Il bel paese al bivio ?
Aldo Ettore Quagliozzi - 02-03-2005
Ma cos’è che irrita più di ogni altra cosa l’egoarca ed i suoi “ stimabili “ accoliti di Azeglio Ciampi?
Di certo la sua “ alterità “, il suo essere “ altro “ rispetto ai canoni della vita politica del bel paese, la sua estraneità ai riti della politica ed ai dei suoi bassi maneggi.
Azeglio Ciampi ha una vita trascorsa illuminata, e senza ombra alcuna, dal principio fondamentale del “ servizio “ reso al Paese, questa volta scritto con la lettera p al maiuscolo; un passato di grande prestigio speso per un interesse collettivo, rappresentando con grande responsabilità il Paese in tutti i consessi internazionali grazie alla sua competenza, alla sua riconosciuta consapevolezza del fare, che nei momenti più difficili della vita sociale ed economica del bel paese ha rappresentato l’ancora a cui aggrapparsi per non soccombere.
Azeglio Ciampi è persona degna di occupare il posto che al momento occupa nell’interesse del Paese; di questa dignità ben pochi, dei teatranti della politica, possono ammantarsi.
E non se ne può ammantare di certo l’egoarca che non ha fatto mai mistero della sua connaturata insofferenza verso le regole che scandiscono la vita associata nel bel paese.
Lui che ha sempre sbandierato la sua estraneità alla politica ed ai suoi riti meno nobili, ha come sempre nascosto un qualcosa al Paese; della politica, e dei suoi trasformismi, e delle sue malversazioni, se ne è convenientemente pasciuto, ingrassando oltre modo le sue fortune personali e del suo gruppo di accoliti.
Una data storica per il bel paese è stata il 12 luglio dell’anno del signore 1990. In quella data storica aveva inizio la discussione della così detta legge Mammì-Craxi-Andreotti-Giacalone, la legge tanto attesa che regolamentasse anche nel bel paese l’uso e l’abuso dell’etere.
Prime schermaglie alla Camera dei deputati finché il 18 di luglio l’onorevole Walter Veltroni nel suo intervento alla Camera dei deputati ebbe a denunciare alla opinione pubblica del Paese che

“ ( … ) Un mese fa – esattamente un mese fa, il 18 giugno – Berlusconi, uno dei soggetti in gioco in questa legge, annunciò nel corso di un’asssemblea dei venditori di pubblicità Fininvest che vi sarebbe stato ( posso mostrare il testo ) voto di fiducia sulla legge Mammì.
Era, lo ripeto, il 18 giugno. Nessuno aveva discusso di questa ipotesi. Eppure Berlusconi l’annunciava come chi sa di poter dettare legge, come chi sa di poter imporre la sua volontà…
Sarebbe paradossale che il nostro Parlamento si trovasse ad operare in una condizione di simile sovranità limitata ( … ).
Si annuncia la fiducia in una sede che a me e alla mia cultura istituzionale appare impropria, come quell’assemblea dei venditori di pubblicità Fininvest.
Così, dopo il “ decreto-Berlusconi “, ci troveremo di fronte anche alla “ fiducia Berlusconi “. Quella fiducia sarebbe null’altro che l’esecuzuione di un ordine dato ( … ).
Ministro Mammì, non so se il Governo porrà la fiducia richiesta e in qualche modo sollecitata un mese fa.
Voglio però dire che si tratterebbe di un atto di prepotenza e, mi si consenta, di irresponsabilità.
( … )


L’illuminante brano è riportato nel bel libro di Giuseppe Fiori “ Il venditore “. Eppure allora, a suo dire, l’egoarca si sentiva del tutto estraneo alla politica ed ai suoi bassi e spesso loschi “ affari “. Invece impartiva di già degli ordini, asservendo il parlamento e tramite esso il bel paese ai suoi diretti interessi personali e di gruppo.
Ecco qual è lo scarto tra Azeglio Ciampi e Silvio Berlusconi; votato il primo al puro “ servizio “ nell’interesse del Paese, votato il secondo al servizio del suo “ personale interesse “.
Del resto tale abissale differenza non sfugge neanche alla creatività di un attuale ministro, un tale Gasparri Maurizio, che non inorridendo alle strampalataggini del suo datore di scranno ministeriale, osa chiosare da par suo, nella concitata situazione istituzionale:

“ ( … ) Criticare il colle? E che c’è di male? Ciampi è come la televisione in bianco e nero, Berlusconi come quella a colori.
Sono belle tutte e due, naturalmente. Ma quella a colori è meglio. Nel nostro ordinamento il Capo dello Stato è un garante delle regole… un signore che bacia i bambini e poi qualche volta dà anche giudizi sull’economia, la vita del Paese e quant’altro. ( … )


Che finezza di pensiero, che alto magistero affidato a tale Gasparri Maurizio! Avrebbe il bel paese bisogno di ben altri protagonisti della politica, proprio per affrontare con il giusto passo una situazione di congiuntura internazionale difficilissima. Sconsolante!
Ha scritto molto opportunamente Ezio Mauro nel suo editoriale sul quotidiano “ la Repubblica “ del 28 febbraio:

“ ( … ) … questa retorica vera e non falsa, perché l’ego di Berlusconi non la recita, ma la vive e la indossa come la sua vera natura, è a modo suo capace di parlare al Paese, perché lo sollecita perennemente, lo nutre di promesse mentre giustifica il loro tradimento con colpe altrui, spettacolarizza la politica semplificandola, mentre la deforma in conflitto, si regge su concetti primordiali ma emotivi ed evocativi, indica ogni volta un sogno prigioniero ad un Paese sfibrato, ma anche destrutturato in alcuni fondamentali principi civici.
E’ insomma quella “ televisione a colori “ che l’improvvido vero alfiere degli interessi belusconiani al governo, il ministro Gasparri, ha evocato contro il “ bianco e nero “ dello spirito repubblicano di Ciampi. ( … )


Siamo dunque al bivio? Se l’effetto delle devastanti, per le istituzioni del bel paese, sortite dell’egoarca hanno tale potere sulla (g)gente, mediatizzata abbondantemente nel corso degli ultimi decenni, senza freno alcuno, senza regole, si è di già realizzato ed ha preso corpo il “ cittadino nuovo “ dell’era dell’egoarca?
Ne ha ben scritto, paventandolo, Giorgio Bocca nel suo ultimo volume “ L’Italia l’è malada “:

“ ( … ) Quale sarà il cittadino ideale della repubblica berlusconiana? Uno che si sceglie il giudice gradito grazie alla legge Cirami, cioè un giudice non ‘ comunista ‘, uno che rimanderà al mittente le rogatorie di giudici stranieri perché anche francesi, svizzeri, tedeschi eccetera possono essere dei giustizialisti e complottardi; un vero patriota anche se alleato ai leghisti della devolution per cui la bandiera tricolore va appesa nel cesso, uno senza regole nei suoi affari ma che, al motto di ‘ meno stato e più mercato ‘, non pagherà le tasse in attesa che la maggioranza voti il loro taglio, che conterà sui condoni, troverà il modo di non fare alcun servizio militare, ma sarà filoamericano e per la guerra preventiva, sarà anche filorusso nel senso di filomafia russa e ammiratore di Putin.
Sarà difensore della libertà ma vorrà riscrivere i libri scolastici per purgarli delle incrostazioni marxiste.
Solidale con gli operai purché vadano buoni buoni in cassa integrazione e non disturbino con i blocchi stradali, sarà per la tortura della 41 bis, la legge per il carcere duro e durissimo, ma alleato dei mafiosi nei buoni affari, sarà per la cancellazione di ogni parvenza di diritto internazionale ma per le Nazioni Unite al servizio dei più forti, per la scuola privata sovvenzionata dallo stato, per i ticket sanitari a pagamento, rispettoso del Sant’Uffizio ma divorziato, drogato ma amico di San Patrignano, insomma un uomo tutto d’un pezzo.
Sarà anche amico dei terzisti, cioè quelli che dicono di stare nel mezzo mentre stanno a destra. E’ possibile stare nel mezzo quando di fatto si sta con la destra? ( … )


Pare proprio di sì; è comparso sulla scena del bel paese “ l’uomo nuovo “, scientificamente definibile “ homo ridens ridens “. Si salvi chi può!

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 da La Stampa    - 02-03-2005
Marco Revelli


Nato da un plebiscito, l’imperfetto sistema politico emerso dalle contorsioni degli anni novanta è approdato a una forma di democrazia plebiscitaria, sempre meno democratica e sempre più plebiscitaria. I partiti non sono certo scomparsi (è scomparsa la «democrazia di partito», ma la centralità dei partiti non è stata neppure intaccata), si sono limitati a spostarsi più in alto, fuori della nostra portata, e più «a monte»: là dove si decide chi dovranno essere i decisori in lizza tra loro; là dove si formano le candidature per l’oligarchia decidente. Il «sistema» non si è «aperto», si è al contrario verticalizzato. Si spiega così quel risultato, ben messo in evidenza da Paolo Flores nel paragrafo dedicato a Le macerie del regime, che è appunto l’approdo a una «partitocrazia d’antan», più feroce ancora della pur soffocante partitocrazia anni-ottanta. E quella paralisi nell’osmosi tra movimenti della società civile e rappresentanza politica, che tante volte abbiamo evocato come possibile terapia per le malattie della nostra sinistra.

Ormai bisognerebbe forse ammetterlo con schiettezza: della vecchia (e improponibile) forma-partito abbiamo perso le virtù (che pure c’erano), ma ne abbiamo mantenuto (quasi) tutti i vizi. L’assunzione di «primarie vere» che «rimettano cencretamente in questione la forma-partito» potrebbe certo correggere questa distorsione mortale; potrebbe mettere «il piede tra la porta» per impedire che il sistema dell’oligarchia si richiuda su di noi come il mare si richiuse sulla nave di Ulisse (e dovremo imporle, ne sono convinto, in un corpo a corpo furibondo con i tanti guardiani dei fari ciechi che vigilano ai cancelli del professionismo politico). Ma sono altrettanto convinto che se non faremo saltare contemporaneamente il muro di cinta del maggioritario, ogni discorso sull’introduzione di forme sia pur parziali di «democrazia partecipativa» resterà un flatus vocis. Tanto più che quella mutazione genetica del nostro sistema politico che tanto ha fatto per recidere i residui legami tra la sinistra italiana e il suo (ormai terribilmente logorato, bisogna dirlo) radicamento sociale, è stata invece decisiva per favorire - e in qualche modo produrre - l’emergere del suo antagonista polare, del berlusconismo. Ne è stata la condizione essenziale per strutturarne l’habitat, legittimarne lo «stile», eliminare gli anticorpi che avrebbero potuto ritardare il contagio...

Nel plebiscitarismo egemone, nella personalizzazione spinta del protagonismo politico, nella verticalizzazione oligarchica delle principali funzioni politiche, la figura del demagogo e la forma di potere del patrimonialismo finiscono per prevalere. O comunque per essere favorite. In un universo politico nel quale la sfera pubblica dei soggetti collettivi viene travolta dalla logica tutta «privata» del protagonismo individuale, chi è dotato delle risorse strategiche che nella «sfera privata» fanno la differenza (il denaro, in primo luogo, e il potere della comunicazione non mediata pubblicamente), finisce per prevalere. Né, in questa sfera, vigono meccanismi di controllo e di stigma, regole di correttezza o semplicemente di buon gusto, principio di responsabilità. Qui paga l’istantaneità, la spettacolarità, anche del gesto volgare, della piroetta e del pernacchio, tanto più se sostenute e confermate dall’ostentazione di un potere irraggiungibile per i comuni mortali. Dalla dimostrazione del proprio essere, come l’antico principe, legibus solutus.

Qui, sul terreno dell’oligarchia plebiscitaria e patrimonialistica, la violazione delle regole, anziché delegittimare finisce per confermare il potere. Per funzionare da meccanismo di legittimazione. Fare senatore il proprio cavallo, trasformare in innocente un corruttore, lasciare a piede libero un colluso, oltre la soglie della responsabilità pubblica, su quel terreno infido in cui cadono i confini tra sfera pubblica e sfera privata, e dove la democrazia rappresentativa si confonde con l’impiego spettacolare del consenso ad uso dell’élite del potere, premia. Diviene simbolo ostentato di onnipotenza, tanto più se intorno si muove un universo di cortigiani anziché di cittadini. Di «servi contenti» anziché di elettori consapevoli. Linguaggio delle cose e dei simboli, contro cui poco può il bon ton dell’opposizione, sempre incerta se denunciarne gli eccessi o se emularne le performances.

Si spiega forse così l’apparente imbarazzo - e anche l’assenza di indignazione, di senso dello scandalo, di genuina e fondata intransigenza - con cui i Fassino e i D’Alema, i Rutelli e i Marini si misurano con l’«eccesso» Berlusconi, in qualche modo indifferenti all’anomalia italiana. Al suo grottesco e al suo tragico. E alla fine, dopo qualche garbata rimostranza, sembrano assimilare l’inassimilabile, declassare come errore politico o alternativa criticabile ma tollerabile veri e propri attentati costituzionali, dimostrazioni di inciviltà, oltraggi al comune senso del pudore, o anche solo al senso comune... Perché non esiste linguaggio politico capace di contenerli, certo. Ma forse anche perché consapevoli di esserne stati se non i padri, i padrini. Di aver tenuto essi stessi a battesimo il mostro, aprendogli la strada istituzionale. Professionisti della politica improvvidi e imprevidenti.

E anche perché convinti, alla fin fine, che quel sottofondo limaccioso cui la riforma del sistema politico italiano ha lasciato via di spurgo, corrisponda in qualche misura ai vizi profondi di una parte, non minoritaria, di identità italiana. Che quella incapacità a misurarsi con il «discorso pubblico» e quella disponibilità ad arrendersi al volgare, allo spregevole e al superficiale, di tollerare la menzogna sistematica purché utile e l’arroganza ostentata, purché sostenuta da denaro e potere, costituisca uno zoccolo duro (un pezzo della gobettiana «autobiografia della nazione»), con cui non è bene confliggere frontalmente. Che potrebbe, domani, depurata dei suoi tratti più rivoltanti, esser vezzeggiata e usata da una nuova oligarchia. Per questo condivido con Paolo Flores il suo timore che i guasti di Berlusconi restino a lungo, in sospensione, nel clima politico-culturale italiano (che le «meta-macerie» costituite da un senso comune democratico «sovvertito e massmediaticamente indotto» in un mondo alla rovescia continuino a ingombrare il campo anche dopo un’eventuale vittoria elettorale dell’Unione). Insomma, che nel nostro futuro possa incombere anche il rischio di un «berlusconismo senza Berlusconi».

1 marzo 2005


 ilaria ricciotti    - 02-03-2005
Spero proprio che quanto preannunciato da Revelli non si avveri. Sarebbe il colmo dei colmi continuare, sconfitto il berlusconismo, con quella che è e spero si possa dire è stata soltanto una brutta pagina politica del Bel Paese e non una filosofia politica.
Inoltre se una parte di tale ideologia ha raggiunto il primo strato epidermico, dell'organismo, è necessario sudare molto ed espellere ciò che potrebbe arrecare danni irreparabili alla nostra salute.
In che modo?
Riportando alla luce quei valori che il berlusconismo ha interrato.