Censi"a Secondigliano non esistono più da una vita; li ha cancellati la ruspa alla fine degli anni Settanta quando il Comune avviò il "Piano di recupero delle aree periferiche" che, bella incompiuta, s'è perso sulla soglia di un limbo: dove i sogni muoiono e nascono gli incubi. Sulle macerie dei "censi", tra "recupero" e terremoto dell'Ottanta, vennero su, come per incanto case popolari e una camorra da società dei consumi che non ha niente da spartire con l'onorata società di lazzaroni e guappi. E, d'altra parte, i "Censi" non avevano nulla a che vedere con la periferia napoletana e col vicino deserto cementificato di Scampia, coi palazzi troppo alti per essere considerati semplici caseggiati e troppo bassi per sembrare grattacieli. Nulla a che vedere, in fondo, nemmeno con le bestie che si vanno facendo la pelle per istinto ferino, mentre cronisti di ultima generazione si ingegnano a raccontarceli come fossero uomini che hanno pensieri. E' questo il nostro tempo, questo il futuro che si è fatto presente: un incubo nuovo nato per non aver futuro. Questo è il nostro mondo. I "Censi" no. Fondete in un corpo rachitico la miseria, l'ignoranza e la rassegnazione, radicate nell'ombra di ripugnanti tuguri marciti assieme alla povera gente che ci abitava l'aborto che ne viene fuori, ed ecco i "Censi" come li vidi per la prima volta, negli anni Settanta del secolo scorso, addensati inspiegabilmente tra il cimitero, gli stucchi umbertini, stinti ma pretenziosi, dei palazzoni di Corso Italia e gli alveari anonimi e degradati di Via del Cassano: viuzze parallele nate nel '700 e, tra un vicolo e l'altro, file di casupole affacciate su entrambe le strade, anticamente destinate a depositi e scantinati. Un agglomerato di terranei irregolari che la stagione faceva gelati o bollenti, cupi, asfissiati in dedali scivolosi e grovigli di umanità diffidente che pareva straniera e ti seguiva con la coda degli occhi fino a quando poteva. Così, con la sensazione d'essere seguito li attraversai per la prima volta - e così ci passai da allora quasi ogni giorno per sei anni, solo che gli sguardi che mi seguivano s'andarono facendo via via affettuosi - così me li lasciai alle spalle, attraversando per la prima volta via Tagliamonte, prima di sbucare su una spianata di terra battuta, coperta di radi e ciuffi d'erba di un verde tendente all'olivastro, che aveva al centro due prefabbricati grigi con mille finestre dai vetri rinforzati, circondati a loro volta da un muro di tufo, preso in mezzo da cumuli d'immondizia, carcasse d'auto, bidoni anneriti dal fumo di notturni falò, tende, roulotte e zingari accampati. Una specie d'inferno, stretto d'assedio da gipponi della celere e agenti in tenuta antisommossa, che facevano da argine a una folla inferocita. - Non fanno a tempo ad andarsene via questi - mi spiegò poco dopo il direttore didattico - e ne arrivano altri. La mia vita da insegnante, per me che da studente avevo sbattuto la porta promettendo di non mettere mai più piede in una scuola, cominciò così, tra zingari recalcitranti, mamme inviperite, celerini pronti all'assalto e bambini di prima elementare che entravano in classe e si smarrivano, scavalcando timidamente compagni sdraiati a terra che, avvinghiati alle caviglie delle madri urlanti, singhiozzavano la loro disperazione per quel primo giorno di scuola che ci metteva insieme perché il destino è beffardo. Lo seppi subito, ne fui immediatamente certo, mentre mi perdevo dentro quegli occhi disperati, capaci di parlare molto più che le bocche: la scuola che avevo odiato mi avrebbe ancora profondamente ferito. E però l'avrei amata. Erano giorni di gran fermento e ad ogni svolta le bombe incrociavano la crescita sindacale, la protesta giovanile e le riforme quasi leniniste che, intaccando le "strutture", avrebbero dovuto condurci per forza - la formula era allora usuale - ad un cambio di sistema. C'era chi già ne vedeva i segnali e chi ci faceva su i conti, sciorinando il bel parlare della sinistra colta, che se ti scegli il tempo e l'occasione, trasforma la piazza e il movimento in palazzi e poltrona. La grande "vittoria" dei Decreti Delegati stava producendo la scuola di massa. Ai "censi" la "democrazia partecipata" ebbe subito vita animatissima: per un anno i genitori colti - ce n'erano più di quanto pensassi - occuparono il potere sull'onda del voto politicizzato e di una polarizzazione sinistra-destra che consegnò, come assai spesso accade, la direzione dell'orchestra all'equilibrio attendista di che si tiene al centro. "/>
I Censi
Giuseppe Aragno - 04-03-2005

I "Censi"a Secondigliano non esistono più da una vita; li ha cancellati la ruspa alla fine degli anni Settanta quando il Comune avviò il "Piano di recupero delle aree periferiche" che, bella incompiuta, s'è perso sulla soglia di un limbo: dove i sogni muoiono e nascono gli incubi. Sulle macerie dei "censi", tra "recupero" e terremoto dell'Ottanta, vennero su, come per incanto case popolari e una camorra da società dei consumi che non ha niente da spartire con l'onorata società di lazzaroni e guappi. E, d'altra parte, i "Censi" non avevano nulla a che vedere con la periferia napoletana e col vicino deserto cementificato di Scampia, coi palazzi troppo alti per essere considerati semplici caseggiati e troppo bassi per sembrare grattacieli. Nulla a che vedere, in fondo, nemmeno con le bestie che si vanno facendo la pelle per istinto ferino, mentre cronisti di ultima generazione si ingegnano a raccontarceli come fossero uomini che hanno pensieri. E' questo il nostro tempo, questo il futuro che si è fatto presente: un incubo nuovo nato per non aver futuro. Questo è il nostro mondo. I "Censi" no. Fondete in un corpo rachitico la miseria, l'ignoranza e la rassegnazione, radicate nell'ombra di ripugnanti tuguri marciti assieme alla povera gente che ci abitava l'aborto che ne viene fuori, ed ecco i "Censi" come li vidi per la prima volta, negli anni Settanta del secolo scorso, addensati inspiegabilmente tra il cimitero, gli stucchi umbertini, stinti ma pretenziosi, dei palazzoni di Corso Italia e gli alveari anonimi e degradati di Via del Cassano: viuzze parallele nate nel '700 e, tra un vicolo e l'altro, file di casupole affacciate su entrambe le strade, anticamente destinate a depositi e scantinati. Un agglomerato di terranei irregolari che la stagione faceva gelati o bollenti, cupi, asfissiati in dedali scivolosi e grovigli di umanità diffidente che pareva straniera e ti seguiva con la coda degli occhi fino a quando poteva.
Così, con la sensazione d'essere seguito li attraversai per la prima volta - e così ci passai da allora quasi ogni giorno per sei anni, solo che gli sguardi che mi seguivano s'andarono facendo via via affettuosi - così me li lasciai alle spalle, attraversando per la prima volta via Tagliamonte, prima di sbucare su una spianata di terra battuta, coperta di radi ciuffi d'erba di un verde tendente all'olivastro, che aveva al centro due prefabbricati grigi con mille finestre dai vetri rinforzati, circondati a loro volta da un muro di tufo, preso in mezzo da cumuli d'immondizia, carcasse d'auto, bidoni anneriti dal fumo di notturni falò, tende, roulotte e zingari accampati. Una specie d'inferno, stretto d'assedio da gipponi della celere e agenti in tenuta antisommossa, che facevano da argine a una folla inferocita.
- Non fanno a tempo ad andarsene via questi - mi spiegò poco dopo il direttore didattico - e ne arrivano altri.

La mia vita da insegnante, per me che da studente avevo sbattuto la porta promettendo di non mettere mai più piede in una scuola, cominciò così, tra zingari recalcitranti, mamme inviperite, celerini pronti all'assalto e bambini di prima elementare che entravano in classe e si smarrivano, scavalcando timidamente compagni sdraiati a terra che, avvinghiati alle caviglie delle madri urlanti, singhiozzavano la loro disperazione per quel primo giorno di scuola che ci metteva insieme perché il destino è beffardo. Lo seppi subito, ne fui immediatamente certo, mentre mi perdevo dentro quegli occhi disperati, capaci di parlare molto più che le bocche: la scuola che avevo odiato mi avrebbe ancora profondamente ferito. E però l'avrei amata.


Erano giorni di gran fermento e ad ogni svolta le bombe incrociavano la crescita sindacale, la protesta giovanile e le riforme quasi leniniste che, intaccando le "strutture", avrebbero dovuto condurci per forza - la formula era allora usuale - ad un cambio di sistema. C'era chi già ne vedeva i segnali e chi ci faceva su i conti, sciorinando il bel parlare della sinistra colta, che se ti scegli il tempo e l'occasione, trasforma la piazza e il movimento in palazzi e poltrona.
La grande "vittoria" dei Decreti Delegati stava producendo la scuola di massa.
Ai "censi" la "democrazia partecipata" ebbe subito vita animatissima: per un anno i genitori colti - ce n'erano più di quanto pensassi - occuparono il potere sull'onda del voto politicizzato e di una polarizzazione sinistra-destra che consegnò, come assai spesso accade, la direzione dell'orchestra all'equilibrio attendista di che si tiene al centro. A destra ci furono lotte dure per cacciare pidocchi e pidocchiosi dalla scuola in nome di un classismo arrogante ed elitario, e lotte durissime ci furono a sinistra per tenerseli, pidocchiosi e pidocchi, in nome di un nobile ed astratto egualitarismo. A centro non si lottò e non si fecero proposte, ma il prete in parrocchia consigliò moderazione alla destra e concretezza alla sinistra. In definitiva, il destino dei pidocchi non fu mai scisso da quello degli sventurati pidocchiosi, ai quali, tuttavia, un ogni occasione elettorale, tutti regalarono pettini stretti, aceto e certa miracolosa polvere bianca in barattolini verdi bucherellati, e tutti chiesero il voto, quale che fosse il "colore politico": si votasse per il consiglio di Circolo o per quello Comunale, per la Provincia o per il Parlamento, il voto ai pidocchiosi dei "Censi" lo chiesero tutti. Ho conosciuto maestri che così hanno iniziato la scalata e qualcuno è salito anche in alto, barcamenandosi tra destra, centro e sinistra. Le lotte feroci - quanto futuro c'è sempre nel presente che si fa passato e quanta storia dell'uomo viviamo senza capire che è storia - furono interrotte solo da significative alleanze contro gli zingari, che tutti volevano mandar via, quale che fosse il pulpito dal quale si predicava - e contro il corpo docente, spaesato dalla rivoluzione della scuola di massa e in buona parte cialtrone nel mimetizzarsi. Sì arrotondò il corpo docente, si ammorbidì, si fece flessuoso e viscido come quello d'un verme e si arroccò istintivamente su ideali centristi e interclassisti fondati sulla nostalgia per i bei tempi andati, lo schifo per i pidocchi della scuola di massa - che era il corrispettivo concreto dello schifo ideale nei confronti delle masse - e benedisse i furbi, quelli che aprirono contenziosi su servizio e carriera e giunsero ai sindacati di classe - dirigenti s'intende - scollati dal mondo operaio, alfieri delle riforme democratiche, sempre più contingenti e meno strutturali, degli esoneri a vita per i quali spendere ogni energia. Presto la "società civile" piantò baracca e burattini e si rivolse al privato.
Per suo conto, il Direttore Didattico, che non giunse mai ad essere dirigente e nemmeno si sognava il futuro manageriale che gli preparavano i suoi colleghi diventati controparte sindacale, impiegò tutto il suo coraggio di ex combattente per far quadrare i conti, ma alla scuola di massa mancò sempre qualcosa, dai bidelli agli arredi, dalle aule alla palestra, dai laboratori ai sussidi. Tutto o quasi e, alla fine, gli insegnanti male educati alla massificazione, tennero la posizione meglio che altri. La "democrazia partecipata" si spense col tempo, nella solitudine degli Organi Collegiali, nell'assedio invincibile di zingari, copertoni e carcasse d'auto rubate, nello scontro al coltello con lo stipendio da fame e nella consapevolezza che, appena avviate, le riforme di struttura chiudono l'onda alta delle stagioni del riformismo.


L'ispettore che mi giunse in classe al biennio -nequivocabilmente uno scienziato della borghesia nel campo degli studi umani - non si annunciò. Mi si disse poi che usava farlo con le colleghe per renderle disponibili a transazioni. Non chiesi e non so dire quale utile commercio abbia mai combinato, ma era la sua via. Chiese ai ragazzini irrequieti l'inno d'Italia e non ebbe risposta, trovò che quasi tutti scrivevano buoni pensierini ma nel dettato erano scadenti - questioni di velocità ignorate, non saprei dire con quanta consapevolezza - e si fissò sul suo impeccabile abbigliamento:
- Di che colore sono i pois della mia cravatta?
Rivolse la domanda a Iavarone, seduto nel panico al primo banco, e gli occhi neri fattisi inespressivi lo irritarono. Ci riprovò con Bruognoli e Marani, due di quelli bravi, e fu silenzio di tomba. Prima che aprisse nuovamente bocca, lo bruciai sul tempo.


- Statemi a sentire. L'ispettore vò sapè 'o culore de' palle ca tene ncopp'a cravatta.
- Rosse e gialle! Rosse e gialle!
Un coro.
- Ispettore - gli dissi indicando i ragazzi - questi sono dei "censi". Il francese non lo conoscono e i pois li chiamano palle!
Un lieve tic all'occhio fu la reazione. Io ero impallidito per un'ira improvvisa e incontenibile:
- Lo metto fuori, pensavo. Caccio fuori lui, la cravatta e i pois. Così se ne ricorda e impara.
Se ne andò invece da solo, brontolando un saluto indispettito, con i miei registri sottobraccio, leggendo ad alta voce le prime parole di una programmazione: "Qui è legione straniera. Un avamposto nel deserto. La scuola c'è per segnare un possesso: territorio della repubblica. Ci manca tutto, comanda la camorra. La mia cultura non serve: sto imparando il mestiere sulla pelle degli alunni".
Quando il Direttore mi chiamò, mentre i ragazzi ordinati in fila mi salutavano affettuosamente e Marani mi chiedeva dei compiti in italiano, aveva un'ombra nello sguardo.
Era un uomo corpulento. Alto, stempiato fino ad essere quasi calvo, biondo ancora benché vicino alla pensione, aveva occhiali dorati dalle lenti spesse, occhi azzurri vivissimi sopra il naso grande e le labbra curve in basso disegnavano una piega amara. Si agitò un attimo, nel grigio doppiopetto trasandato e poi sbottò:
- Ma che mi hai combinato? Se n'è andato come un pazzo! Gliela do io la legione straniera! Gliela do io! Un pazzo pareva.
E non faceva niente per nascondere un'ilarità compiaciuta e complice che gli sollevava la piega della bocca fino a disegnarvi un sorriso.
- Dice che il biennio non lo passi - proseguì provando a farsi serio - Io però sono stato chiarissimo. E' giovane. La forma non è quella giusta, ma la sostanza c'è. Avresti dovuto vederlo: se n'è andato furioso, ma non farà il cretino. Non ha gli elementi e lo sa.
Gli dissi delle palle sulla cravatta. Prese a ridere, si congestionò, tossì come un pazzo e riprese fiato accendendo una sigaretta che lo rimise miracolosamente in sesto.
Con i ragazzi trovati in prima giunsi fino alla quinta. In prima, quando si fu a Natale, non ce n'era uno che leggesse o scrivesse. Grandi cerchi fuori dai righi, ominidi stilizzati come se ne trovano a volte nelle caverne del paleolitico, dipinti da macchiaioli e impressionisti era tutto quanto avevo ottenuto seguendo una "Guida per il maestro" pensata per un ragazzo tipo che non prevedeva i "Censi" ed ero disperato. Le classi "buone" facevano progressi, il ghetto nel quale m'ero chiuso vegetava tra gli zingari e i pidocchi. Mi volevano un bene dell'anima, si sforzavano di seguirmi e facevano miracoli di disciplina. Profitto zero e prese a divorarmi un'ansia che non aveva nome. La notte sognavo segni e disegni dell'alfabetiere, mi svegliavo col cuore in gola e la fronte sudata e mi calmavo preparando gli esami per l'università.

Il miracolo avvenne a fine febbraio, dopo un baleno accesosi negli occhi solitamente spenti del povero Bocchetti, che mi portò trionfante un foglio tutto parole uguali ma corrette. Balbettava un poco di solito, Bocchetti, e se la doveva vedere con un tremito nervoso che diventava invincibile quando i compagni gli facevano il coro, ma quella volta fu fermo e deciso. In un quadratino in alto a sinistra, com'era prescritto dalla "Guida", aveva disegnato in maniera accettabile un bel topo pasciuto acquattato sulla lunga coda sottile e la pagina era piena di ordinatissime ti: maiuscole, minuscole, in corsivo e in stampatello. Tutto preciso. Tutto pulito.
- Bravissimo! - gli dissi sobbalzando - E che hai scritto?
- Prufesso', la z di zoccola! Rispose con la luce negli occhi.
E luce si fece così nella mia povera testa confusa. Per quei ragazzi il topo aveva due nomi: sorice o suricillo se si trattava di un topolino, zoccola o zucculona se le dimensioni si intendevano grosse. Era terra straniera.
Lavorai per un giorno e una notte e quando fu tutto finito ero uno straccio, ma ai "Censi" giunsi all'alba. Le tende degli zingari erano accerchiate, la celere si schierava e circondava la scuola, io però non ci feci caso e come un fulmine tappezzai l'aula di nuovi cartelloni. La z di zoccola ebbe il posto d'onore, ma a fianco, a scanso d'equivoci, misi e tenerle compagnia un vivace suricillo con le sue invitanti e colorate letterine: s maiuscola e minuscola, in corsivo e in stampatello. Più in basso trionfavano due gatti stampati con cura su due cartelloni diversi, uno bianco e nero, uno fulvo, con le inequivocabili iniziali: la i di iatta e la m di mucillo. Questo era il gatto dei "Censi": 'a iatta e 'o mucillo. Una botte marrone con le sue doghe nere evocava, senza possibilità d'errore, la v di votta, un'oca grande e grossa stava lì per la p di paparella, cui tenevano compagnia una balena, che con la p di pesce confermava la p di paparella, un frate francescano che insegnava la zeta - ze' monaco ai "censi" era un purismo - e via così, doppi e tripli cartelloni che in poco meno d'un mese misero la lettura e la scrittura tra le conquiste dei miei caprioleggianti ragazzi e allentarono la molla della tensione che nelle mie notti sempre più agitate rischiava di spezzarsi.

Quegli anni non furono mai rose e fiori ma divenni maestro. Non domandatemi quanti errori feci e che danni. Andò come poteva andare. Mi vollero bene, li amai. Ignoranti e di cuore, vivevano in un ghetto e, tranne miracoli, non avevano futuro, ma sul viso spesso pallidissimo compariva ancora con frequenza il rosso improvviso dell'imbarazzo, della vergogna e della timidezza. Negli occhi c'erano l'innocenza dell'infanzia che un velo talvolta appannava, perché l'insidia della vita era già nota, la luce dei sogni che una parola bastava a spegnere, una timida domanda di affetto contrastata da un'ombra nascente nei momenti delle apprese violenze. Nessuno era ancora perduto. C'erano ancora in loro re e principi, galantuomini e sognatori, scrittori arguti e pittori geniali, l'arte e la scienza, l'umanità incorrotta. Tutto il bene del mondo era dentro di loro. I loro padri erano invisibili, le madri a trent'anni già vecchie.

Attorno il veleno della "società civile" ci assediava assai più che gli zingari e la celere. Sullo slargo dopo Via Tagliamonte i cortei di protesta che scuotevano la città non sono mai giunti. La politica era il piano di recupero delle periferie che mise i suoi ghetti di cemento al posto dei formicai, era la licenza di funzionare concessa alla scuola privata che accoglieva i figli dei borghesi benpensanti e convogliava a centro voti progressisti; la politica era il favore chiesto in cambio del favore, il voto che valeva lavoro, il commissario governativo per gli esami di stato scelto ad arte tra chi era disposto a non vedere o sentire, o il commissario governativo che non sarebbe stato mai più chiamato perché aveva voluto vedere e sentire e la "busta" l'aveva rifiutata. Troppo giovane e impulsivo - si disse - un immaturo, che ancora non ha imparato a non creare inutili imbarazzi, che tanto poi non serve.
Promisi a me stesso di non imparare, rimasi immaturo e mi feci una buona reputazione tra la gente, ma un alunno di certo lo persi. Uno piccolo di statura, che ogni giorno annunziava: 'o Mecedes là fore me piace. Dimane voglio vede' comme cammina.
Un giorno i carabinieri inseguirono per un'ora un'auto di grossa cilindrata. Girarono a sirene spiegate per tutto il quartiere: al volante non c'era nessuno, ma era come la guidasse un pilota di formula uno. Quando strinsero la Mercedes tra muro e marciapiede, Esposito Gennaro, era sdraiato al posto di guida. Toccava i pedali con la punta dei piedi e teneva il volante tra le mani dio solo sa come. Vedeva giusto avanti e gli bastava.
Il giorno dopo era sulle prime pagine dei giornali e a scuola mi guardò per sfidarmi:
- Ve l'avevo ditto.
Sulle prime pagine tornò anni dopo: finito all'ergastolo per una rapina. Aveva ucciso il custode di una fabbrica con una fucilata.
Degli altri non ho saputo più nulla. Passai alle medie e ai "Censi" non ci tornai più. Me li sono portati dentro per sempre. Ce li ho ancora, anche oggi che non esistono più.

continua.

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