Fascisti brava gente?
Anna Pizzuti - 26-01-2005
Se lo Stato nazionale domina, nonostante l’insurrezione, la situazione che si è creata, e ha la possibilità e la capacità di esaurirla in breve termine, allora può discutersi e forse anche negarsi l’esistenza di un Governo di fatto insurrezionale. Ma quando tale capacità non esiste, quando il Governo legittimo è addirittura alla mercé del nemico, e l’autorità del Governo insurrezionale si consolida nei suoi ordinamenti, e la sua vita è di non breve durata, allora non è più possibile negare a quest’ultimo il carattere di un Governo di fatto, secondo i principi comunemente accolti nella dottrina internazionalistica. Pertanto deve concludersi che la Repubblica sociale italiana era retta da un Governo di fatto dalla quale nozione scaturiscono le conseguenze giuridiche che tra breve saranno esaminate. Una di queste conseguenze logiche e giuridiche è il riconoscimento della qualifica di militari belligeranti della RSI.
Dalla relazione introduttiva alla presentazione, in commissione difesa, del Ddl n.2244 (Riconoscimento della qualifica di militari belligeranti a quanti prestarono servizio militare dal 1943 al 1945 nell' esercito della Repubblica sociale italiana).

«La destra italiana non ha avuto responsabilità nello sterminio degli ebrei, l'Italia fascista non condivise le leggi razziali e Almirante salvava gli ebrei» Domenico Gramazio, sulla porta del Museo della Shoah a Tel Aviv.

«Ricordare per non ripetere gli errori del passato è un monito vuotamente retorico e inutile (…) Della Giornata della memoria possiamo quindi tranquillamente fare a meno.». Giampaolo Valdevit.

Leggo le prime due citazioni ordinate come in una somma, il cui risultato è la terza. Che le riassume e dà loro legittimazione.

E perciò, ancora una volta – quando non si pensava proprio che ce ne fosse più bisogno – ci ritroviamo a dover riandare indietro, ad estrarre dal libro della Storia, alcune delle pagine che vengono sottoposte a “revisione”, durante l’oscura stagione politica che stiamo attraversando.

Andiamo a guardarli da vicino, i militari belligeranti della Repubblica di Salò, per scoprire che tra i corpi più attivi c’erano le SS italiane. “Perché tanti italiani - circa ventimila – nel vortice del conflitto che insanguinò la nostra Patria, giurarono fedeltà alla Germania nazista, ponendosi agli ordini di Adolf Hitler ?” si chiede Arrigo Boldrini nella prefazione al libro di Primo De Lazzari, Le SS italiane. Indossavano divisa tedesca, armi tedesche. Sul cinturone la sinistra fibbia con il teschio incrociato dalle ossa. L'unica differenza: le mostrine rosse sulla giubba. Ma in italiano era il loro giuramento:
«Davanti a Dio presto questo sacro giuramento: che nella lotta per la mia patria italiana contro i suoi nemici, sarò in maniera assoluta obbediente ad Adolf Hitler, supremo comandante dell'esercito tedesco, e quale soldato valoroso sarò pronto in ogni momento a dare la mia vita per questo giuramento».
Uccisero i loro connazionali a Sant'Anna di Stazzema, a Marzabotto, a Fivizzano, a Bucine, a Cavriglia, a Civitella della Chiana e altrove. Ci sono le testimonianze dei sopravvissuti che hanno raccontato il loro stupore sentendo quei massacratori parlare la loro lingua, qualche volta addirittura con inflessioni locali.

Torturatori e persecutori degli ebrei. Ed anche qui sono i documenti a parlare. Con chiarezza.

Dalla normativa antiebraica italiana sui beni e sul lavoro (1938-1945)
(dal “Rapporto generale” della Commissione Anselmi)

1.b. Arresti, deportazioni, eccidi

Per parte italiana, gli arresti di ebrei non erano di competenza di sezioni di polizia specializzate; essi facevano capo alla Direzione generale della pubblica sicurezza insediata a Valdagno, in provincia di Vicenza, ovvero al capo della polizia e al Ministero dell’interno insediati a Toscolano Maderno, sul lago di Garda in provincia di Brescia. La Direzione generale per la demografia e la razza del Ministero dell’interno e poi il nuovo Ispettorato generale per la razza della Presidenza del consiglio dei ministri non ebbero mai competenze sugli arresti.
La politica antiebraica della Rsi giunse a un primo punto fermo il 14 novembre 1943, quando, a Verona, la prima assemblea del nuovo Partito fascista repubblicano (Pfr) approvò un “
manifesto programmatico” il cui punto 7 stabiliva: “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”. Il 30 novembre il ministro dell’Interno diramò l’” ordine di polizia” n. 5 che disponeva l’arresto e l’internamento di “tutti gli ebrei, [...] a qualunque nazionalità appartengano” e il loro internamento “in campi di concentramento provinciali in attesa di essere riuniti in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati”. Dal 1° dicembre 1943 i prefetti (ora denominati capi delle province) della Rsi cominciarono ad allestire i campi di internamento provinciali (talora adibendo allo scopo carceri o edifici delle comunità ebraiche) e i questori iniziarono a effettuare gli arresti.
Anche da parte italiana, tra i corpi che contribuirono con un apporto specifico relativamente consistente all’arresto degli ebrei vi furono quelli incaricati della sorveglianza al confine con la Svizzera. Fiero dei cinquantotto arresti eseguiti “
dai primi di ottobre ad oggi” e dei “rilevanti valori” sequestrati in tali occasioni, il 12 dicembre 1943 il comando della II legione “Monte Rosa” della Guardia nazionale repubblicana confinaria scrisse al capo della provincia di Como: “E’ così che la corsa verso il confine degli ebrei, che con la fuga nell’ospitale terra elvetica –rifugio di rabbini- tentano di sottrarsi alle provvidenziali e lapidarie leggi Fasciste, è ostacolata dalle vigili pattuglie della Guardia Nazionale Repubblicana che indefessamente, su tutti i percorsi anche i più rischiosi, con qualsiasi tempo ed in qualsiasi ora, con turni di servizio volontariamente prolungati vigilano per sfatare ogni attività oscura e minacciosa di questi maledetti figli di Giuda

Tratto da http://www.cdec.it/memoria/Normativa.doc


Se fosse ancora vivo, chissà se lo stato di militare belligerante sarebbe concesso, all’atto dell’approvazione del disegno di legge, anche a quel tale Mario Carità, comandante dell’ "Ufficio politico investigativo", interno alla 92° legione della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale costituitasi a Firenze nel settembre del 1943 e torturatore efferato, insieme ai suoi sottoposti, di uomini, donne, bambini. Ed ai soldati della legione “Monte Rosa”?

E’ la Storia la base della memoria. Ci credo ancora. Ma anche la letteratura fa la sua parte. Uno dei libri più amati, nella mia adolescenza, fu “Il sentiero dei nidi di Ragno” di Italo Calvino. Rispondeva, allora allora, al mio modo quasi “romantico” di scoprire e conoscere la guerra di liberazione. Pin avrei voluto essere io. Rileggerlo oggi ci aiuterebbe a comprendere che Calvino, come Levi, come tutti coloro che hanno il dono tragico di saper guardare al passato per difendersi dai tradimenti del futuro, aveva fornito una risposta definitiva contro il revisionismo.
Ne ragionano insieme, durante una lunga marcia notturna, il comandante della brigata Ferriera -operaio logico, concreto, simbolico portabandiera della classe liberatrice- e il commissario politico Kim -studente di psichiatria in cerca di spiegazioni non convenzionali, che diano un senso anche alla lotta dei "senza patria", di quelli che combattono forse senza sapere il perchè e che magari "un'impennata dell'animo" (sono ancora espressioni di Calvino) ha spinto dalla parte sbagliata-. E' possibile che gli inizi siano stati gli stessi per entrambi, spiega Kim. Ma a separare nettamente gli uni dagli altri, c'è "la storia": la storia conferisce un senso giusto alla violenza ed al furore degli uni; la stessa storia spinge gli altri nel vortice distruttivo degli "inutili furori", della violenza senza fondo che riproduce l'oppressione e la schiavitù all'infinito. Da una parte c'è "il giusto", dall'altra "lo sbagliato". Dimenticare questa semplice, terribile differenza, significa smarrire il senso della storia. Ciò che Calvino ci ricorda, in sostanza, è che dietro il più idealista combattente delle Brigate nere c'erano le stanze di tortura, le deportazioni, i campi di concentramento, le camere a gas e i crematori; mentre dietro il partigiano più ladro e più ignaro c'era un grande movimento di uomini e donne in lotta per una società pacifica, democratica e, per quanto possibile, giusta.” ( Divisi dalla storia : La Resistenza e il fascismo di Salò nel dibattito sul revisionismo in Italia di Guido Pisi )

interventi dello stesso autore  discussione chiusa  condividi pdf

 Emanuela Cerutti    - 27-01-2005
Pisi conclude il suo saggio con un moto di speranza, una di quelle intuizioni che stanno tra l'analisi e la percezione della realtà. Dice: Se oggi, immaginando di trovarsi al posto di Pin in quel tempo lontano, un ragazzo italiano non crede che anch'egli sarebbe salito in montagna lungo "il sentiero dei nidi di ragno" per unirsi ai partigiani, allora vuol dire - non solo - che si interpreta male il passato ma - anche - che la giustizia e la libertà oggi stanno perdendo valore e interesse.
Non so quale ragazzo italiano avesse in mente, mentre scriveva, ma so che i molti che noi abbiamo nel cuore ci stanno chiedendo di non barattare i sogni con la realtà, di non rinunciare alla forza e alla passione delle idee, di non svendere ideali per abbagli, esattamente come succedeva a noi. Ragazzi di ieri che tradiremmo noi stessi se confondessimo il cambiamento con la menzogna, e, della montagna, conservassimo solo cartoline.
Un grazie ai Pin che, oggi, fanno da apripista. In mezzo al profumo dei fiori.

 ilaria ricciotti    - 28-01-2005
Alcuni deportati, ancora vivi, ricordando i campi di lavoro e/o di sterminio dicono che tra l'altro ricevevano "PUGNI, CALCI, E BASTONATE".

PUGNI, CALCI E BASTONATE erano anche metodi usati dai molti "bravi fascisti italiani" che avevano imparato bene l'arte dai loro alleati.

Ed ancora oggi c'è qualcuno che afferma che tutto ciò non è vero!

La perversione e l'accanimento verso chi non accettava di persarla come loro era in essi congenita, tanto che usavano anche la pratica di far sbranare dai cani "la brava gente" indifesa, innocente ed amante della Libertà. Anche donne, vecchi e bambini.

Le leggi razziali dei nostri "bravi fascisti" erano e sono una vergogna che non si può negare. E' una mostruosità. Punto.

 Anna Pizzuti    - 28-01-2005
Sempre sul Rapporto generale della Commissione Anselmi mi sembrano interessanti le informazioni e le valutazioni di Aurora Delmonaco reperibili sul sito del a href="http://www.landis-online.it/Materiali/DelmonacoCommAnselmi.htm" target="_blank">Landis delle quali estraggo la prima parte.

Il 1° dicembre del 1998 la Presidenza del Consiglio dei Ministri istituì una Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati, presieduta dall’on. Tina Anselmi, presidente onoraria dell’Insmli, di cui il LANDIS fa parte. La Commissione terminò i lavori il 30 aprile 2001, con un Rapporto generale, pubblicato a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per l'Informazione e l'Editoria, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 2001 (540 pagine), a cui è allegato un CD per la consultazione dell’enorme mole di documenti raccolti. Tale pubblicazione, tirata in 200 copie per la presentazione pubblica, e poi prevista in 3000 esemplari destinati a realtà istituzionali, non è di facile reperimento. Per breve tempo il Rapporto fu consultabile sul sito della presidenza del Consiglio, da cui scomparve. Ora è presente sul sito cittadinolex*

Si può provare a chiedere copia del rapporto alla Presidenza del Consiglio – Dipartimento per l’informazione e l’editoria – Ufficio Relazioni con il Pubblico, tel. 06 85983016, fax 06 8598314.

Si tratta di una ricerca durata due anni e mezzo, a cui hanno collaborato Enti pubblici e privati, banche, singoli cittadini, storici, funzionari dello stato, esperti di diverse realtà, allo scopo di aprire piste per la ricostruzione del quadro generale dei danni derivati dalle leggi razziali nei periodi 1938-1943 e 1943-1945. Nonostante l’enorme molo del lavoro compiuto, lo squarcio che si apre sul periodo non è certo completo.

La Commissione, perciò, nelle sue Conclusioni chiese al Governo che si continuasse nell’opera di chiarimento delle dimensioni della tragedia, agli Archivi di conservare e salvare quanto ancora rimane della documentazione relativa all’argomento, ma soprattutto, "in materia di conservazione della memoria e di promozione educativa: 1. che le istituzioni pubbliche e private operanti nel settore culturale e scientifico sviluppino la ricerca storica sulla persecuzione antiebraica fascista e nazista in Italia; 2. che il Governo, avvalendosi anche di strutture pubbliche e private già operanti in questo campo, sostenga esperienze didattiche e divulgative su tale tema ampliando questi interventi ai temi del genocidio e del razzismo dell’età contemporanea; sostenga tutte le iniziative che, anche attraverso la conservazione della memoria delle vittime della Shoà in Italia, operano per creare una coscienza civile ed una attitudine permanente e consapevole al rispetto dei diritti personali e sociali."


 ilaria ricciotti    - 29-01-2005
Ma cìè ancora oggi qualcuno che non ama questi discorsi, non ascolta la storia e le tante storie di testimoni, non di parte, ma che hanno vissuto sulla loro pelle le tantissime atrocità provocate dal nazi-fascismo.
Speriamo che esse non si ripetano più!- è il grido di noi popoli democratici e civili. Ma di fatto, in tante parti del mondo esse vengono, ancora messe in pratica con molta disinvoltura e con il plauso di governi apparentemente democratici.