Non hai avuto la gioia del successo - gli faccio - questo è vero, ma non t’è nemmeno capitata la vergogna della disfatta nella quale rischiamo di affondare". Mi pare che annuisca. Sarebbe bello se alla Camera del lavoro, nata cento e undici anni fa per merito di uomini come lui, qualcuno trovasse un po’ di spazio per un nome su una targa: Napoleone Brambilla, un operaio milanese tra tanti napoletani. "/>
La nostra Camera del Lavoro
Giuseppe Aragno - 06-01-2005
- Ancora Bergamasco e Brambilla! - esclamava mio figlio - ma quando la smetti con i tuoi “sovversivi”? Vivi fuori del tempo.
Ero giovane allora, lui ragazzo, e sorridevo ancora. Oggi, se mi guardo attorno, l’amara conclusione è che avesse ragione. Mi rimangono, dei percorsi intricati che segue la ricerca, il poco che ho scritto e il molto che ho incontrato. Che faccio, lo porto con me? Eppure, se la Storia è alla fine un insieme di storie, uomini ne ho incontrati da non far morire e storie ne ho ricostruite da voler raccontare.

Una - si lega per vie traverse ad una Epifania persa nella nostra corta memoria storica - una mi vien voglia di raccontare, perché non muoia del tutto il caso singolare di un calzolaio milanese che a fine Ottocento qui, nella nostra città disoccupata trova lavoro e mette radici. Napoleone Brambilla, calzolaio socialista - circolo operaio di Milano, scuola Turati e un cognome che lombardo di più non si può - ti viene ancora oggi incontro come prendi la via che conduce alla nascita del sindacato a Napoli; ed è un bel vedere, oggi che Bossi e compagni cianciano di Padania, con quanto cuore e passione stringe rapporti d’amicizia con operai socialisti d’altra scuola, più spinta, più rivoluzionaria, come accade ovunque c’è grande disgregazione, che intendono però la storia nella stesso modo e sentono sulla pelle i colpi di un capitalismo che - la storia si ripete - vive di leggi del mercato e fa guerra allo stato sociale: Cetteo De Falco, Ferdinando Colagrande, Gaetano Balsamo, nomi che non dicono più nulla, uomini ai quali la questura “fa la posta”. Sindacalisti. Quanto basta nella Napoli “liberale” per finire in galera o al domicilio coatto. Come cambiano i tempi e quante volte occorre perdere ciò che si ha per riconoscerne il valore!

Il 6 gennaio del 1894 - chi vuoi se ne ricordi? - nasce a Napoli la Camera del Lavoro. Brambilla ne è qualcosa in più che un semplice dirigente. Compare come altri nella Commissione Esecutiva che ne firma l’atto di nascita in Via Banchi Nuovi, ma se la Camera nasce quel giorno è perché, assieme ad un manipolo di compagni napoletani, ci ha perso il sonno e la salute. Firma in quel 6 gennaio, Brambilla, la firma è ancora leggibile nell’atto notarile, ma ha l’animo in tumulto: troppe strane manovre, troppi sguardi indagatori, troppi questurini in borghese per sentirsi tranquilli. E non ha torto a starsene defilato e a non tornare a casa quella sera. Il giorno dell’Epifania del 1894, che vede nascere a Napoli ufficialmente il sindacato, è il giorno di una “retata” micidiale, che coglie nel sonno dirigenti e militanti anarchici, socialisti e repubblicani. Tutti dentro: Crispi fa a Napoli le prove generali delle leggi speciali che si accinge a varare. Brambilla sfugge all’arresto e ricompare quando l’aria torna respirabile, ma al processo ci va e rintuzza l’accusa che vuole i socialisti in galera per complicità con gli anarchici in un inesistente “progetto rivoluzionario”: “socialisti e libertari - spiega pacato al giudice - sono divisi da inconciliabili differenze teoriche e separati da profonde divergenze nell’azione concreta. Tra loro non può esserci comunanza”. E’ la cultura operaia che si presenta al giudice borghese, uomo di parte e servo del potere - così lo vorrebbero oggi certi riformatori - e il magistrato non ha che opporre, se non una condanna ingiusta sulla base di prove costruite ad arte.
Brambilla non giunge per caso così preparato al processo. E’ un vecchio militante che ha ormai nel sangue la cultura del movimento. A Napoli dal 1890, ha fondato e diretto una società di calzolai che si è subito indirizzata verso la resistenza e dal 1891 figura negli elenchi della Questura: uno dei “sovversivi” più pericolosi del Circondario, perché ha messo insieme con alcuni compagni i delegati di sessanta società operaie convincendoli ad impegnarsi perché a Napoli nasca una Camera del Lavoro. E’ uno che non ha paura, tant’è che, fondando col tipografo Colagrande ”Il Secolo dei Lavoratori”, un giornale operaio che dà voce agli sfruttati, pesta i piedi agli sfruttatori. I padroni, irritati, si fanno sprezzanti e definiscono il giornale “organo degli straccioni” ma Brambilla non ci gira attorno: “questo epiteto - scrive - o signori, ci fa essere più alteri, più coraggiosi nel dir la verità. La parola straccioni tanto vale per noi, quanto quella di cavaliere per voi. Noi siamo gelosi dei nostri cenci onorati”.
Cultura operaia, che nasce dalla lotta e che abbiamo dimenticato. Le nostre origini, di cui Brambilla, e tanti lavoratori come lui, custodiscono il seme e sono modello con la loro storia. Storia semplice, di lotta contro lo sfruttamento, di principi egualitari e di solidarietà di classe. Storia esemplare, della quale vergognosamente c’è oggi chi a sinistra sembra vergognarsi.
E’ Brambilla che, nell’ottobre del 1896, a Firenze, delegato al Congresso delle Società cooperative, dopo che la Questura minacciando e corrompendo, ha imposto alla camera del Lavoro un presidente e un segretario prezzolati e legati a filo doppio alla camorra, trova il coraggio di denunciare le intromissioni e di provocare l’espulsione dell’organizzazione dalla Federazione delle Camere del Lavoro d’Italia. Una denuncia che ovviamente gli costa: sorveglianza stretta, fermi di polizia, perquisizioni e una veloce carriera di “sovversivo pericoloso”, da colpire appena possibile. Ha un grande cuore, ma è un cuore malato, che pena a seguirlo nelle sua battaglia; lui però non si tira indietro. Nel 1897, mentre lavora con Binaschi, dirigente operaio di Milano, alla nascita di una Federazione Nazionale dei calzolai e stringe rapporti con l’organizzazione internazionale della categoria, che ha sede a Bruxelles, si batte per la refezione scolastica e l’abolizione del domicilio coatto. Certo, con la saggezza che nasce dall’esperienza, sostiene con Binaschi che le organizzazioni operaie devono “mantenersi in una linea puramente economica e professionale, imperocché noi conosciamo per esperienza quanto sia nocivo per metodo d’organizzazione il frammischiare a questa la questione politica, mantenendo per base che l’economia unisce, la politica divide”. Quando però si tratta di organizzare una nuova Camera del lavoro, da contrapporre a quella dei “cavalieri e questurini”, non esista a collegarsi apertamente ai socialisti. Non c’è altra via e la nuova organizzazione si afferma e fa paura ai padroni. Lo stato d’assedio a Napoli nel maggio 1898 si spiega anche con questo timore. Il 13 maggio 1898 Brambilla finisce in carcere con molti dei suoi compagni sindacalisti. Non c’è uno straccio di prova, ma basta l’accusa: si preparava la rivoluzione.
A domicilio coatto il sindacalista ci resta per pochi mesi, ma la salute n’è compromessa: Capri o Favignana non fa differenza e ci si sta male, quando si vive con un sussidio di 30 centesimi e non c’è una lira per sostenere il cuore ch’è malato. Il seme però è gettato e i lavoratori non sono disposti ad arrendersi. Ai primi del 1899, dopo un mese trascorso all’Ospedale degli “Incurabili” per ridurre alla ragione il cuore che non vuole più saperne, Brambilla è di nuovo impegnato a tessere la sua trama: società operaie disciolte si riorganizzano, i contatti con i dirigenti del PSI si rafforzano - Andrea Costa è un riferimento diretto - e le elezioni amministrative di luglio si avvicinano. Il movimento operaio è cresciuto ed uomini come lui sono preziosi. Le prime affermazioni sono nell’aria: si avvicina il secolo dei lavoratori.

- “L’uomo trovato morto sotto i portici di San Carlo ieri notte è il noto Brambilla”. Così annota per il Questore la Squadra Politica la mattina dell’otto luglio 1899. Poco prima della mezzanotte il cuore l’aveva tradito. Tornava da un comizio la sera del 7 luglio, quella che chiudeva la campagna elettorale: poche ore dopo migliaia di voti avrebbero premiato il lavoro dei militanti operai.
Non fece in tempo, Brambilla, non lo vide sorgere il sole dell’avvenire, ed ogni volta che ci passo, sotto i portici del San Carlo, mi pare di vederlo e lo saluto: " Non hai avuto la gioia del successo - gli faccio - questo è vero, ma non t’è nemmeno capitata la vergogna della disfatta nella quale rischiamo di affondare". Mi pare che annuisca.
Sarebbe bello se alla Camera del lavoro, nata cento e undici anni fa per merito di uomini come lui, qualcuno trovasse un po’ di spazio per un nome su una targa: Napoleone Brambilla, un operaio milanese tra tanti napoletani.


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