tam tam |  curiosità  |
Tirchierie
l'Unità - 03-01-2005
Il Paese più tirchio del mondo
di Pietro Greco

La società civile è generosa: in una settimana gli italiani hanno raccolto oltre 70 milioni di euro in aiuti per le popolazioni terremotate dell'Oceano Indiano. Ma il governo Berlusconi è decisamente avaro: ha stanziato poco più di 3 milioni di euro (ovvero poco di 4 milioni di dollari).

Un'inezia di fronte non solo ai 370 milioni di euro stanziati dal governo del Giappone o ai 260 degli Stati Uniti, ma anche rispetto ai 71 della Gran Bretagna, ai 59 della Svezia, ai 50 della Spagna, ai 46 stanziati dal governo della piccola Danimarca. Eh sì, con una caduta di stile non inedita, Berlusconi si era vantato che l'Italia era stata la prima a portare soccorso nel Sud-est asiatico colpito dal terremoto e dal maremoto.

La tirchieria del governo italiano, dunque, spicca sia nei confronti della generosità mostrata dalla società civile del nostro paese sia nei confronti della disponibilità di altri governi. Magari - è il caso degli Stati Uniti di Gorge W. Bush ma anche del Giappone - non sempre pronta, non sempre spontanea, non ancora sufficiente eppure, alla fine, incomparabilmente maggiore di quella dell'Italia di Berlusconi.

Non si tratta, qui, di elaborare un'inutile classifica della generosità di governo. E neppure di criticare, per partito preso, il nostro Primo Ministro. Il fatto è che quei soldi - di fronte a 5 milioni di sfollati e a 1,7 milioni di persone affamate - servono. E servono presto. L'avarizia del governo italiano è un piccolo, ma non trascurabile ostacolo alla gestione dell'emergenza in Asia. E una cattiva gestione dell'emergenza, lo ha ricordato l'Organizzazione Mondiale di Sanità può significare altri innumerevoli morti per epidemie. E le epidemie, lo ha ricordato Donato Greco, epidemiologo in forze al Ministero della Sanità italiano, non conoscono confini: se scoppiano in Asia arriveranno anche da noi.

Insomma, l'avarizia del governo italiano non è solo mancanza di solidarietà concreta (e non sarebbe poco), ma è anche scarsa sensibilità per la prevenzione sanitaria.

D'altra parte la clamorosa divaricazione tra la politica dell'annuncio e la politica dei fatti concreti in fatto di aiuti non è una novità per l'Italia. È da quattro anni, ormai che facciamo pessime figure di fronte al mondo.

Ricordate Genova 2001 e il G8 che segnò il debutto sull'arena internazionale del governo Berlusconi? Ebbene a Genova il nostro premier lanciò l'idea di finanziare con soldi nuovi e aggiuntivi la lotta all'Aids, che miete milioni di vittime soprattutto nell'Africa Subsahariana. Per quanto riguardava l'Italia promise 200 milioni di dollari ogni anno. In realtà ne ha versati 100 nell'anno 2002, 100 nell'anno 2003, zero nell'anno 2004 e la finanziaria prevede zero anche per l'anno 2005. Una solenne promessa, testimone tutto il mondo, andata - come spesso succede a Berlusconi - delusa.

Non è la sola nel campo della solidarietà internazionale. La nuova finanziaria ha tagliato fondi per la cooperazione (250 milioni di euro promessi e che non andranno più alle Organizzazioni non governative). E ha tagliato fondi persino per la ricostruzione dell'Afghanistan (47 milioni di euro) e dell'Iraq (30 milioni di euro). Quanto all'Iraq aveva suscitato clamore e persino indignazione la decisione di finanziare con i fondi per la cooperazione la spedizione militare.

D'altra parte le cifre ufficiali dell'OCSE, l'organizzazione dei paesi sviluppati, parlano chiaro: con lo 0,17% del Pil, l'Italia è penultima tra i paesi ricchi in fatto di aiuti allo sviluppo. Solo gli Stati Uniti, con lo 0,12% le stanno dietro. Ma è una bella gara, perché alcuni esperti dicono che con i tagli dell'ultima legge finanziaria la percentuale italiana scenderà allo 0,11% del Prodotto interno lordo. Ultimi in assoluto, tra i paesi ricchi. E sì che Berlusconi a Barcellona nel 2002 aveva impegnato se stesso e il suo governo a portare la quota degli aiuti allo sviluppo allo 0,33% del Pil entro il 2006.

È facile immaginare quale sia la perdita d'immagine dell'Italia nel consesso internazionale, dove si ostinano a credere che le promesse vanno mantenute. E, tuttavia, c'è qualcosa di più importante dell'immagine internazionale del nostro paese (che comunque non è questione da poco). C'è qualcosa di più persino degli ostacoli che queste promesse mancate arrecano alla lotta internazionale all'Aids o alla promozione dello sviluppo sostenibile.

Il reiterato comportamento del governo italiano costituisce di fatto un attacco alla politica fondata su accordi multilaterali tra i paesi e sulla creazione di strutture tecniche internazionali per la gestione dei problemi globali. E costituisce una scelta d'indirizzo per una gestione di questi problemi (che sono sempre un misto di emergenze ambientali e di disuguaglianza sociale) mediante accordi bilaterali e soluzioni a posteriori, il tutto nel quadro di un'ideologia che riserva esclusivamente al mercato il ruolo di arbitro e concepisce come mera assistenza compassionevole l'aiuto ai più poveri.

Non è un caso che, mentre le società civili d'Italia e d'America sono tra le più generose, siano proprio gli Stati Uniti di George W. Bush a contendere all'Italia il ruolo di paese meno concretamente impegnato per lo sviluppo ecologicamente e socialmente sostenibile del pianeta. Insomma, c'è del metodo in quell'avarizia.



Italia, caos e tirchieria: gli aiuti solo a parole
di Toni Fontana

Caos e tirchieria. Dopo la sbornia di apparizioni televisive di Fini e Berlusconi, promesse e dichiarazioni di buone intenzioni, si scopre che la macchina degli aiuti italiani sta girando a vuoto, che, salvati i turisti sopravvissuti, il governo non apre i cordoni della borsa, e soprattutto non dice nulla sulla destinazione delle enormi somme accumulate grazie alla generosità degli italiani. Le Ong sono in rivolta e, come spiega il presidente dell’associazione delle organizzazioni non governative Sergio Marelli, chiedono di «rivedere la Finanziaria» e soprattutto giudicano «urgente» spiegare gli italiani «chi gestirà i fondi raccolti» e «quali progetti e quali aree saranno scelte per gli interventi urgenti». Val la pena di ricordare che, secondo l’Onu, 1,8 milioni di asiatici moriranno di fame se non si interverrà presto.

Ma andiamo per ordine. Portati in salvo i turisti sorpresi dallo tsumani e avviate le ricerche dei dispersi, il governo si è accorto che la catastrofe aveva colpito 5 milioni di asiatici. Il 31 dicembre i rappresentanti delle agenzie dell’Onu (Wfp, Unhcr, Fao) e delle Ong sono stati convocati in fretta e furia alla Farnesina dove sono stati accolti dal segretario generale Vattani e dal Direttore generale della cooperazione Deodato. Doveva essere una riunione «operativa», per definire presenze e disponibilità di operatori nelle zone martoriate, ma, quando i delegati hanno posto il problema dei finanziamenti e della loro gestione, un impacciato Vattani ha nocciolato cifre da paese del terzo mondo: 8 milioni di euro per lo Sri Lanka, 2 per le Maldive. In quanto all’Indonesia, dove gli effetti del maremoto sono stati devastanti, Vattani ha detto che alla Farnesina «ci stanno pensando» e si parla di 10 milioni di euro. Ma queste sono «intenzioni». Nei fatti il governo Berlusconi ha stanziato in tutto 4,08 milioni di dollari, la metà del Portogallo (10,88), meno di un decimo di Francia (56), Spagna (68), Germania (27). L’Olanda ha stanziato 34 milioni di dollari. I rappresentanti delle Ong sono rimasti a bocca aperta e, a quel punto, il ministro Fini si è sentito in obbligo di precisare che l’Italia investe nell’emergenza «70 milioni di euro». Le Ong fanno però notare che quella cifra si raggiunge mettendo nel conto il costo di un aereo cargo (uno in totale) mandato nelle zone sinistrate, quantificando, cioè dando un valore, agli aiuti di prima necessità inviati o da inviare e inserendo nel conto il possibile, ma non certo, annullamento dei debiti dei paesi colpiti dallo tsumani. Quella di Fini è insomma una cifra «virtuale». Nei fatti l’Italia non spende per l’emergenza in Asia. Nella riunione del 31 dicembre Vattani e Deodato hanno detto che toccherà alla Protezione civile amministrare i fondi raccolti e che la Croce Rossa dell’avvocato Scelli «svolgerà un ruolo importante». Il capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, ieri ha preso parte ad una riunione, ma poi poi fatto sapere di essere ammalato e non ha detto alcunché sulla destinazione dei fondi. Così, dall’ultimo giorno dell’anno, mentre gli italiani continuano generosamente a versare, non si è più saputo nulla sulla destinazione dei soldi raccolti. Le Ong si aspettano una nuova convocazione alla Farnesina per oggi o domani. Dietro tanta tirchieria si nascondono una scuola di pensiero e una politica miope e cinica. Il quotidiano di Feltri «Libero» ben spiega la filosofia che ispira il governo titolando «aiuti, arriva l’Onu l’Asia trema» e spiegando in un commento che al posto di Annan ci vuole, per affrontare l’emergenza, «un generale Usa», magari di nome «Marshall». La destra insomma chiude la porta all’Onu, ma soprattutto i cordoni della borsa. Vengono così al pettine i nodi irrisolti. Nel 2002, in occasione del vertice della Fao, Berlusconi promise di destinare alla cooperazione nei paesi in via di sviluppo l’1% del Pil, oggi siamo ad un modesto 0,11%, molto distanti quindi dagli obiettivi fissati dall’Onu (0,7%) e dall’Unione Europea (0,24 per il 2004, 0,27 per il 2005). Non solo. Dopo aver massacrato il bilancio della cooperazione, il governo ha messo mano ai fondi destinati ai paesi in via di sviluppo per finanziare in parte la missione dei militari in Iraq anche perchè la Finanziaria ha decimato il bilancio della Difesa. Così hanno fatto il «colpo» che si presentava più facile e senza rischi dal momento che ridurre i sussidi di poveri non scatena proteste in Italia. La Cooperazione italiana è insomma al verde ed ora, dopo aver tagliati i fondi, il governo si trova di fronte ad una vera e propria mobilitazione spontanea di milioni di italiani. Ma questi soldi quale strada prenderanno? Negli ambienti delle Ong e delle agenzie dell’Onu questa domanda passa incessantemente di bocca in bocca. Ma Fini non risponde. Volontari e «umanitari» non solo vogliono sapere che cosa farà materialmente l’Italia, ma anche dove e quando interverrà. Sul questo fronte è buio pesto.

Altri problemi si affacciano all’orizzonte. Sia nel nord-est dello Sri Lanka che nella regione indonesiana dell’Aceh, sono latenti o ancora in corso conflitti armati. Negli ambienti dell’Onu vi è il timore di un «uso strumentale» degli aiuti a favore delle fazioni in lotta o a vantaggio dei governi che operano la repressione. Alcuni (è il caso della comunità di S. Egidio) hanno già avviato soccorsi attraverso canali propri. La comunità, che da tempo ha allestito due centri di accoglienza a Giava e tre a Sumatra, ha creato un «centro di solidarietà» a Giakarta ed ha inviato aiuti dall’Italia.

La organizzazioni che operavano prima della catastrofe in Asia sono quindi in grado di muoversi con celerità e con iniziative mirate ed efficienti; anche alcune Regioni ed enti locali sono in grado di dare nell’immediato il loro contributo inviando strutture già collaudate come ospedali da campo. Rimane tuttavia il grande interrogativo sulla politica del governo che non dice nulla su come intende muoversi e soprattutto dove e quando intende spendere i soldi (degli italiani).
discussione chiusa  condividi pdf

 dall' Unità    - 04-01-2005
Mentre da tutta Italia arrivavano alla Farnesina adesioni e proposte di enti locali, Regioni, associazioni ed organizzazioni non governative, i capi del ministero hanno ordinato ai funzionari di turno di fare un giro di telefonate avvertendo tutti gli «umanitari» (agenzie Onu e Ong) che il prossimo incontro, il secondo, si terrà lunedì 10 gennaio. All’ordine di giorno la definizione delle «priorità d’intervento». A 15 giorni dal maremoto, con 24 milioni di euro raccolti grazie alla mobilitazione popolare spontanea, Fini, il segretario generale Vattani ed i capi della Cooperazione si sono presi una settimana di tempo per decidere cosa decidere di fare.

Dietro il rinvio si nasconde la violenta battaglia politica avvenuta dentro i palazzi del governo. Fini cerca infatti di resuscitare il Dipartimento della Cooperazione rimasto al verde ed esautorato dalla Protezione Civile che dipende dall’Interno e da palazzo Chigi, ma, dalla rissa è emerso l’onnipresente avvocato Maurizio Scelli, odiatissimo alla Farnesina (per il suo protagonismo in Iraq) ma ben sponsorizzato da Berlusconi. Da settimane si susseguono voci sul fatto che Scelli (ha rinunciato a correre per Forza Italia alle regionali in Abruzzo) si appresti a dare una mano al Cavaliere per le elezioni mettendo in campo le strutture della Cri e le giovani crocerossine per il lavoro «porta a porta».

Il capo della Croce Rossa smentisce, ma, sul fatto che remi per il governo, nessuno ha dubbi. Ieri, verso sera, l’agenzia Ansa ha diffuso poche ed anonime righe introdotte dalla ben nota frase «secondo quanto si apprende» (che si usa per quando la notizia arriva da palazzo Chigi) annunciando che la Croce Rossa sarà incaricata di coordinare gli aiuti umanitari nazionali diretti alle popolazioni asiatiche colpite dallo tsumani. Scelli ha già mandato in avanscoperta una missione nei luoghi del disastro. Ne deriva che il 10 gennaio al posto di Vattani, ci sarà l’avvocato a presiedere il «tavolo» attorno al quale si siederanno gli inviati dell’Onu e delle Ong. Questi ultimi sono così serviti. Da giorni chiedono «chi gestirà gli aiuti, quali saranno i settori e le aree prescelte per gli interventi, come saranno ripartiti i fondi raccolti».

Tutto ciò resta avvolto nelle nebbie che circondano la Farnesina, ma da ieri sera si sa chi sarà il capo delle operazioni. Alla paralisi della macchina dei soccorsi italiana la Ong rispondono con la mobilitazione.

«Noi non ce ne staremo con le mani in mano ad aspettare» - dice Sergio Marelli, presidente dell'associazione delle organizzazioni non governative italiane - temiamo che, col passare dei giorni, diventi costosissimo il prezzo in termini di vite umane». Le Ong hanno deciso di muoversi senza aspettare i tempi lunghi del governo. Sette organizzazioni (Ummi, Dokita, Iscos, Ipsia-Acli, Incontro tra i popoli, Focsiv, Acap-S.Egidio) hanno già inviato aiuti e si apprestano a mandare personale in India, Indonesia, Sri Lanka, Myanmar ed altri paesi colpiti. Marco Griffini, responsabile di Aibi (amici dei bambini) spiega che da domani partirà per lo Sri Lanka un team. Il piano delle Ong è quello di creare 20 centri di protezione per i bambini che - dice - «non debbono restare nei campi di raccolta dei profughi dove possono diventare vittime della tratta e di loschi traffici». La prossima settimana Aibi manderà nelle zone disastrate gruppi di psicologi, ma, lamenta Griffini, «perché dobbiamo usare voli di linea e la Protezione civili non mette a disposizione un aereo per i volontari delle Ong?».

Si è insomma aperto un canale alimentato dalle associazioni della società civile che precedono e anticipano, l’intervento pubblico paralizzato dalle baruffe scoppiate nel governo. Molti sottolineano l’urgenza di avviare un «coordinamento operativo». Di questo parla il direttore di Movimondo Vincenzo Pira secondo il quale vi sono «regioni del tutto scoperte dagli aiuti, mentre si pone il problema della qualità degli interventi ed anche di cosa fare nell’immediato». Anche Pira punta su un potenziamento «del ruolo dell’Europa e delle agenzie dell’Onu».

Per Maura Viezzoli, dirigente del Cisp, è prioritario che i «soldi vengano spesi bene coinvolgendo i soggetti delle società civili dei paesi colpiti». Gianni Rufini, esperto di aiuti umanitari, già responsabile delle Ong europee, sottolinea che la Protezione Civile «è tecnicamente capace, ma un’esperienza internazionale modesta ed è un entità governativa. Tra sei mesi potrebbe ritirarsi e sul terreno non resterebbe un granché. Anche la Cooperazione italiana sconta una scarsa esperienza nell’area, mentre occorre puntare su organismi come l’Ocha, la struttura di coordinamento dell’Onu e Echo, il braccio umanitario dell’Unione Europea, una struttura flessibile che opera in modo autonomo».

Toni Fontana

 Corsera    - 04-01-2005
«Ci hanno provato. Era il 29 dicembre e in una delle ...


«Ci hanno provato. Era il 29 dicembre e in una delle prime riunioni un funzionario diplomatico...» Chi? «I nomi non si dicono, un funzionario diplomatico mi ha detto: voi raccogliete i soldi che poi a usarli ci pensiamo noi. Gli ho risposto che non ci pensavo proprio: quei soldi gli italiani li hanno dati alla Protezione civile e saremo noi a decidere come impiegarli al meglio». Sul tavolo della sala riunioni ci sono le cartine che in questi giorni abbiamo imparato a conoscere bene: Sri Lanka, Indonesia, Thailandia. Ma questa volta Guido Bertolaso non parla solo di ponte aereo, dispersi, feriti rimpatriati e ricostruzione.

Racconta anche quello che è successo a Roma quando si è mossa la macchina degli aiuti. C’è chi parla di un braccio di ferro tra lei e il ministro Fini.

«Assolutamente no, con il ministro non ci sono problemi. Negli aiuti ci sono due filoni: da una parte la Farnesina con la cooperazione allo sviluppo che gestisce i fondi pubblici; dall’altro noi per le donazioni private».

I 23 milioni degli sms.

«Quelli più le donazioni con carta di credito o su conto corrente bancario, non ancora quantificate. Non sono stato certo io a decidere».

E chi, allora?

«Il 27 dicembre mi hanno chiamato prima il Tg5 e il Corriere , poi il Tg1 e le quattro compagnie telefoniche per dirmi che avevano lanciato la raccolta e che volevano dare i soldi a noi per aiutare quelle gente. Non un solo euro è stato usato per riportare a casa gli italiani, operazione costata allo Stato 2 milioni».

Poi c’è stato il tentativo di fare una cassa unica: donazioni private insieme ai soldi pubblici.

«Sì, ma non si può fare: o mi faranno usare quei fondi con criteri di assoluta trasparenza ed efficienza oppure dirò che che è meglio lasciar perdere. Non ci sarà una missione Arcobaleno 2, una struttura ad hoc per gestire gli aiuti».

Per la parte pubblica la Farnesina ha dato ruolo di «primo piano» alla Croce rossa. Il braccio di ferro è con Scelli?

«Con Scelli non mi sono sentito. Lui non mi ha chiamato, io non l’ho chiamato. Ma alla Farnesina c’è chi pensa che la Protezione civile non sia preparata per un intervento all’estero».

Di solito intervenite in Italia.

«Parla quello che abbiamo fatto negli ultimi mesi: siamo intervenuti per i terremoti di Marocco e Iran, a Beslan stiamo risistemando un ospedale pediatrico e un centro di riabilitazione, per Natale abbiamo portato ai ragazzini superstiti anche 600 biciclette. Abbiamo mezzi e preparazione: se a qualcuno dà fastidio mi dispiace ma l’Italia non può sprecare il buon lavoro fatto. E poi le istituzioni le fanno le persone».

Cosa intende?

«Sono medico tropicalista, sono stato capo della cooperazione sanitaria alla Farnesina, numero 2 dell’Unicef, alla fine degli anni ’70 ho costruito un ospedale al confine fra Thailandia e Cambogia. Il Sud Est asiatico lo conosco bene».

E la Cri è preparata meglio o peggio di voi?

«In Iraq ha dimostrato grande capacità, credo che farà bene ancora».

Gli stanziamenti pubblici sono sufficienti?

«Non mi riguarda. Non interferiremo con il canale pubblico ma nessuno deve interferire con noi».

Come pensate di intervenire?

«Il 9 gennaio si conclude la raccolta. Subito dopo illustreremo progetti e tempi di realizzazione. Per avere la massima trasparenza il presidente Berlusconi ha deciso di nominare un comitato di garanti, 4 o 5 persone super partes. Ci concentreremo su scuole, ospedali, acquedotti oltre che su interventi per la microeconomia, la piccola pesca prima di tutto».

Gli aiuti si ammassano negli aeroporti e spesso non vengono utilizzati. Cosa non sta funzionando?

«In parte è inevitabile perché questa è una tragedia epocale e, dopo aver sottovalutato i numeri, i governi mandano aiuti in massa per farsi perdonare la propria coscienza sporca. Ma c’è stato anche un errore: noi, ad esempio, mandiamo un secondo cargo solo quando sono è stato consegnato tutto il materiale di quello precedente. E’ pericoloso improvvisarsi professionisti dell’umanitario».

Lorenzo Salvia



Corriere della Sera 4 gennaio 2005


 Repubblica on line    - 04-01-2005
Medici senza frontiere sospende la raccolta fondi

Medici senza frontiere ha sospeso la raccolta di donazioni a suo favore, dopo aver ritenuto "sufficiente" la somma di più di 40 milioni di euro già arrivata alle 18 sezioni dell'organizzazione, che hanno permesso di lanciare operazioni importanti nel sud-est asiatico. "Abbiamo un dovere di trasparenza", ha detto il direttore generale di Medici senza frontiere, Pierre Salignon, ricordando come ci siano altre crisi dimenticate, il Darfour o la Repubblica democratica del Congo, per fare alcuni esempi. Salignon ha precisato che si tratta di una decisione che vale esclusivamente per i fondi destinati alla sua organizzazione.


la Repubblica



 la Repubblica    - 04-01-2005
Parla Guido Bertolaso, direttore del Dipartimento:
la Farnesina ha provato a toglierci i finanziamenti


"Vogliono gestire i nostri soldi?
La Protezione civile non si ritira"
Siamo organizzati, abbiamo capacità e tecnologia
per realizzare progetti di cooperazione all'estero



Guido Bertolaso

ROMA - "Gli italiani ci hanno affidato molti milioni di euro per aiutare le popolazioni colpite in Asia. Alla Farnesina qualche diplomatico ha tentato di toglierci questi soldi, "voi li raccogliete, poi li date a noi" mi hanno detto. Ho risposto che era impossibile, non ci sarà una missione Arcobaleno bis: siamo organizzati, abbiamo capacità e tecnologia per realizzare progetti di cooperazione all'estero. Se a qualcuno dispiace, pazienza". Guido Bertolaso, capo della Protezione Civile, abbandona la consueta cautela e, per la prima volta dopo il tremendo maremoto, mette le carte in tavola: sulla gestione degli aiuti ammette che c'è stato un braccio di ferro, ma il Paese - dice - ha affidato a lui e ai suoi uomini la sfida più difficile, quella di gestire la ricostruzione nelle aree devastate dallo tsunami.

Finita l'emergenza, vi hanno chiesto di farvi da parte. Chi gestirà questo ingente flusso di denaro, Bertolaso?

"Ci sono due filoni di aiuti: quello istituzionale, gestito dalla Farnesina attraverso la Cooperazione allo sviluppo. Altra cosa sono i fondi che arriveranno dagli sms degli italiani e dalle sottoscrizioni bancarie. "TG5" e "Corriere" hanno iniziato a raccogliere le offerte per le popolazioni colpite, seguiti a ruota da Rai e dalle società della telefonia mobile. Separatamente, entrambe le "cordate" mi hanno chiamato, annunciando che avrebbero dato i soldi alla Protezione Civile".

Compito titanico. E lei?

"Ho spiegato che era inutile fare due iniziative parallele. Meglio lanciare un numero unico per gli sms (48580) e mettersi insieme. E così è avvenuto. Non è stato Bertolaso a chiamare, sono stati gli altri a contattarmi. Col nostro lavoro abbiamo conquistato la fiducia degli italiani e del mondo".


Al ministero degli Esteri non hanno fatto i salti di gioia.

"La Farnesina è preoccupata per una possibile sovrapposizione degli interventi. Mentre le Ong sostengono, giustamente, che quei soldi devono essere gestiti da persone che conoscono la materia. Ma i fondi ce li hanno affidati liberamente gli italiani, e siamo già a 22 milioni di euro con i soli sms".

Anche il commissario straordinario della Croce Rossa Scelli è tra gli scettici?

"Con Scelli non ho parlato, la Croce Rossa coordina gli interventi della cooperazione. Ma se qualcuno vuole limitare la nostra iniziativa, si rassegni: ho parlato con i miei consiglieri giuridici, sono obbligato a fare quello che hanno deciso i cittadini".

Insomma, la Farnesina sostiene che la Protezione civile non è capace di gestire gli aiuti fuori dai confini nazionali.

"Il 29 dicembre, in una prima riunione qualche diplomatico ha tentato di toglierci quei soldi. "Voi li raccogliete, poi li affidate a noi ", era la tesi. Ho risposto che era impossibile, noi le cose le facciamo seriamente. La Protezione Civile non ha le competenze? Abbiamo soccorso la popolazione iraniana di Bam colpita dal terremoto, siamo andati a Beslan, dove stiamo mettendo a posto un ospedale pediatrico e un centro di sostegno psico-terapeutico per bambini. E a Natale abbiamo regalato una bicicletta a tutti gli alunni della scuola assaltata".

Insomma, avete il passaporto in regola per lavorare nel Sud-Est asiatico.

"Io sono medico "tropicalista", durante i terribili anni dei khmer rossi ho costruito un ospedale al confine tra Cambogia e Thailandia. Sono stato anche il numero due dell'Unicef a livello mondiale".

Il ministro Fini lo sa?

"Non lo so, ma è difficile dire che Bertolaso non ha le giuste competenze fuori dall'Italia. Se qualcuno alla Farnesina cerca di fomentare questa convinzione, sbaglia di grosso".

Quali progetti realizzerete nelle aree colpite?

"Nello Sri Lanka metteremo in campo un pacchetto integrato per far ripartire la microeconomia legata alla pesca e all'agricoltura, i servizi sanitari, la rete scolastica, il sistema idrico".

Ci sarà un garante dell'operazione?

"Il presidente del Consiglio nominerà nei prossimi giorni un comitato di quattro-cinque personalità super partes che vigilerà su come saranno spesi i soldi. In questo, non guarderò in faccia a nessuno. O quei fondi ce li fanno usare in maniera trasparente o li restituirò a chi li ha donati".

ALBERTO MATTONE


la Repubblica