ogni collegamento con l'antifascismo operaio e gran parte delle maestranze industriali.

L'ora della «resa dei conti»

La fine della guerra sopraggiunge in un quadro politico locale e internazionale profondamente cambiato. Alla Jugoslavia il conflitto è costato gravissime perdite umane e distruzioni immense. Le perdite dell'esercito partigiano e della popolazione sono le più alte in Europa assieme all'URSS e alla Polonia. Si apre la fase dell'insediamento militare, politico e civile jugoslavo nella regione, del trapasso di potere -dal vecchio apparato politico, amministrativo, economico dello stato italiano ai nuovi organi di «democrazia popolare» nell'ambito di un processo di costruzione di una società socialista.

La questione nazionale e dei nuovi confini fra Italia e Jugoslavia s'intreccia con quella di un radicale, anche se progressivo, programma di trasformazione dello stato secondo un modello che per molti aspetti è mutuato dal regime sovietico, dalle sue strutture e sistemi. Non è materia di questo discorso una riflessione sulle negative conseguenze per la Jugoslavia (ed anche per altri paesi dell'Europa orientale) indotte dall'applicazione del modello sovietico nei vari settori dell'organizzazioiie politica, dell'economia, della gestione dello stato. Ma certo essa accrebbe la violenza dell'impatto del nuovo sistema sulla società giuliana e in particolare sulla componente nazionale italiana ed ebbe forti ripercussioni anche sull'esodo degli italiani dall'Istria negli anni successivi. Ma vi sono altri fattori interni e
internazionali che complicano la situazione giuliana dell'epoca: la convulsa atmosfera politica ancora impregnata degli orrori e lutti della «guerra totale» nazista (il retroterra della regione è un cimitero di paesi bruciati, di tombe e fosse comuni di civili trucidati dai tedeschi, fascisti, cetnici serbi ecc., mentre a Trieste il forno crematorio della Risiera si è spento da poco); l'insediamento febbrile dei nuovi poteri popolari (ivi compresi i Tribunali del popolo)
mentre già emergono i primi aspri contrasti fra la Jugoslavia e le Potenze occidentali e le forze
angloamericane qui stazionanti e mentre già si preparano le riunioni ad alto livello per la Conferenza della pace che dovrà decidere anche sui nuovi confini fra Italia e Jugoslavia ecc.

Perciò da parte jugoslava vi è il massimo impegno per predisporre strumenti e condizioni atti a favorire le rivendicazioni territoriali. Intensa è la mobilitazione propagandistica e di massa sul problema nazionale in forme che lasciano spazio a manifestazioni nazionalistiche vere e proprie, di un nazionalismo nato dalle sofferenze e dalla dura e vittoriosa guerra antinazista e non per questo meno intransigente o intollerante. L'Italia è pur sempre un paese vinto e
responsabile di persecuzioni e aggressioni ed inoltre è ormai inserita nella zona d'influenza delle Potenze capitalistiche angloamericane che ne impediscono uno sviluppo in senso socialista.

Infine è anche l'ora della «resa dei conti» con i nemici vinti e i loro collaboratori. L'ansia di giustizia e la rabbia a lungo covata dalle popolazioni oppresse e stremate da decenni di persecuzioni e dall'occupazione nazista si manifesta in forme violente e spesso incontrollabili (ed in cui si insinuano, come è avvenuto in Istria nel '43, anche basse vendette e nefande azioni di cui si macchiano, oltre ad alcuni partigiani, avventurieri infiltratisi nella Difesa Popolare). E' un fenomeno che dilaga, sia pure in forme e proponzioni diverse, per quasi tutta
l'Europa e, assai più che nella Venezia Giulia, nella stessa Jugoslavia. Lo scrittore e giornalista sovietico Jlija Erenburg incita i soldati dell'Armata Rossa che ha invaso la Germania a trattare i tedeschi senza pietà. «I tedeschi non hanno anima», non possono essere inclusi «nella famiglia delle nazioni», «la Germania è una strega... l'ora della vendetta è suonata». E' una propaganda di odio alimentata dalle atrocità commesse dalle truppe tedesche contro la popolazione civile russa e i militari sovietici -di cui i nazisti hanno fatto strage nei «lager». Contro di essa deve intervenire la «Pravda» per ordine dello stesso Stalin.

«Gli Hitler vengono e vanno, il popolo tedesco rimane sempre». L'organo delle forze armate «Stella Rossa» respinge la tesi dell'«occhio per occhio, dente per dente». Se i tedeschi predavano e violentavano in pubblico le donne russe, i soldati sovietici non devono imitarli. In realtà molti reparti erano sfuggiti al controllo dei comandi e gli stupri e i saccheggi
restarono spesso impuniti (1).

Questa violenza vendicatrice dei popoli aggrediti e imprigionati per anni da un occupatore che ha imperversato in modo inumano trasformando l'Europa in un immenso «lager» di sofferenze e di
morte, è anch'essa un «prodotto», una eredità del nazifascismo, come ho ricordato nelle mie lettere a «Storia Illustrata»: una malattia che ha contagiato anche le vittime, annebbiato coscienze, imbestiato costumi e rapporti di tollerabile convivenza. E' stato scritto su questa rivista che lo stravolgimento dei valori provocato dal nazifascismo non ha lasciato indenni, non poteva lasciar indenni, nemmeno coloro che fascisti e nazisti avevano così a lungo perseguitato e che anche le foibe e le deportazioni erano un segno di questa profonda crisi civile e morale di cui l'Europa intera ebbe allora a soffrire (2).

Foibe e Risiera

Nella Venezia Giulia, specie nei principali centri urbani, si susseguono arresti e deportazioni, ci sono infoibamenti di civili e militari tedeschi e italiani. Sorgono improvvisati campi di concentramento dove il trattamento è durissimo e per i prigionieri di guerra le garanzie del diritto internazionale restano spesso lettera morta. Vi sono rinchiusi anche soldati italiani reduci dai campi nazisti. Passeranno mesi prima che la situazione migliori.

Le violenze a Trieste, Fiume, Gorizia ed altrove si svolgono spesso in forme caotiche e indiscriminate tanto che l'Investigation Committee della Venezia Giulia, dipendente dal Quartier Generale Alleato del Mediterraneo, lo segnala. Arresti e deportazioni, dicono i suoi rapporti, hanno un carattere «indiscriminato e arbitrario» non riflettente cioè un piano politico preordinato (3).

Non tutto però è indiscriminato. Ci sono anche organi della polizia politica jugoslava, l'OZNA, che su segnalazioni di elementi locali mirano a bersagli «selezionati».

Mario Pacor nel suo libro Confine orientale - Questione nazionale e Resistenza nel Friuli-Venezia
Giulia (Milano 1964), addebita la responsabilità di arbitrii e violenze non ai Comandi militari ma a «qualche quadro permeato di concezioni e metodi di tipo stalinista, in particolare nell'ambito della polizia politica, l'OZNA, e della Guardia del Popolo... nella quale si infiltrarono anche avventurieri, come sempre accade in formazioni simili e analoghi momenti».
Arresti, deportazioni e uccisioni di uomini del CLN, a Trieste, Gorizia e altrove, tendono ad eliminare l'ostacolo dell'antifascismo, italiano che rifiuta la soluziobe jugoslava e che come tale è considerato «reazionario» e «fascista».

All'incontro, bene accetti ed utilizzati dalle nuove autorità sono gli italiani «borghesi», anche se appartenenti a quadri della borghesia imprenditoriale locale, che per opportunità od altro, accettano la tesi jugoslava. Così avviene che una rappresentanza di noti dirigenti delle principali industrie triestine, guidata dal dirigente comunista sloveno, Franc Stoka,
vicepresidente del Consiglio di Liberazione di Trieste, venga ricevuta a Lubiana dal presidente del governo sloveno Boris Kidric il quale da ampie assicurazioni sul rapporti economici fra la città e il nuovo stato jugoslavo ed auspica un necessario sviluppo dell'iniziativa privata. Al termine si brinda alle fortune di Trieste autonoma nella nuova Jugoslavia (4).

Ma non è la nazionalità in sé, la presenza etnica, culturale italiana ad essere attaccata da parte jugoslava. Anzi stampa e organi di potere assicurano che a Trieste ed altrove essa troverà salvaguardia e garanzie nel nuovo regime democratico della Jugoslavia che riconosce tutte le libertà nazionali e l'uguaglianza dei diritti fra i popoli. Il leit-motiv è proprio la «fratellanza italoslava» cementata dai sacrifici comuni nella lotta di liberazione. Tutto questo può dare l'idea di quanto carica di contraddizioni fosse la situazione dell'epoca, una drammatica fase di transizione.

Tornando al servizio del Pitamitz che considera in sostanza l'operato del «nazionalsciovinismo»
comunista jugoslavo come il fattore prioritario, determinante per le sorti e traversie della comunità nazionale, rispetto a quello della politica fascista e nazista, osservo che è un discorso, un'ottica, ancora condivisa e radicata a Trieste in strati consistenti dell'opinione pubblica ed in quella stampa che per decenni ha propagato schemi identici o simili: lo slavocomunismo principale minaccia e principale responsabile, per cosciente volontà di dominio e sopraffazione se non addirittura di sterminio, delle sofferenze inflitte alla popolazione italiana. Una tesi che riecheggia, a guardar bene, posizioni e giustificazioni del collaborazionismo nazionalfascista e confindustriale del 1943-45. Ed è un discorso,che trova ricetto o rilancio, pur con sfumature e accenti diversi, in gruppi dirigenti del municipalismo nazionalista (che negli anni '70 ed '80 hanno riproposto non solo le formule ma anche il linguaggio dello scontro nazionale e di classe del '45 e anni seguenti), e in persone ed ambienti di partiti democratici: vuoi, in questo caso, per convinzioni ereditate dalle esperienze del dopoguerra, vuoi per
convenienza tattica onde raccogliere o conservare i voti degli elettori istriani profughi a Trieste e per mantenere in tutto o in parte il controllo sulle associazioni dei profughi, anche quelle di tendenza ultranazionalista già gestite o largamente infiltrate da notabili del fascismo istriano del ventennio e di reduci nostalgici della Repubblica di Salò (5).

E qui non mi soffermo sulle posizioni delneofascismo locale per il quale sono sempre valide la «tradizione» dello squadrismo di Giunta degli anni '20 e le parole d'ordine del regime sull'inesistenza di un problema delle minoranze al di fuori di una classificazione poliziesca dei cittadini in «fedeli» e «infedeli».

Alla tesi dei «nazionalsciovinismo» balcanico si affianca, ma con una variante, quella emersa anche al processo per i crimini nazisti alla Risiera di S. Sabba (l976). La Corte nella sua sentenza equipara i metodi dell'occupatore nazista a quelli dei movimento di liberazione jugoslavo sottolineando come al termine delle imprese dell'Einsatzkommando con il
crollo nazista, la città venne «ancora una volta e in modo non meno esecrando, tragicamente insanguinata». Foibe e Risiera assumono qui il significato emblematico di due connaturate
vocazioni alla violenza e al disprezzo dei diritti umani realizzati con metodi identici da nazisti e jugoslavi. Il giudizio morale di condanna di tali comportamenti riferiti a due forze politiche e militari straniere insediatesi nella città e nella regione in una determinata fase storica, sottende un giudizio politico di affinità fra le ideologie, i sistemi e gli obiettivi di
guerra di entrambi. Ed è un giudizio storicamente aberrante ma che trova suoi punti di riferimento nel retroterra politico e culturale di quella parte della borghesia triestina che dall'irredentismo al fascismo al postfascismo ha professato e mitizzato assieme al concetto di Patria, di Nazione, di Civiltà, la religione dell'ordine di fronte ad ogni «sovversivismo» e che
ha sempre considerato il movimento nazionale jugoslavo come una minaccia perenne all'italianità
ed al proprio ruolo civile e sociale.

E tuttavia si resta sconcertati di fronte a questo modo di valutare ancora oggi un processo storico che ha visto il nazismo teorizzare ed imporre nei fatti, un imperialismo sfrenatamente razzistico e non solo espansionistico sotto il profilo economico, politico e territoriale. Che ha teorizzato e praticato la trasformazione di interi popoli, classificati come
biologicamente «inferiori», in manodopera al servizio del Terzo Reich, un servizio che contemplava anche l'eliminazione fisica attraverso il lavoro. Che ha realizzato questi principi e programmi con i metodi della «guerra totale». Come ha scritto e documentato Enzo Collotti, il ruolo delle popolazioni dell'area europea sudorientale nel Nuovo Ordine Europeo, doveva essere quello di fornitrici di braccia e di prodotti agricoli e la loro sopravvivenza sarebbe dipesa unicamente come «atto di grazia o pura discrezionalità da parte della Germania se non addirittura del Fuerer» (6).

Così stando le cose continuano a prevalere sia a Trieste che oltre confine chiusure o rigidi schemi interpretativi del passato: una strada cieca che
favorisce, in ultima analisi, la sopravvivenza d'incomunicabili posizioni politico culturali. A Trieste questo processo di pietrificazione e rimozione della storia, ha assunto aspetti talora grotteschi. Tranne che per una lodevole iniziativa del Circolo di cultura istro-veneta «Istria», il discorso su Storia di un esodo si è insabbiato sotto una coltre di deformazioni e
contestazioni politiche sugli autori oltre che sui contenuti. Oltre a singolari o immotivati giudizi («un libro senz'anima»), ci sono state le contumelie della
parte fascista,(scontate) ed incredibili proteste di ambienti e associazioni nazionaliste con appelli all'Ente Regione perché il lihro rischiava di turbare i buoni rapporti fra Italia e Jugoslavia!

Collaborazione o distruzione, questa era l'alternativa per i popoli oppressi e contro questa scelta intollerabile, codificata ed imposta dalle leggi e dagli apparati politici e militari dello «Stato delle SS», i popoli insorsero e gli jugoslavi fra i primi. Contro tutto questo combatté la Resistenza italiana di varia tendenza, a Trieste e nel resto d'Italia. E che il
fascismo abbia favorito i piani e le aggressioni del nazismo tedesco, che abbia creato qui nella Venezia Giulia premesse, condizioni e strumenti a vantaggio dell'invasore nazista, sono realtà storicamente documentate (anche al processo ma con scarsa fortuna, come si vede).

Un dibattito difficile al di qua e al di là del confine

A Trieste una riflessione critica su un passato che incide ancora molto sul nostro presente, è un impegno arduo. Pur essendo costretto a schematizzare e generalizzare, sta il fatto che la
ricerca e il dibattito su temi come quelli delle foibe, dell'esodo ecc., incontrano ostacoli, reticenze, difficoltà di espansione e confronti anche tra le forze democratiche italiane e slovene, per non parlare delle posizioni assunte in materia da ambienti culturali e politici della vicina Jugoslavia.

Sul grosso problema dell'esodo e sul libro che è stato scritto sull'argomento, c'è stato, è vero, l'avvio di un discorso anche da parte di esponenti della Resistenza e del P.C.J.: Branko Babic e Julij Beltram rispettivamente sul locale «Primorski Dnevnik» e sul «Delo» di Lubiana, e un lungo commento di Luciano Giuricin su «La Voce del Popolo» di Fiume con interessanti considerazioni e aperture, un segno promettente.

Sull'esodo, come ho detto, si è fermato a lungo anche il servizio del Pitamitz. Errori oggettivi a parte (e non pochi), la sua versione centrata quasi esclusivamente sulle violenze e sopraffazioni da parte jugoslava, è analoga a quelle finora prevalenti a Trieste, Gorizia e altrove. L'esodo è visto come una grande manifestazione del patriottismo della gente
istriana e come la conseguenza diretta della persecutoria politica antitaliana condotta dagli
jugoslavi. Un giudizio perentorio e onnicomprensivo che trova la sua corrispondenza speculare nella tesi, espressa ancora recentemente oltre confine, di un esodo composto da una maggioranza di istriani borghesi e reazionari pungolati dai circoli reazionari e fascisti italiani e dallo stesso governo di Roma.

Ora è vero che le ragioni patriottiche e la durezza dei metodi usati dalle autorità jugoslave sono state fattori importanti di questa migrazione di massa. Ma è altresì vero che essa non fu un fenomeno compatto ed univoco nelle sue manifestazioni. Una spiegazione più articolata e motivata, come appunto si è cercato di fare e come sempre si dovrebbe fare se ha senso a Trieste parlare di ricerca e di storia, rileva che ci furono vari esodi fra il 1945 e la metà degli anni '50, con connotati socio-culturali e territoriali diversi (borghesia, contadini, operai, città e campagna ecc.) e che diverse furono le loro motivazioni psicologiche, economiche nei vari periodi (1945-47, 1948-49 all'epoca della rottura tra il Cominform e la Jugoslavia; 1950 elezioni amministrative nella Zona B; 1954 Memorandum d'Intesa, ecc.). Così come ebbe il suo peso la diffusa «estraneità» di strati popolari istriani a vicende politiche che apparivano
incomprensibili (anche sotto il fascismo) alla loro mentalità, esperienze e costumi di vita. Inoltre una storia dell'esodo,non può prescindere dall'analisi degli sviluppi e mutamenti del quadro politico e sociale istriano e di quella jugoslavo in generale neldopoguerra, degli sforzi messi in atto per riorganizzare la vita economica e politica della regione secondo i principi di una società socialista ma con criteri di centralizzazione e burocratizzazione dell'apparato amministrativo, politico e cooperativistico che produssero gravi conseguenze in Istria e in tutta la Jugoslavia. Ancora oggi non sembrano del tutto scomparse in Istria tendenze e mentalità ereditate da questa prima fase burocratico-autoritaria d'imitazione sovietica ed in cui non mancano di affiorare diffidenze di tipo ideologico e nazionalistico anche nei confronti dell'esigua minoranza italiana.

Collaborazionismo e Guardia Civica

Prima di concludere voglio qui soffermarmi su un altro argomento trattato dal Pitamitz. Egli sostiene che la creazione della Guardia Civica di Trieste, di cui ha messo in risalto il ruolo svolto, era stata condivisa da Ercole Miani esponente del PdA e del CLN in un colloquio avuto col podestà Pagnini. Nella mia lettera a «Storia Illustrata» rilevavo in proposito che la Guardia Civica era stata costituita su iniziativa del podestà e del prefetto Coceani nell'ambito delle Ordinanze naziste del 29 novembre e del 6 dicembre 1943 sul servizio obbligatorio di guerra e gli arruolamenti nelle «formazioni autonome per la difesa territoriale nella Zona di Operazioni Litorale. Adriatico» in funzione antipartigiana; che la fonte da cui il Pitamitz aveva tratto la notizia era il Pagnini stesso (ipse dixit) e precisamente una intervista che il Pagnini aveva reso a Livio Grassi e da questi pubblicata nel suo libro; che se tale episodio fosse vero e nei termini esposti dal Pagnini appare del tutto incomprensibile che di esso non ne faccia parola il PM Colonna nel suo intervento (pubblicato in opuscolo a Trieste nel 1946) durante il processo per collaborazionismo al Pagnini ed in cui il magistrato aveva esaltato i meriti patriottico-resistenziali dell'imputato e neppure nella sentenza assolutoria della Corte d'Assise di Trieste del novembre 1945; che comunque di questa intervista al Pagnini il Pitamitz aveva omesso l'avvertimento che il Miani avrebbe dato al podestà, che cioè la Guardia Civica non poteva opporsi, una volta ritiratisi i tedeschi dalla città, a nessuna forza delle Nazioni Unite «partigiani slavi compresi ». Ricordavo invece che c'era stato da parte del CLN, nelle particolari condizioni dell'epoca, un «uso» della Guardia Civica e che il Miani aveva compiuto un'efficace opera d'infiltrazione e reclutamento nel Corpo al punto che alcuni reparti dello stesso avevano partecipato all'insurrezione antitedesca dell'aprile 1945 agli ordini del CLN sparando contro i tedeschi e non contro gli jugoslavi. Aggiungevo inoltre alcune considerazioni sulle posizioni e comportamenti assunti dal Pagnini (e non solo da lui e non solo a Trieste, da parte di personaggi e gruppi del vecchio PNF e della destra economica) il quale dopo essere stato fascista e filonazista fino all'8 settembre '43, aveva poi, assieme al prefetto Coceani, giurato fedeltà all'esercito della RSI e nell'ultimo anno di guerra aveva avuto contatti sia col CLN che con il Fronte di Liberazione sloveno, mostrandosi accorto di fronte allo sviluppo delle situazioni.

Al processo della Risiera la Corte ha manifestato una palese insofferenza, registrata dalla stampa nazionale, quando è stato documentato il ruolo di questi personaggi ed ambienti della società triestina che fra l'altro sollecitarono interventi e rinforzi da Mussolini per la lotta antipartigiana che i tedeschi non sempre riuscivano a contenere. Il Coceani, inoltre, aveva deposto davanti al giudice istruttore di non aver mai avuto notizia delle stragi naziste in Risiera prima del febbraio-marzo '45. Quello che aveva saputo prima di tale periodo lo aveva appreso del tutto «incidentalmente» e per via privata e non dalle autorità ufficiali con le quali era in rapporto (ivi compreso il Gueli, capo dell'Ispettorato Speciale di PS responsabile dell'arresto e della morte in Risiera di numerosi ebrei e partigiani). E nulla mai aveva saputo sull'esistenza di un Tribunale speciale nazista che giudicava i partigiani. Il Coceani cioè non leggeva né le ordinanze del «Gauleiter» Rainer (una delle quali aveva annunciato la creazione di questa Corte speciale) pubblicate sul Foglio Annunzi Legali della Prefettura da lui diretta, né i quotidiani di Trieste e di Udine che riportavano le condanne a morte eseguite per sentenza di questa Corte con l'immancabile precisazione che il Supremo Commissario Rainer aveva respinto le domande di grazia (7).


Con un'ordinanza della Corte, Coceani e Pagnini furono dichiarati del tutto «estranei» ai fatti riguardanti il processo della Risiera, anche come testi. Né, secondo la Corte, si doveva indugiare sulle responsabilità del fascismo giuliano prima dell'8 settembre, anche questo un argomento processualmente non pertinente. E' un'altra pagina di storia triestina su cui bisogna riflettere.

Galliano Fogar

NOTE dell'Autore

(1) A. Werth, La Russia in guerra 1941-1945, Milano 1966, pp. 928-934. Vedi anche il volume del giornalista e storico tedesco E. Kuby, "I russi a Berlino. La fine del Terzo Reich", Torino 1966, che descrive il comportamento dei soldati sovietici e la
battaglia di Berlino ridimensionando però certi fatti relativi sia alle violenze che agli scontri finali.

(2) G. Miccoli, Risiera e foibe, un accostamento aberrante, in «Bollettino dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia» - poi «Qualestoria» - a. IV, n. 1, aprile 1976.

(3) G. Valdevit, Politici e militari alleati di fronte alla questione della Venezia Giulia (giugno 1945 - luglio 1946), in «Qualestoria», a. X, ottobre 1981, p. 101. L'autore cita i rapporti del 27 settembre e 14 novembre 1945 consultati al Public Record Office di Londra.

(4) Industriali triestini a Lubiana, ne «Il Nostro Avvenire» del 23.5.1945. Vedi anche E. Maserati, L'occupazione jugoslava di Trieste (maggio-giugno 1945), II ed., Udine 1966, pp. 99-100.

(5) Sulle origini, sviluppi, lineamenti dell'associazionismo degli esuli vedi C. Colummi «Le organizzazioni dei profughi», in Storia di un esodo. Istria 1945-1956, di C. Colummi, L. Ferrari, G. Nassisi, G. Trani,Trieste 1980, cap. VI, pp. 276-329.

(6) E. Collotti, Il Litorale Adriatico nel Nuovo Ordine Europeo, Milano 1974, p. 47.

(7) Sulla costituzione della Corte speciale vedi "L'esercizio della giustizia nei territori del
«Litorale Adriatico», ne «Il Piccolo» del 9.11.1943. Sulle condanne a morte emesse dalla Corte vedi «Il Piccolo» 29.9.1944, «Il Popolo del Friuli» 29.3.1944, 15.12.1944, 19.12.1944, 17.1.1945, 3.2.1945 ecc.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Associazione Promemoria    - 10-03-2005
Presentazione di Zapruder - rivista di storia in movimento a Trieste

Il Dipartimento di Storia e Storia dell’Arte – Università degli Studi di Trieste e l’Associazione Promemoria

organizzano

giovedì 17 marzo 2005 alle ore 17 nell’Aula magna del Dipartimento di Storia e Storia dell’Arte Trieste Via Economo n° 4, 3° piano


Il passato per il presente: riscrittura e (ab)uso pubblico della storia

Presentazione della rivista ZAPRUDER - Storie in Movimento

“…La storia data per morta e residuale riemerge, fuori dagli ambiti specialistici, nello spazio sociale e comunicativo, dai media tradizionali a quelli visivi e digitali, come uno dei territori privilegiati del conflitto politico e sociale. Una storia che trionfa proprio là dove le forme consuete del sapere scientificamente accreditato non riescono a passare, se non in dosi minime e destinate a essere velocemente neutralizzate e banalizzate. …”
“ … un laboratorio storiografico che intende rompere i confini e le distinzioni tra storia militante e pratica scientifica, tra sapere alto e divulgazione e rimettere in comunicazione luoghi e soggetti diversi attraverso cui si articola la produzione del sapere storico. Intende essere prefigurazione di una storia che nasca non solo dalla riflessione sul presente ma anche dal desiderio di essere presenti, di esercitare qualche forma di azione e di iniziativa nel presente ….”


Dal Manifesto di Storie in Movimento


INTERVENGONO

Claudio Venza, docente di Storia della Spagna Contemporanea

Sandi Volk, storico, presidente dell’ass. Promemoria

Mario Coglitore, storico, Storie in movimento


 Pino Patroncini    - 11-03-2005
Da docente di storia che dalla storia vorrebbe che tutti traessero insegnamenti di fronte ai balbettii di tanta sinistra che sembra essersi dimenticata della storia e delle sue lezioni, a Trieste come a Bagdad, aggiungo questo articolo dal titolo "La verità sulle foibe- La vera storia delle foibe" tratto da "Democrazia e Legalità" , perchè penso che la destra si batte non contrapponendo effimero (nel senso etimologico del termine) ad effimero ma con la Conoscenza dei fatti e dei percorsi che li hanno prodotti.




"Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani".
Benito Mussolini, 1920

Premessa: La redazione di Democrazia e Legalità, che ha curato il presente testo, ha, come suo scopo principale, sempre privilegiato quello della ricerca obiettiva della realtà dei fatti, anche quando scomoda e dolorosa. In un momento storico in cui gli eredi del partito fascista sono al governo del Paese, ed in cui la retorica patriottarda risuona ancor più violenta e oscurantista del solito, riteniamo necessario ricollocare storicamente e documentatamente la vicenda delle foibe istriane, vicenda alla quale la destra e le sinistra amorevolmente unite hanno deciso di dedicare una speciale giornata della memoria. Anzi, il ministro Gasparri ha voluto sollecitare tutti i mezzi di informazione liberi ad occuparsi della vicenda. Ci siamo occupati di questo aspetto nell’articolo “Ultime dal Minculpop”. La nostra redazione ha partecipato ad una trasmissione radiofonica – trasmessa da Controradio - che è servita a far luce e a chiarire la verità, appunto, di quel tragico periodo. L’audio completo della trasmissione, cui hanno partecipato Raffaele Palumbo, Nicola Tranfaglia, Giacomo Scotti, Marco Ottanelli, Giovanni Bellini, Sandro Damiani è disponibile nel CD intitolato “l’impunità” in vendita tramite il nostro sito.

Cosa sono, le foibe? Cioè, quale episodio della storia evocano?

In poche ed essenziali parole, sono le foibe (caverne e aperture carsiche del terreno) il luogo in cui, a fine guerra mondiale, furono uccisi e gettati, spesso dopo umiliazioni e tormenti, moltissimi italiani. Gli eccidi ebbero due momenti: il primo, all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, quando si scatenarono vendette e rancori mai sopiti dopo 20 anni di italianizzazione forzata; il secondo, molto più grave per numero delle vittime, nella primavera del ’45, quando le truppe titine occuparono la Venezia Giulia, la Dalmazia, Trieste e parte del Friuli.

Le origini antiche di un odio feroce

Sia nella Serenissima Repubblica Veneta, sia nell’Impero Austro-Ungarico, il concetto di nazionalità era tanto sfumato quanto poco “etnico”. È solo dopo la prima guerra mondiale, cioè quando i nazionalismi si affermano fino a sfociare nei razzismi di Stato, che il Regno di Italia comincia una politica di italianizzazione forzata delle “terre irredente”. Da ogni regione, piovono funzionari e impiegati pubblici, che sostituiscono i locali. La lingua ufficiale, anzi, obbligatoria, diventa l’italiano, e dialetti e lingue dei popoli presenti sul territorio sono vietati, proibiti. Se l’effetto di tale norma è assai violento nelle città della costa, dove comunque gli “italiani” erano in maggioranza o assai numerosi, e dove bi e trilingusmo erano la norma, è nelle zone rurali e nell’interno che gli slavi (sloveni, croati, dalmati, cici), in gran parte contadini poco alfabetizzati, si ritrovano ad essere stranieri in patria. Le durissime condizioni imposte dal Regno si fanno ancora più rigide ed intolleranti con il fascismo. Tra gli episodi da ricordare:la chiusura del liceo classico di Pisino, dell'istituto magistrale femminile di Pisino e del ginnasio di Volosca (1918), la chiusura delle scuole elementari slovene e croate, e il confino di alcuni esponenti Sloveni e Croati in Sardegna e in altre località italiane. A ciò si aggiungevano le violenze fasciste non contrastate dalle autorità, come gli incendi delle sedi associative a Pola e a Trieste. In Istria l'uso dello sloveno e del croato nell'amministrazione e nei tribunali era stato limitato già durante l'occupazione (1918-1920). Nel marzo 1923 il prefetto della Venezia Giulia vietò l'uso dello sloveno e del croato nell'amministrazione, mentre per decreto regio il loro uso nei tribunali fu vietato il 15 ottobre 1925. Il colpo definitivo al sistema scolastico sloveno e croato in Istria arrivò il 1 ottobre 1923 con la riforma scolastica del ministro Gentile. L'attività delle società e delle associazioni croate e slovene era stata vietata già durante l'occupazione, ma poi specialmente con l'entrata in vigore della Legge sulle associazioni (1925), Legge sulle manifestazioni pubbliche (1926) e Legge sull'ordine pubblico (1926). Nel 1927 fu il turno del cambiamento dei cognomi (la toponomastica era già stata italianizzata nel 1923). Così vennero italianizzati quasi tutti i cognomi sloveni e croati. Un vero atto di brutalità verso le identità personali. (Non dobbiamo dimenticarci che tali provvedimenti vennero presi anche a Zara e Fiume, città “extraterritoriali” che furono annesse a forza dopo la prima guerra mondiale.)
Le leggi razziali antiebraiche e genetiche del 1938 (che seguono le meno famose, meno organiche, ma altrettanto famigerate leggi razziali del ’36-’37 emanate nei confronti dei popoli di pelle nera, e altri “coloniali”) dividono ancor più la cittadinanza in due categorie, gli “italiani puri” e gli inferiori. Duramente colpita, in particolare, la numerosa e antica comunità ebraica di Trieste, da sempre città cosmopolita e multiculturale.

La seconda guerra mondiale

La ignobile aggressione alla Grecia obbliga i comandi italiani in difficoltà a chiedere l’intervento della Germania, mettendo così fine alla illusione della “guerra parallela”. Nel 1941, dopo un criminale bombardamento su Belgrado, che viene rasa al suolo, Tedeschi, Ungheresi e Italiani invadono la Jugoslavia, occupandola completamente in poche settimane.
All’Italia spettano: l’intera costa dalmata, parte del Montenegro, quasi l’intera Slovenia e la Croazia, sotto forma di protettorato.
La Slovenia viene annessa, e diventa la provincia di Lubiana. La Croazia diventa un regno “indipendente”, con primo ministro Ante Pavelic, un fascista feroce e sanguinario, amico di vecchia data di Mussolini, e come Re un cugino di Vittorio Emanuele III, Aimone di Aosta. Il partito fascista e razzista croato, gli Ustascia, formato da fanatici religiosi (cattolici) e nazionalisti, appoggiati dal vescovo di Zagabria e primate di Croazia Stepinac, intraprendono fin da subito una opera di pulizia etnica nei confronti di Serbi e altre minoranze, spesso spalleggiati dalle truppe italiane.
L’intera Jugoslavia diventa territorio di stragi e di crudeltà. Alla fine della guerra, sarà uno dei paesi che avrà pagato il più alto tributo di morti, da calcolarsi in circa 1 milione e mezzo di persone su 16 milioni di abitanti (si pensi che i caduti italiani tra civili e militari, fra battaglie e bombardamenti, repressioni e fucilazioni, non supera le 300 mila unità su 45 milioni di abitanti).
In particolare, sono da attribuirsi alla responsabilità diretta delle truppe di occupazione italiana almeno 250 mila morti, che le fonti serbe però portano ad un totale di 300 mila.
Di questi, i morti in combattimento sono una parte esigua, perché la stragrande maggioranza delle vittime fu dovuta a vere e proprie stragi e repressioni, a saccheggi e a brutalità. In particolare, è da ricordare il ruolo della II Armata Italiana, sotto il comando del generale Roatta.
La situazione è differenziata nei diversi territori: le peggiori e più inumane condizioni si verificarono nella Jugoslavia meridionale, dove si aprì una vera e propria caccia al serbo. Vere e proprie spedizioni italo-croate partivano alla volta dei villaggi e delle cittadine serbe, dove, in un’orgia di violenze di ogni tipo, centinaia di uomini, donne e bambini venivano torturati e uccisi. I villaggi jugoslavi distrutti dagli italiani sono non meno di 250, ai quali vanno aggiunti quelli distrutti in collaborazione con i tedeschi o con altre milizie dell’Asse. 250 Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema in cui i colpevoli, i macellai, eravamo noi. Gli episodi di efferatezza e di crudeltà non si contano, e le mutilazioni, gli stupri, gli accecamenti erano all’ordine del giorno. Il comandante partigiano cattolico Edvard Kocbek così descriveva un'offensiva sferrata dall'esercito italiano nell'agosto del 1942: "I villaggi bruciano, i campi di grano e i frutteti sono stati devastati dal nemico, le donne e i bambini strillano, quasi in ogni villaggio degli ostaggi vengono passati per le armi, centinaia di persone vengono trascinate nei campi di prigionia, i bovini muggiscono e vanno vagando per i boschi. La cosa più sconvolgente è che questi orrori non vengono perpetrati da un'accozzaglia di primitivi come al tempo delle invasioni turche, ma dai gioviali soldati del civile esercito italiano, comandati da freddi ufficiali che impugnano fruste per cani... ". Spesso i partigiani slavi, o gli indifesi abitanti delle campagne, erano bruciati vivi (su roghi di fascine, o chiusi nelle chiese ortodosse, che furono distrutte – in questo modo- in gran numero). Le deportazioni della “inferiore razza serba” furono massicce, e decine di migliaia di ex soldati o di cittadini serbi fu avviata ai campi di sterminio tedeschi o a quello della Risiera di San Sabba, a Trieste, assieme con ebrei ed altre minoranze.
In Croazia, nel “regno indipendente”, l’opera delle truppe italiane fu di supporto e affiancamento alle milizie ustascia, mentre nelle coste e isole annesse, la repressione della II armata fu assai più pianificata e scientifica. Stessa cosa in Slovenia, che, entrata a far parte del territorio nazionale, doveva essere completamente assimilata.
Gli occupanti italiani costruirono campi di concentramento che, seppur non scientificamente predisposti allo sterminio, furono la causa di migliaia di morti e di infinite sofferenze. Tutti conosciamo Auschwitz e Buchenwald, ma decenni di censure ci hanno impedito di sapere che noi, italiani, costruimmo e gestimmo i leger di Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica, Brac, Hvar, Rab (isola di Arbe). Furono creati campi anche in Italia, per esempio a Gonars (Udine), a Monigo (Treviso), a Renicci di Anghiari (Arezzo) e a Padova. Secondo stime rapportate nel volume dell'A.N.P.P.I.A. Pericolosi nelle contingenze belliche, i fascisti internarono quasi 30.000 sloveni e croati, uomini, donne e bambini. In Slovenia, già dall’ottobre del 1941, il tribunale speciale pronuncia le prime condanne a morte, il mese dopo entra in funzione il tribunale di guerra. La lotta contro i partigiani, che diventano una realtà in continua espansione, si sviluppa nel quadro di una strategia politico-operativa rivolta alla colonizzazione di quei territori. Con l’intervento diretto dei comandi militari italiani la politica della violenza si esercita nelle più svariate forme: iniziano le esecuzioni sommarie sul posto, incendi di paesi, deportazioni di massa, esecuzioni di ostaggi, rappresaglie sulle popolazioni a scopo intimidatorio e punitivo, saccheggiamento dei beni, setacciamento sistematico delle città, rastrellamenti… prende corpo il progetto di deportazione di massa, con il trasferimento forzato degli abitanti di Lubiana, progetto che i comandi discutono con Mussolini in un incontro a Gorizia il 31 luglio 1942 . In una lettera spedita al Comando supremo dal generale Roatta in data 8 settembre 1942 (N. 08906), viene proposta, addirittura, la deportazione della intera popolazione slovena.
Solo per quel che riguarda la piccola Slovenia, nei lager italiani morirono 13.606 sloveni e croati. Nel lager di Arbe (sull’isola di Rab) ne morirono dai 1.500 ai 2.500 circa. I civili e partigiani “fucilati sul posto”, cioè durante azioni belliche, furono non meno di 2.500. 1.500 invece i fucilati civili trattenuti come ostaggi, uccisi cioè mesi dopo il loro internamento, per stanare le bande partigiane o per vendetta contro azioni verso i nostri militari. I morti per sevizie, torture, o bruciati vivi arrivano ad un totale documentato di 187. Ripetiamo: questo solo nella “provincia di Lubiana”, dove più numerose sono le documentazioni giuntaci.
Altrettanto duro, e crudele, è il campo di Gonas vicino Udine. Qua sono migliaia i bambini, soprattutto croati, lasciati a morire letteralmente di fame.
(A proposito di morte per fame, è da ricordare come una buona parte dei 100 mila greci deceduti sotto l’occupazione italiana, morì appunto di inedia, poiché, per mantenere i numerosissimi uomini del contingente di occupazione - al quale sono da includere anche i famosissimi reparti di Cefalonia e di Corfù - si procedette con una espoliazione totale delle risorse locali).
Dopo l’otto settembre, ad una prima ritirata (precipitosa) delle truppe regie, subentrano i tedeschi e i repubblichini di Salò. I partigiani slavi (ai quali, è onesto e necessario dirlo, si sono uniti nel frattempo anche migliaia di soldati italiani) intensificano le loro azioni (è in questo senso istruttivo andare alle grotte di Postumia: si noterà che la prima grande caverna è completamente spoglia e annerita; essa infatti era un deposito di armi nazi-fascista che fu fatto esplodere dalla resistenza). Ciò provoca azioni sempre più feroci ed intense. Questa volta sono proprio i civili i primi obiettivi, e riprendono le deportazioni e le stragi, stavolta dirette dalle SS. Comandante delle SS era il triestino Odilo Globocnik, che si distinse per crudeltà. Se la Dalmazia e la Croazia sono ormai in mano ai partigiani jugoslavi (ricordiamo che la Jugoslavia è l’unico paese europeo che si liberò da solo dalla occupazione nazi-fascista), è nella Venezia Giulia e nella Slovenia che si concentrano le azioni militari.
Chiunque si addentri nel centro montano dell’Istria, troverà il piccolo villaggio di Vodice (Vodizza, in Italiano). Esso si trova, in linea d’aria, a non più di 20 km dal confine friulano, e si presenta ancor oggi con macerie e abitazioni distrutte. Una lapide sul palazzo principale ricorda come, nel 1944, il paese fu attaccato dalle camice nere e dall’esercito repubblichino. Circa 400 vecchi donne e bambini furono massacrati. Immediatamente dopo, in una operazione combinata, intervenne la Luftwaffe, che rase al suolo l’abitato e bombardò anche i dintorni, per annientare gli scampati alla strage. Ciò che più impressiona, oltre ovviamente al carico di sangue e sofferenze che ci ricorda, è che Vodice-Vodizza, nel 1944, faceva parte della provincia di Pola, era cioè italiana, ed italiani erano i suoi abitanti, da ben 26 anni. La loro colpa? Quella di essere di etnia cicik, insomma, istriani non latini. Un crimine rimasto impunito. Un crimine rimasto sconosciuto. Uno dei tanti. Uno dei troppi.

STRALCIO DELLE COMUNICAZIONI VERBALI FATTE DALL'ECC. ROATTA
NELLA RIUNIONE DI FIUME DEL GIORNO 23-5-1942

"Il DUCE è assai seccato della situazione in Slovenia perchè Lubiana è provincia italiana./.../
Anche il Duce ha detto di ricordarsi che la miglior situazione si fa quando il nemico è morto. Occorre quindi poter disporre di numerosi ostaggi e applicare la fucilazione tutte le volte che ciò sia necessario./.../
L'Ecc. Roatta esprime il suo pensiero nei riguardi del sistema da usare per risolvere la situazione in Slovenia:
1) - Chiudere la frontiera con la provincia di Fiume e con la Croazia, specialmente nella zona di Gorjanci./... /
2) - Ad oriente del vecchio confine sgombrare tutta la regione per una zona di una profondità variabile (3-4 km.). In tale zona sarebbe interdetta qualsiasi circolazione tranne che sulle ferrovie e sulle strade di grande comunicazione. Apposite pattuglie in servizio di vigilanza aprirebbero senz'altro il fuoco contro chiunque.
Il Duce concorda nel concetto di internare molta gente - anche 20-30.000 persone.
Si può quindi estendere il criterio di internamento a determinate categorie di persone. Ad esempio: studenti. L'azione però deve essere fatta bene cioè con forze che limitino le evasioni. /.../
Il C. d'A. in base alle direttive suesposte dovrà compilare uno studio, da presentare entro 3-4 giorni, dal quale risulti:
1) - zone da sgomberare dalla popolazione, indicando l'entità della popolazione da internare, suddivisa in famiglie (per categorie);
2) - quali altri provvedimenti sono ritenuti necessari;
3) - intenzioni operative nei vari stadi della situazione.
/.../
Ricordarsi che tutti i provvedimenti di sgombero di gente, li dovremo fare di nostra iniziativa senza guardare in faccia nessuno.


MANIFESTO ITALIANO CONTRO LA RESISTENZA SLOVENA

S L O V E N I !

- Al momento dell'annessione, l'Italia vittoriosa vi ha dato condizioni estremamente umane e favorevoli.
Dipendeva da voi, ed unicamente da voi, di vivere in un'oasi di pace.

- Invece molti di voi hanno impugnato le armi contro le autorità e le truppe italiane.

- Queste, per un alto senso di civiltà ed umanità, si sono limitate all'azione militare, evitando misure che gravassero sul'insieme della popolazione ed ostacolassero la normale vita economica del paese.
E' solo quando i rivoltosi sono trascesi ad orrendi delitti contro italiani isolati, contro vostri pacifici concittadini e persino contro donne e bambini, che le autorità italiane sono ricorse a misure di rappresaglia ed a qualche provvedimento restrittivo, di cui soffrite per causa dei rivoltosi

- Ora, poichè i rivoltosi continuano la serie di delitti, e poichè una parte della popolazione persiste nel favorire la ribellione, disponiano quanto segue:

1°) - A partire da oggi nell'intera Provincia di Lubiana:
- sono soppressi tutti i treni viaggiatori locali;
- è vietato a chiunque viaggiare sui treni in transito, tranne a chi è in possesso di passaporto per le altre provincie del regno e per l'estero;
- sono soppresse tutte le autocorriere;
- è vietato il movimento con qualsiasi mezzo di locomozione, fra centro abitato e centro abitato;
- è vietata la sosta ed il movimento, tranne che nei centri abitati, nello spazio di un chilometro dai due lati delle linee ferroviarie. (Sarà aperto senz'altro il fuoco sui contravventori);
- sono soppresse tutte le comunicazioni telefoniche e postali, urbane ed interurbane.

2°) - A partire da oggi nell'intera Provincia di Lubiana, saranno immediatamente passati per le armi:
- coloro che faranno comunque atti di ostilità alle autorità e truppe italiane;
- coloro che verranno trovati in possesso di armi, munizioni ed esplosivi;
- coloro che favoriranno comunque i rivoltosi;
- coloro che verranno trovati in possesso di passaporti, carte di identità e lasciapassare falsificati;
- i maschi validi che si troveranno in qualsiasi atteggiamento - senza giustificato motivo - nelle zone di combattimento.

3°) - A partire da oggi nell'intera Provincia di Lubiana, saranno rasi al suolo:
- gli edifizii da cui partiranno offese alle autorità e truppe italiane;
- gli edifizii in cui verranno trovate armi, munizioni, esplosivi e materiali bellici;
- le abitazioni in cui i proprietari abbiano dato volontariamente ospitalità ai rivoltosi.

- Sapendo che fra i rivoltosi si trovano individui che sono stati costretti a seguirli nei boschi, ed altri che si pentono di aver abbandonato le loro case e le loro famiglie, garantiamo salva la vita a coloro che, prima del combattimento, si presentino alle truppe italiane e consegnino loro le armi.

- Le popolazioni che si manterranno tranquille, e che avranno contegno corretto rispetto alle autorità e alle truppe italiane, non avranno nulla a temere, nè per le persone, nè per i loro beni.

gen. Roatta, Lubiana luglio 1942 - XX


NOTA del Generale Robotti
AlCapo di Stato Maggiore Galli,
chiarire bene il trattamento dei sospetti, perchè mi pare che su 73 sospetti non trovar modo di dare neppure un esempio è un po' troppo.
Cosa dicono le norme della 3° circolare, e quelle successive ?
Conclusione :
SI AMMAZZA TROPPO POCO !


I morti italiani

Come accennato all’inizio di questo scritto, non vogliano, ne potemmo, negare né sottovalutare le sofferenze degli italiani (e dei giuliani, istriani e dalmati di lingua e “etnia” italiana). Ricordando, sempre e comunque, che la guerra di aggressione la dichiarò Mussolini contro la Jugoslavia, e che quindi siamo stati noi i diretti responsabili della guerra e indiretti responsabili di ogni sua più tragica conseguenza, illustriamo quanto accadde nei due periodi (1943 e 1945) della “vendetta slava”.

Crollato il regime fascista, si verificò un fenomeno alquanto strano e significativo: le “terre irredente” vennero precipitosamente abbandonate. Le autorità civili (composte in gran parte da ferventi fascisti, quasi tutti meridionali) fuggirono verso le loro città di origine, lasciando una terra che evidentemente non avevano mai riconosciuta come loro, nella più totale anarchia. Le autorità militari consegnarono alle poche centinaia di tedeschi presenti non solo l’intera regione, ma anche migliaia di soldati e carabinieri, che furono in gran parte uccisi, internati, deportati in Germania. Questa vera e propria strage in conto terzi, commessa dai comandi dell’esercito e fascisti, dagli stessi comandi che si erano macchiati dei peggiori crimini di guerra, non è considerata da quella propaganda patriottarda che enumera martiri ed eroi, ma che sa sempre tacere sui nomi e le responsabilità. Le recenti scuse per il decennale silenzio sui fatti d’Istria, scuse porte da eminenti politici della cosiddetta sinistra, non hanno avuto in contropartita le scuse di coloro che, per vigliaccheria e incompetenza, consegnarono migliaia di giovani al lager e alla morte.
Dunque, settembre 1943: dopo decenni di repressione e violenze, i contadini croati e altri elementi insorgono contro tutto ciò che è “fascismo”, purtroppo spesso identificato con “Italia”. Come purtroppo accade sempre, quando odio attira e crea odio, gli orrori furono tanti, quanto terribili. Il leader del partito comunista sloveno, Kardelj, aveva dato la direttiva di "epurare non sulla base della nazionalità ma del fascismo", ma, quasi inevitabilmente, è l’elemento italiano che patisce le peggiori persecuzioni, anche a causa del fatto che i posti di potere, sia economico, che terriero, che di responsabilità, sono tutti occupati da italiani. Come illustra nei suoi lavori Giacomo Scotti, con il quale abbiamo condotto la trasmissione radiofonica di cui sopra, nel caos generale di quei mesi, furono circa 250-300 i fucilati e “infoibati” dai partigiani o dal popolo in rivolta. La stima più pessimistica, ma anche la meno verosimile, parla di 600 morti. Paradossalmente, furono contestualmente salvati e protetti, rifocillati e ospitati, migliaia e migliaia di soldati delle armate italiane allo sbando, poiché le violenze si scatenarono quasi esclusivamente verso i carabinieri, i gerarchi, le camicie nere. Ripetiamo: quasi esclusivamente. Molte furono le vittime tra i civili, donne, vecchi. Furono passati alle armi anche fascisti sloveni e croati (d’altronde, nella guerra partigiana di ogni parte d’Europa, tali tristi fatti erano all’ordine del giorno), mentre ben maggiore fu il numero di caduti tra i partigiani stessi negli scontri con l’esercito tedesco. Il quale, come accennato, riprese presto il controllo del territorio.
Altre vittime, ma non da ascriversi nel capitolo “Foibe”, furono fatte in Dalmazia, a Fiume, a Zara, nelle isole. Si può parlare di un totale generale di circa 2.000 persone. La propaganda di destra ha da sempre gonfiato tali cifre, fino a farle giungere alle decine di migliaia. E parliamo solo del 1943.
Ben altro successe con l’occupazione titina di Trieste e della Venezia Giulia. Con il crollo della Germania, (che, ricordiamolo, si era annesso tutto il nord-est italiano strappandolo all’alleato di Salò), le formazioni jugoslave si gettarono in una corsa contro il tempo verso le coste adriatiche per impedire agli anglo-americani di prendere il controllo di quelle terre.
Giungono a Trieste, Gorizia, Fiume tra il 1° e il 3 maggio, e, per quaranta giorni circa, tengono sotto controllo – sotto occupazione - la fascia adriatica. In questi terribili quaranta giorni, si scatena una violenta epurazione. La volontà jugoslava è chiara: creare uno stato di fatto che preceda l’annessione. Le giunte del CNL partigiane vengono disarmate, destituite, in certi casi arrestate.
La “jugoslavizzazione”, il tentativo cioè di annessione, è reso chiaramente da questo dispaccio del partito comunista sloveno già nel 1944: “tenere preparato tutto l’apparato. Dappertutto, il più possibile, bandiere slovene e jugoslave. Ad eccezione di Trieste, non permettere in nessun caso manifestazioni italiane. Rinforzare l’Ozna (polizia politica, nda)”. Tutti coloro che possono essere considerati per un motivo o per l’altro, ostili, vengono arrestati, deportati, in parte uccisi. D'altronde, lo stesso stava accadendo in tutte le altre regioni della neonata repubblica titina, e non era una specifica anti-italiana. In quei giorni, dunque, si vive un clima di terrore. A Fiume i primi ad essere eliminati sono i fautori dello Stato Libero, coloro che negli anni a cavallo tra il 1919 e il 1925 si erano opposti alla annessione italiana; a Gorizia sono gli esponenti partigiani ad essere indicati come “concorrenziali” e fatti immediatamente prigionieri; ma è nella cruciale Trieste che si raggiunge l’apice: in città operano l’esercito popolare jugoslavo, l’Ozna, bande irregolari croate, serbe, slovene, (e anche italiane!), elementi del Partito Comunista… ognuno di questi elementi arresta, confisca, deporta, stupra, tortura, uccide “gli ustascia, i cetnici,gli appartenenti alle formazioni armate al servizio del nemico, i collaboratori, le spie, i delatori, i corrieri, tutti traditori della lotta popolare, tutti i disertori del popolo, tutti i demolitori dell’esercito popolare”. La situazione sfugge immediatamente di mano alle autorità militari e politiche jugoslave, che ammettono, fin dal 6 maggio: “ci sono stati arresti e fucilazioni arbitrarie. È necessario riprendere il controllo … l’Ozna si rifiuta di capire la situazione, e continua in arresti di massa…dobbiamo renderci conto che tali errori ci portano il danno maggiore” .
Le esecuzioni si susseguono a ritmo impressionante, e i cadaveri vengono gettati nelle foibe giuliane (la circostanza secondo la quale venivano infoibate anche persone vive legate a cadaveri è stata smentita da testimoni oculari, quali in parroco di Corgnale. Egli, che aveva dato l’estrema unzione ai disgraziati di Basovizza, dichiarò, con espressione un po’ burocratica, che le vittime erano “state fucilate in modo corretto prima di essere gettate dentro”. Ciò non esclude che, nel clima di violenza e sadismo, episodi come quello ipotizzato si siano verificati, anzi, quelli dei “sepolti vivi” sono stati casi crudeli e accertati, ma, comunque, sporadici). Chi non cade fucilato sul posto o nella mattanza carsica delle foibe, viene avviato verso inumani campi di prigionia, in particolare quello di Borovnica, alle porte di Lubiana. Fame, fatica, maltrattamenti… il destino atroce di tutti gli internati si abbatte sugli italiani d’Istria.

Le foibe localizzate con certezza

Basovizza, Corgnale, Opicina , Scadaicina , Casserova, Podubbo, Semich, Drenchia, Sesana e Orle, Vifia Orizi, Obrovo, Raspo, Brestovizza, Castelnuovo d'Istria, Cava di bauxite di Lindaro, Vescovado, Surani, Pucicchi, Treghelizza, Cava di Bauxite di Gallignana, Vines, Gropada, Gargaro o Podgomila, Zavni, Pinguente, Creogli , Cernovizza (più altre fosse e cave nell’arco tra Gorizia e Fiume)

Il bilancio

Anche se le dimensioni di una tragedia non dovrebbero essere misurate solo dal numero delle vittime, è chiaro che le cifre sono sempre di forte impatto. In questa ottica, sul numero dei morti dei quaranta giorni di occupazione slava (Tito fu poi indotto a ripiegare e ad abbandonare almeno la fascia costiera) e di quelli del periodo successivo dell’immediato dopoguerra, si è scatenato un indegno balletto. Fonti della destra e di associazioni di profughi parlano di 20-30 mila morti, ma tali numeri sono assolutamente esorbitanti. Il dibattito triestino e giuliano, dentro e fuori dei confini nazionali, ha spesso esasperato i calcoli, le cifre sono state, talvolta, sparate alla cieca. Gli studiosi, ma non soltanto loro, hanno, invece, fatto un buon lavoro. Si è arrivati a indicare cifre attorno alle quattro-cinque migliaia. Una cifra che comprende, lo ribadiamo, non solo gli infoibati. I quali, calcolati secondo il criterio dei corpi estratti direttamente dalle caverne, sono in effetti 570. Cinquecentosettanta sono dunque gli ufficialmente infoibati. Molti. Ma nulla giustifica i bilanci di fantasia, stilati nell’ordine delle decine di migliaia solo a scopo di pura propaganda e di falsificazione della Storia.

I morti degli altri

Se non esistono morti buoni e morti cattivi, non crediamo debbano esistere morti eroi e morti da dimenticare a seconda di chi li ha uccisi. Perché la stragrande maggioranza delle perdite italiane nella guerra derivano dai bombardamenti angloamericani. Qua non vogliamo elencare le stragi provocate dai massicci e spesso indiscriminati bombardamenti sui civili anche – e soprattutto- dopo la firma dell’armistizio, perché il terreno è troppo vasto. Potremmo raccontare dei 20 mila morti (questi sì, documentati) di una piccola città come Foggia, o di Isernia, che perse un terzo dei suoi abitanti sotto gli attacchi aerei. Potremmo raccontare di Napoli, Livorno, Messina, Palermo e Genova, dove i lutti furono numerosissimi e i danni incalcolabili. O del terribile bombardamento di Treviso. O di quelli indiscriminati che gli aeroplani anglosassoni facevano al ritorno dalle loro missioni, sganciando il “carico in eccesso”, cioè le bombe avanzate, su case e paesi (pratica in uso anche nella guerra alla Serbia del 1999, con lo scarico di bombe in Adriatico). Potremmo anche soffermarci su episodi di esplicito cinismo e crudeltà, come il mitragliamento di bambini alle giostre di Grosseto, o quello dei civili in fila per il pane nelle campagne di Caltagirone. Ma circoscriveremo l’analisi alla sola zona geografica della quale stiamo trattando.
Trieste viene attaccata massicciamente, per la prima volta, nel 1944. Il bombardamento più pesante è quello del 10 giugno, che viene effettuato come rappresaglia per l’anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia. Solo quel giorno, i morti sono più di 400, migliaia i feriti. Solo nei raid del 15 luglio, del 9 - 10 settembre e del 23 ottobre 1944, si contano rispettivamente 50, 150, e 75 morti. I bombardamenti proseguono fino al maggio 1945 sia sul capoluogo, che sulle cittadine circostanti. Molti i morti anche a Muggia.
Pola, Istria e Fiume: anche le più piccole località furono martellate ininterrottamente. Pola fu gravemente danneggiata, con decine e decine di morti, fin dal 1943, ma il primo attacco massiccio è datato 8 settembre 1944. Fiume, con porto e industrie militari, subisce distruzioni enormi e paga un altissimo tributo in vite umane.
Ma l’accanimento degli anglo-americani si manifesta soprattutto nei confronti di Zara. La piccola enclave (1,5 Km quadrati) subirà infatti ben 54 bombardamenti, che ne provocheranno la quasi distruzione. I morti saranno più di 4.000 su una popolazione di 38mila persone.
Ma per i revisionisti, per i professionisti della cantilena anticomunista, questi morti – dilaniati, straziati, bruciati dagli ordigni caduti dal cielo- non contano. Non contano come non contano gli altri, nel resto d’Italia, caduti – dal 1943, anno dell’armistizio, in poi- esattamente come gli infoibati, anche se la loro morte cadeva dal cielo. La teoria della “pulizia etnica” è tanto forzosa quanto miserabile, poiché la parte politica che, con questo pretesto, insiste da 60 anni in una violenta e brutale campagna (basta leggere alcuni siti web ed alcune riviste di … irredentisti) è la stessa che, negli anni del conflitto, intraprese una pianificata, scientifica, ufficiale e legale, nel senso che fu supportata da infami leggi razziste, campagna di genocidio e di morte nei confronti di ogni minoranza etnica, e, nelle terre conquistate, verso anche i popoli autoctoni maggioritari. Chi ha approvato ed esaltato, forse anche eseguito, i massacri, le deportazioni, i lager, i forni crematori, oggi dovrebbe avere la dignità di tacere.

I criminali di guerra.

Nell’immediato dopoguerra, tutte le parti politiche italiane, con l’appoggio ed il contributo determinante del comando anglo-americano, intrapresero una campagna, ed una opera, di de responsabilizzazione. Gerarchi, federali, comandanti fascisti non solo evitarono punizioni ed epurazioni, ma furono lasciati ai più alti gradi di comando. Nessun generale, nessun comandante di armata, nessun ufficiale che si fosse macchiato di crimini di guerra, crimini contro l’umanità, venne mai processato o anche solo destituito. Il culmine della ipocrisia fu toccato, contemporaneamente, da De Gasperi e da Togliatti; dal primo, quando, alla Conferenza di Pace, illustrò meriti e onori del nostro Paese, e addirittura denunciò le pretese territoriali jugoslave che costringevano migliaia di profughi a scampare nella madrepatria (…l’Italia, stato aggressore, aveva perso la guerra!); il secondo, quando, da ministro di Grazia e Giustizia, emanò una amnistia generale che, se presentata come necessaria per pacificare il paese, in realtà permise la liberazione e il reintegro di migliaia e migliaia di fascisti. Mentre Germania, Polonia, Romania, Ungheria subivano mutamenti territoriali drammatici, con trasferimenti di milioni e milioni di persone (otto milioni soltanto i tedeschi che abbandonarono la Prussia), le clausole del trattato di pace di Parigi venivano presentate in Italia come un affronto alla Patria. Nessuno vuole negare né disconoscere il dramma dei 250mila profughi istriani e dalmati, che dovettero abbandonare le loro terre (spesso indotti a farlo dallo stesso governo italiano), ma è necessario ribadire che quello non fu un dramma causato dalla volontà persecutrice titina e comunista, come è stato troppe volte ripetuto, ma fu un dramma causato dalla sete di potere e di sangue di un regime dittatoriale militarista ed espansionista, che non aveva esitato, solo pochi anni prima, ad aggredire un altro membro della Società delle nazioni, l’Etiopia, nel quale aveva provocato non meno di mezzo milione di morti in soli cinque anni di occupazione.
Ma il senso di responsabilità mancò del tutto all’italia post-bellica, e, mentre le carceri si riempivano di ex partigiani, mentre i CNL venivano sciolti, mentre i consigli di fabbrica venivano cancellati, tutti i prefetti, tutti i questori, tutti i vicequestori nominati dal fascismo rimanevano saldamente sulle loro poltrone. Saranno gli stessi che, nel 1948, repressero con brutalità le manifestazioni seguite all’attentato a Togliatti, e gli stessi che, una volta epurata la polizia dai membri “sovversivi” (8.000 poliziotti definiti comunisti furono licenziati, o trasferiti in Sardegna e in Sicilia in una inutile e sanguinosa lotta al banditismo), provocarono gli scontri e i morti nel 1960, al tempo dell’infausto governo Tambroni.
I militari, in particolare, ebbero le più alte protezioni. Lo stesso Badoglio, considerato dal governo abissino come il diretto responsabile di stragi e bombardamento con i gas asfissianti, godeva dei favori particolari degli inglesi. I quali inglesi negarono in modo risoluto ogni possibilità di consegna dei criminali di guerra fascisti ai paesi richiedenti. In una Italia che vedeva il passaggio di gerarchi nazisti da Roma, in fuga verso il sudamerica, fuga organizzata e gestita direttamente dal Vaticano, la cosa non deve – purtroppo- sorprendere. Lo stesso Ante Pavelic, il più sadico dei dittatori d’Europa, si rifugiò in Vaticano per poi imbarcarsi verso l’Argentina.
Le autorità jugoslave fornirono immediatamente la lista dei criminali di guerra, con grande profusione di documenti. Le autorità militari inglesi, preoccupate del pericolo comunista, trovarono fin da subito ogni scusa per rimandare l’esecuzione degli arresti. Quando poi la sovranità tornò completamente al governo italiano, le richieste di estradizione furono semplicemente ignorate.
Da Belgrado era stata presentata una lista con circa 800 nomi. Essa fu via via ristretta, fino ad arrivare al numero quasi simbolico di 40 . Ma neanche questo indusse De Gasperi e gli alleati a ricercare la verità e la giustizia. Anzi! È in quegli anni che si decide di occultare, nascondere, insabbiare anche ogni inchiesta sulle stragi nazi-fasciste compiute in Italia. Sarà solo negli anni ’90 che un caparbio procuratore militare scoprirà un armadio, con le ante chiuse e volte verso il muro, contenente i fascicoli e le prove di decine e decine di massacri compiuti nell’Italia centro-settentrionale da tedeschi e repubblichini. È “l’armadio della vergogna” che Franco Giustolisi racconta con profusione di particolari nel suo libro omonimo.
Mentre in Germania si celebrano i processi di Norimberga (il più famoso, quello ai grandi gerarchi, provocò la condanna a morte di tutti i più alti esponenti del terzo Reich, ed altri ne seguirono contro funzionari minori, contro generali, medici, funzionari, magistrati e industriali corresponsabili delle barbarie naziste), in Italia le responsabilità della guerra e delle sue atrocità vennero semplicemente ignorate, ovattate, nascoste, poi, negate.
L’unico grande gerarca condannato (ma soltanto per il suo ruolo nella Repubblica di Salò, non per i crimini contro i popoli stranieri) fu il Maresciallo Rodolfo Graziani. Graziani fu processato da un tribunale militare e condannato il 2 Maggio 1950 a 19 anni di carcere, di cui 13 condonati, per la sua attività legata alla RSI. La pena da scontare di un anno e otto mesi fu ulteriormente ridotta a quattro mesi per la richiesta della difesa, subito accolta, di far iniziare la decorrenza della carcerazione preventiva al 1945. Pertanto, quattro mesi dopo la sentenza, il 29 agosto, Graziani tornò in libertà lasciando l'ospedale militare dove aveva trascorso gran parte della durata del processo. Nel marzo 1953 divenne presidente onorario del MSI. Morì nel 1955 per collasso cardiaco.

Totale di 1992 italiani accusati di aver commesso crimini di guerra, da nazioni belligeranti o che avevano subito l'occupazione militare durante il conflitto mondiale. Non viene tenuto conto delle azioni svolte dai militari italiani in Africa (Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia)
Paesi richiedenti Inclusi nella lista della Richiesti al Jugoslavia 729 Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra 45 Ministero degli Affari Esteri con Note Verbali dai singoli paesi
Grecia 111 Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra 74 Ministero degli Affari Esteri con Note Verbali dai singoli paesi
Francia 9 Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra 34 Ministero degli Affari Esteri con Note Verbali dai singoli paesi
Alleati 833 Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra Circa 600 casi sono già sottoposti a giudizio da parte dei Tribunali Alleati Ministero degli Affari Esteri con Note Verbali dai singoli paesi
URSS 12 Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra -
Albania 3 Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra 142 Ministero degli Affari Esteri con Note Verbali dai singoli paesi


La lista dei nomi completa è disponibile presso molti archivi ufficiali. Tra gli incriminati, ricordiamo in particolare il Gen. Mario Roatta, capo del corpo di spedizione italiano in Spagna e comandante della citata II Armata in Croazia; il comandante dell’XI corpo d’armata Gen. Mario Robotti, il grande deportatore di Lubiana, il Gen. Taddeo Orlando, comandante dei Granatieri di Sardegna, poi sottosegretario nel governo Badoglio, e poi comandante dell’arma dei carabinieri nel dopoguerra! Il Gen. Paolo Berardi, capo di stato maggiore del Regio esercito dopo l’armistizio, il Gen. Gastone Gambara, comandante a Lubiana e della piazza di Fiume…
E poi altri generali, e colonnelli, e ufficiali, e sottufficiali, soldati, funzionari, comandanti dei campi di concentramento… nessuno di loro dovrà rispondere mai delle proprie azioni.
Anzi, spesso li rivedremo nella storia della Repubblica occupare incarichi e uffici delicatissimi.
È da notare che Mario Roatta fu, in effetti, processato e condannato all’ergastolo, ma per un altro reato: l’assassinio dei fratelli Rosselli. Il 4 maggio 1945, evade, fugge con la complicità dei carabinieri (al cui comando in quel periodo e' proprio Taddeo Orlando). Immediata fu la reazione popolare, e durante le manifestazioni ci furono due morti. Il giorno successivo Taddeo Orlando fu sostituito. Roatta si era rifugiato in Vaticano e di lì sarebbe partito con la moglie per la Spagna franchista, da dove ritornerà, amnistiato, nel 1966. Morì a Roma nel 1968.
1992 torturatori, massacratori, genocidi rimangono quindi impuniti. Non varrà neanche l’offerta jugoslava di uno scambio con i responsabili delle foibe a cambiare le cose. Una cortina di omissioni e falsità scende sull’Italia. Tutto questo, e le responsabilità britanniche nel processo di occultamento, è talmente noto (all’estero!) che la BBC, la televisione pubblica del Regno Unito, ha prodotto nel 1989 “Fascist Legacy”, un documentario estremamente approfondito sia sui crimini di guerra italiani in Africa e Balcani, sia sulla loro impunità successiva. “Fascist Legacy” è stato trasmesso da molte televisioni del mondo, ed è stato acquistato anche dalla RAI. Ma non è stato mai trasmesso.

Marco Ottanelli
Firenze, 8 febbraio 2005
da: "Democrazia Legalità"

 Marco Mussini    - 19-02-2007
Le falsità che corredano quest'articolo sono tali e tante che non meritano commento. Fin le premesse sono totalmente errate. Io posseggo le copie di storia illustrata del giugno '83 citate da Grazia Perrone...ebbene, il direttore non è assolutamente Giuliano Ferrara, che non è nemmeno uno dei collaboratori, ma Pier Maria Paoletti; Pitamitz è un redattore e la rivista, non una "collana", si avvale di noti revisionisti come massimo salvadori, nicola tranfaglia, giorgio rochat, giampaolo pansa, leo valiani ecc. ecc. L'articolo della Perrone è solo uno dei tanti esempi di disinformazione mirata che girano sulla rete. Niente più che parole in libertà, senza fonti attendibili, nè scientificamente provate.

 Fabio Mosca    - 24-02-2007
"Le falsità che corredano quest'articolo sono tali e tante che non meritano commento. Fin le premesse sono totalmente errate. Io posseggo le copie di storia illustrata del giugno '83 citate da Grazia Perrone...ebbene, il direttore non è assolutamente Giuliano Ferrara, che non è nemmeno uno dei collaboratori, ma Pier Maria Paoletti; Pitamitz è un redattore e la rivista, non una "collana", si avvale di noti revisionisti come massimo salvadori, nicola tranfaglia, giorgio rochat, giampaolo pansa, leo valiani ecc. ecc. L'articolo della Perrone è solo uno dei tanti esempi di disinformazione mirata che girano sulla rete. Niente più che parole in libertà, senza fonti attendibili, nè scientificamente provate."

Se è così perchè STORIA ILLUSTRATA non ha ritenuto degni di essere pubblicati gli articoli di GALLIANO FOGAR???

Non è importante se era Ferrara o no in quel momento il direttore: Lo è divenuto poi. Dev'essere una svista . Ma siamo al solito: una data sbagliata è il pretesto per cestinare l'argomento. Tutte falsità ciò che ha scritto Fogar??? Mentre tutto giusto ciò che ha scritto Pitamitz???

Andiamo. Guardare l'unghia sporca invece della luna che indica il dito...
La verità non deve venire mai fuori: è nell'interesse della nostra beneamata Patria, che , come disse Ciampi, " NON HA NULLA DI CUI VERGOGNARSI".

 Fabio Mosca    - 25-02-2007
x Marco Mussini - 19-02-2007

a complemento di quanto detto aggiungo che GALLIANO FOGAR è stato censurato da STORIA ILLUSTRATA ed ha dovuto rispondere su QUALE STORIA. L tiratura arriva forse a 100 copie il semestre!
Ma chi è costui? Un semplice "storico"? Uno dei tanti scribacchini su cose fatte da altri?
No! E' un protagonista delle storia. Un testimone!
Da quando è iniziata questa campagna culminata nella "Giornata del ricordo" MAI E' STATO INTERVISTATO da NESSUN ORGANO D'INFORMAZIONE SE SI ESCLUDE il manifesto.
Eppure non è mai stato comunista. Proviene da Giustizia e Libertà dei Rosselli, poi Partito d'Azione.

Galliano Fogar era allora direttore dell'ISTITUTO REGIONALE PER LA STORIA DEL MOVIMENTO DI LIBERAZIONE DEL FRIULI VENEZIA GIULIA.

Già militare in Grecia dopo l'8 settembre, tornato a Trieste , aderisce al CLN locale cui non parteciparono i comunisti.
Partecipò all'insurrezione del 29 aprile promossa dal solo CLN, prima dell'insurrezione dei comunisti. Quando arrivarono gli jugoslavi a Trieste dovette nascondersi nuovamente, assieme ai fratelli Miani ed agli altri del CLN.

Eppure Ercole Miani, che fu il primo sindaco di Trieste quando gli jugoslavi se ne andarono, rifiutò che sulle motivazioni della Medaglia d'Oro alla città, concessa nel 1948 da Einaudi, si facesse qualsiasi riferimento alle foibe.
Sapeva che era avvenuto, ma evitava ricordarle conscio della guerra che l'Italia fascista aveva fatto agli jugoslavi.
E sapeva che era anche stata esagerata dai fascisti che ne fecero di ben peggio.

Galliano Fogar fu giornalista del Giornale Alleato.
Poi Ercole (o Michele?) fondò l'Istituto di Storia suddetto rimanendone direttore sino alla morte. Seguì il Galliano Fogar che vi è rimasto sino ad oggi, a 87 anni, scrivendo innumerevoli saggi e libri sulla Resistenza locale.

La mia stima, e la stima di tutti gli antifascisti triestini, italiani e sloveni verso Galliano è immensa.

Questo è l'uomo che STORIA ILLUSTRATA ha censurato!

L'ultima intervista pubblicata da Il Manifesto è proprio sulle foibe e sulla Giornata del Ricordo. Eccola:
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MATTEO MODER (Il Manifesto)
Ieri, con un voto bipartisan, il senato ha approvato definitivamente l'istituzione della giornta della memoria per le vittime delle foibe. Quasi tutti i partiti (estrema sinistra esclusa) hanno espresso grande soddisfazione. Lo storico triestino Galliano Fogar, segretario dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, da oltre vent'anni si prodiga presso grandi quotidiani, Rai, ed esponenti del centrosinistra per cercare di «arginare» bugie e inesattezze che, per ignoranza o malafede, da anni vengono dette e scritte sulla storia della Venezia Giulia, sulle foibe e sulla questione dell'esodo istriano. Senza grandi riscontri. L'ignoranza su questi argomenti continua a farla da padrona, a tutto vantaggio della destra «sdoganata» e di quanti portano da anni avanti il disegno di revisionare la storia recente per delegittimare la resistenza e con essa la costituzione antifascista. «Anche grandi storici italiani - racconta Fogar - sanno poco della storia della Venezia Giulia che, invece, è chiaramente documentata fin dal 1946, quando lo storico triestino Carlo Schiffrer rinnovò la storiografia giuliana con i suoi studi su irredentismo e fascismo giuliano, superando le facili ed erronee letture nazionalistiche e celebrative». «An e la Casa delle Libertà - aggiunge - vogliono far passare l'idea che si tratta di storiografia di stampo comunista, mentre ci troviamo davanti a un buco nero di ignoranza storica degli avvenimenti accaduti in questa zona».

«I grandi mezzi d' informazione - prosegue lo storico - hanno gravi responsabilità perché non si documentano e si limitano ad ampliare e ad avallare stereotipi nazionalisti e fascisti sulla storia del confine orientale: dalle foibe viste come genocidio di tutti gli italiani al sempre incombente pericolo slavo-comunista. Per quanto riguarda le foibe, per esempio, in tanti continuano a parlare di 12.000-50.000 vittime, mentre i dati obiettivi parlano di 4.000-6.000 persone scomparse in tutta la Venezia Giulia, tra il '43 e il `45, e non solo per infoibamento. Nessun giornalista si rivolge al nostro istituto per avere. Pochi sono anche gli storici che ci interpellano. Così le bugie si perpetuano nell'ignoranza».

Dal processo della Risiera, nel 1976, non si contano più i tentativi di equiparare la resistenza alle foibe, il comunismo jugoslavo al nazifascismo, per dire magari che il primo è stato peggiore dell'altro. «A questo hanno contribuito anche la martellante campagna di stampa sulla `vergogna della tragedia dimenticata' e sui processi per le foibe, dimenticando che già sotto il governo militare alleato erano stati celebrati a Trieste decine e decine di processi a infoibatori o presunti tali con condanne fino all'ergastolo». «E' deplorevole - conclude - che una parte notevole della grande stampa e dei politici democratici conosca assai poco le vicende internazionali e non locali di una regione, la Venezia Giulia, che per gli eventi della guerra fu coinvolta in pieno negli sviluppi del conflitto nell'area danubiana-balcanica».

«Solo alcuni giorni fa la Rai nazionale - aggiunge sconsolato lo storico triestino - ha dichiarato che l'Italia dopo la II guerra mondiale ha perduto `l'Istria e la Dalmazia'. Ma la Dalmazia non ha mai fatto parte dello stato italiano tranne che per l'enclave di Zara, un'isola italiana in un mare slavo, per il semplice fatto che apparteneva prima all'impero austroungarico e poi al regno di Jugoslavia. Solo nel 1941, con l'attacco italo-tedesco alla Jugoslavia, la Dalmazia, occupata manu militari, fu affidata a un governatore fascista (prima Giuseppe Bastianini e poi Francesco Giunta, già capo dello squadrismo triestino degli anni `20). Contemporaneamente fu creata in Slovenia la nuova provincia di Lubiana che fu affidata alla gestione di Emilio Grazioli, già federale di Trieste. Perciò, a meno che non si voglia valorizzare le conquiste dell'imperialismo fascista dell'epoca, è assurdo parlare di una perdita della Dalmazia, in gran parte a maggioranza croata».

Fogar è profondamente rattristato anche dal fatto che la sinistra sia caduta nella trappola dei postfascisti locali aderendo acriticamente alla giornata del ricordo per l'esodo dei 250.000 istriani, fiumani e dalmati dalle terre che passarono alla Jugoslavia, «perché il 10 febbraio, preso dalla destra come simbolo della tragedia è la data della sigla del Trattato di Pace di Parigi, e questi signori non spiegano che l'Italia era sul banco degli imputati, e che la gran parte dell'Istria e Fiume furono perdute non certo per colpa dei partigiani ma per le precise colpe del fascismo e della sua violenta opera snazionalizzatrice prima e per l'invasione della Jugoslavia poi». Foibe ed esodo furono due tragedie, ma non si possono equiparare le memorie, non si può dire che la Risiera di San Sabba e le foibe furono la stessa cosa. «Chi sa, oltre il fiume Isonzo - sottolinea Fogar - che poco dopo i pur esecrandi episodi delle foibe istriane del settembre `43, tra gli insorti che cercarono di opporsi ai tedeschi che fecero terra bruciata dell'Istria con migliaia e migliaia di morti c'era anche un battaglione di minatori italiani e slavi del bacino minerario dell'Arsa. Bacino che il 28 febbraio 1940 fu devastato dalla più grande tragedia mineraria d'Europa con la morte di 185 minatori e il ferimento di altri 147. L'inchiesta fu insabbiata, i dirigenti attribuirono la colpa dello scoppio ai minatori stessi e si tacque sulle terribili condizioni di insicurezza e igienico sanitarie in cui quei disgraziati erano costretti a lavorare. E malgrado la pubblicazione del volume L'Istria tra le due guerre, a spese dell'istituto, la stampa nazionale ha ignorato questo episodio gravissimo, una delle più gravi sciagure minerarie della storia d'Europa del `900 come ha ignorato le decine e decine di volumi sulla Venezia Giulia, sull'occupazione jugoslava del '45, sulle foibe, sul problema di Trieste e dell'Istria nel quadro internazionale».

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 Fabio Mosca    - 26-02-2007
L'importanza del Pitamitz nella montatura delle foibe la si può constatare dal sito della Lega Nazionale

http://www.leganazionale.it/forum/topic.asp?TOPIC_ID=110

gli interventi critici del Pitamitz vengono rapidamente cancellati. Provare per credere....
La Lega Nazionale è un ente (inutile?) finanziato dallo Stato !

D'altronde digitando su google Pitamitz saltano fuori tutti i siti neonazisti ed antisemiti grazie alla sua intervista su Storia Illustrata a Faurisson, il negatore della shoah....

sminuire la shoah e montare le foibe. Questo il programma!

 Grazia Perrone    - 02-05-2007
Due parole. Tante ne merita il commento del lettore.

Sul metodo.

Storia Illustrata - ovvero una prestigiosa rivista di Storia destinata al grande pubblico - non ha ritenuto suo preciso dovere editoriale pubblicare un articolo contenente argomenti che contestavano nel merito le tesi sostenute da un redattore della rivista.

Fuoriregistro invece - nonostante il tono, come dire, aggressivo - ha pubblicato ugualmente lo sfogo del lettore.

Punto.