Storia del socialismo democratico
Gaetano Arfè - 29-01-2005
L'articolo che segue è apparso oggi su Rinascita.
Ringraziamo l'autore, che ce ne autorizza la pubblicazione, regalandoci un' analisi storica lucida, appassionata, aperta al futuro.


Il giudizio espresso da Rutelli sulla socialdemocrazia, di cui non è difficile identificare - ma non ne vale la pena - il movente tattico e l'ascendenza culturale, ha dato la stura a una sequela di repliche e di dichiarazioni che hanno un tratto comune: l'ignoranza di quello che il socialismo democratico ha rappresentato nella storia della civiltà europea. Perfino un intellettuale, di professione filosofo, e che non è Buttiglione, in una fugace frase celata in una frettolosa intervista si è allineato nella banalità del giudizio con il presidente di quell'originale fiore di cultura politica che è la Margherita.
E' una ignoranza che mette conto di notare e di sottolineare perché in essa sta la ragione per la quale la sinistra italiana ha visto dissolversi la propria autonomia culturale con le conseguenze che vistosamente emergono sul piano politico.

Premetto che la distinzione tra socialismo e socialdemocrazia non ha nella storia fondamento dottrinale e politico. Se ne distingue il socialismo revisionistico che è la teorizzazione senza riserve della pratica riformistica adottata dai partiti della Seconda Internazionale. L'uno e l'altro furono brutalmente sconfitti dalla prima guerra mondiale e la loro sconfitta segnò anche la rottura del processo lento e anche torpido ma reale, tendente a instaurare rapporti di compenetrazione crescente tra i paesi europei nel segno della civiltà liberale. La guerra fu la matrice del bolscevismo, del fascismo, del nazismo e di quello che ne è seguito.
Risorto faticosamente, ma straziato dalla guerra, amputato delle sue avanguardie dalle scissioni promosse dalla Terza Internazionale, divenuto bersaglio principale del fascismo e del comunismo, il socialismo democratico ebbe vita stentata e difficile negli anni tra le due guerre: vide via via soffocati con la violenza e cacciati nella illegalità i partiti italiano, tedesco, austriaco e l'occupazione nazista dell'Europa disperse nella clandestinità i suoi resti. Sui postumi del conflitto, che aveva lacerato tra i paesi d'Europa e all'interno di ciascun paese il tessuto della comune civiltà, calò la guerra fredda, che nella sua prima e più gelida fase ridusse entro limiti assai stretti i margini di autonomia del socialismo, fece calare su di esso, scrisse l'austriaco Bruno Kreisky, una sorta di "sovraideologia" nella quale il tratto dominante era quello di difendere l'Occidente europeo dalla minaccia del comunismo staliniano. E fu lo stesso Kreisky, con Brandt, con Palme, tra i protagonisti di una battaglia, rimasta inconclusa, rivolta a restituire al socialismo una sua autonoma funzione nell'Europa e nel mondo.

Il dato che da questo rapidissimo richiamo traspare è che a ogni sconfitta del socialismo ha corrisposto una sconfitta della democrazia europea e il dato non è casuale. A partire dal suo sorgere il socialismo è stato in Europa la fonte di un'etica; una scuola, la più alta, di cultura politica che ha elaborato criteri di metodo rimasti insuperati per la interpretazione dei fenomeni sociali e politici; il centro da cui sono partite direttive di azione che hanno concorso a trasformare la società europea e a liberalizzarne le istituzioni; la forza che più di ogni altra ha unito in indissolubile e mai rinnegato nesso i principii professati e l'azione praticata.

Negli anni che corrono tra il calare del XIX secolo e lo scoppio della "grande guerra" il socialismo di ispirazione marxista promuove e guida il processo di nazionalizzazione democratica delle masse e il loro inserimento nella vita della nazione scontrandosi duramente con la opposizione delle oligarchie conservatrici: la resistenza alle leggi antisocialiste nella Germania bismarckiana, la scelta di campo in Francia di fronte al caso Dreyfus, la lotta contro la reazione in Italia iniziata coi fasci siciliani e culminata negli eccidi milanesi del '98 hanno tutte lo stesso inequivoco segno.
Nel nuovo secolo l'agitazione contro la guerra è lunga e ininterrotta, si esprime in documenti congressuali della Internazionale ma anche in opere di alto livello scientifico divenute classiche nella storia delle dottrine politiche ed economiche, che affrontano i problemi del colonialismo e della sua incorreggibilità, delle "questioni nazionali" che fermentano negli stati europei, della degenerazione imperialistica del capitalismo che provocherà, se incontrastata, una guerra devastante il cui sbocco potrebbe essere non il crollo del sistema, ma l'insorgere di regimi reazionari di massa, sciovinistici e razzisti. Nel corso della guerra partiranno dal socialismo internazionale i tentativi di arrivare a una pace "senza vincitori, né vinti", dal suo corpo fiaccato verrà il sostegno alla proposta del presidente americano Wilson. Dalle classi dominanti verrà la pace di Versailles, di sopraffazione e di vendetta dei vincitori sui vinti. Hitler ne sarà il beneficiario.

Il socialismo europeo solidarizzò con la rivoluzione russa e condannò le politiche di aggressione armata dall'esterno e dall'interno contro il nuovo regime ma ne previde anche, per la immaturità delle condizioni oggettive, per le idee cui si ispirava e per i metodi posti in opera, una involuzione "bonapartista", vale a dire dispotica e poliziesca, destinata a sfociare in una fosca dittatura della casta burocratica che aveva conquistato il potere. Dalla risorta e fragile Internazionale partì anche la denuncia, documentata, argomentata e continuata della natura del fenomeno fascista e la denuncia del pericolo che esso rappresentava per la libertà e la pace d'Europa e questo mentre l'Internazionale comunista teorizzava e traduceva in atti politici la tesi aberrante del "socialfascismo", della equivalenza tra socialismo e fascismo e le gerarchie cattoliche solidarizzavano coi fascismi nella intera Europa, a cominciare dall'Italia.
Fu il governo laburista inglese a smantellare il suo impero coloniale, fu la socialdemocrazia svedese a costruire un modello di governo fondato sulla compenetrazione tra libertà e giustizia, furono i partiti socialisti a dare un apporto decisivo alla costruzione in Europa di quella è stata definita la società del benessere. Gli ultimi tre grandi della socialdemocrazia europea, Brandt, Kreisky e Palme, rimasti purtroppo senza eredi, restano nella storia non solo per il contributo dato, senza capitolazioni, alla causa della "distensione" tra i blocchi contrapposti ma hanno posto anche come problema dominante dell'intero pianeta il problema del rapporto Nord-Sud, tra i ricchi e i poveri del mondo non in termini assistenziali ma come riconoscimento di una necessità storica che condiziona le sorti della umanità.

Entrano nel filone del socialismo, sono omogenei alla sua cultura e al suo ethos politico, i problemi che minacciano oggi la sopravvivenza del genere umano a una distanza valutabile forse addirittura in decenni: la salvaguardia dell'ambiente, il bando alle guerre, la lotta agli ormai insostenibili squilibri tra i paesi dell'opulenza e quelli della fame , la restaurazione della dignità del lavoro.
Questa storia è fatta anche di ombre ma ciò non offusca il fatto che il socialismo è stato fonte di un'etica che ha integrato e superato quella liberale e quella cattolica, ha costruito una cultura che ha dato il contributo più organico e più avanzato alla conoscenza delle tendenziali linee di sviluppo della società capitalistica, ha creato una tradizione che si colloca tra le altre due grandi componenti della civiltà europea, quella cristiana e quella liberale e, a mio meditato anche se partigiano giudizio, vi primeggia per nobiltà di spiriti e per vitalità di idee. Il socialismo ha alle proprie spalle errori e debolezze da riconoscere, nessun crimine di cui pentirsi, ha un patrimonio di valori, di idee, di esperienze dal quale c'è ancora molto da attingere.

Il fatto che in Italia, un paese dove originale, variegata e ricca questa tradizione è stata non esista un robusto partito che a quella tradizione si richiami è un paradosso della storia cui corrisponde un marasma della politica. Il risultato visibile è che ci troviamo di fronte a un carnevale d simboli insignificanti, di nomi assurti a simboli-parodia posto-moderna del "culto della personalità"- di sigle incomprensibili che autorizzano ogni trasformismo e coprono ogni cialtroneria. E così, di fronte a un governo che corrode la coscienza nazionale, che corrompe l'intera società, che insidia le nostre libere istituzioni c'è una opposizione che sta dando di sé, fatte poche e rispettabili eccezioni, uno spettacolo miserando e tra le tante manifestazioni c'è anche quella che mi ha indotto a scrivere: la convinzione che la liquidazione del socialismo e di tutto quello che esso ha rappresentato e rappresenta nella storia sia manifestazione di modernità, renda elettoralmente e soprattutto valga a marcare le distanze rispetto a chi, nell'ambito dello stesso schieramento, non è disposto a far getto di un passato che ancora si proietta verso l'avvenire.
A me capita con frequenza, in virtù della mia vecchiezza, di ricevere lettere e telefonate di giovani, oltre che di non giovani, i quali mi hanno conosciuto o mi incontrano nei loro studi o sulle pagine di fogli politici e mi comunicano i loro dubbi, le loro amarezze, domandano dove collocare le loro speranze. A tutti io dico che i loro dubbi e le loro amarezze sono anche i miei e che la mia ragionata speranza è riposta in loro perché sono sicuro che fin quando l'umanità avrà vita le cose giuste non cesseranno mai di vivere e troveranno sempre uomini e donne capaci di tutto offrire e tutto soffrire perché le porte dell'inferno, secondo l'antico motto, non abbiano a prevalere. E' una lotta che non avrà mai fine, ma chi ha il dono di sentirsi chiamato a parteciparvi può portarvi la certezza che non trionferà mai ma non sarà mai vinto.
Nella storia la bandiera di questa lotta da un secolo e mezzo ha preso il nome di socialismo.



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