Notizie dalla neoscuola: colloqui
Mario Menziani - 11-12-2004
CORO: Noi siamo gli insegnanti/ faziosi e paraculi/ quasi mai presenti/ praticamente evaporati/ oh Nostra Signora Cotonata/ alla vostra grazia/ noi domandiamo/ asilo, asilo.
MARCELLO: Io sono Marcello/quando ero piccolo/ sognavo di fare il bidello/ io sono Marcello/ e sapete che vi dico?/ questa scuola/ senza testa e senza braccia/ non crediate che mi piaccia.// O stormo nauseabondo di cocorite/ di che vi lamentate? Siete voi/ che dietro all’asino vi affaticate/ che per lo straniero vi intenerite!/ Io voglio la scuola d’allora/ che fu gentile ed ora lieta. / Per il papà, la mamma ed il fratello/ per il professore e per lo scolaro/ per il dirigente e per il bidello/ come Caron sarò demonio/ traghettatore e spia!/ Oh quanta nostagia,/oh quanta nostalgia/ è tutta sudata l’anima mia!
(Marcello V. - Da grande volevo fare il bidello – ed Rai)


Fuori il buio di un pomeriggio inoltrato di dicembre, dentro la luce sbiadita dei neon che inchioda alla loro malinconica tristezza l’incolore degli intonaci e l’essenzialità degli arredi: banchi appena appena sufficienti a contenere l’esplosione vigorosa di corpi in crescita, sedie traballanti, decisamente scomode.
Intrecciamo semplici frasi, seduti uno di fronte all’altro, separati dal breve spazio di un banco di formica verde.
I colloqui con gli insegnanti, o meglio i colloqui generali, sono “cosa antica”. Fanno parte della scuola come gli arredi. Penzolano minacciosi nell’aria almeno due volte all’anno, generalmente mal sopportati dai docenti, dai genitori, dagli alunni. Avanguardie della scheda di valutazione quadrimestrale, la precedono del numero di settimane teoricamente necessario alla eventuale riparazione. Si ripetono da sempre: immutati, immutabili. Presenti pure oggi, nonostante le novità della neoscuola, anzi probabilmente confermati dall’ultima circolare che sottolinea la necessità di una: “fase riflessiva e di partecipata consapevolezza, nell’ambito della quale i genitori e gli allievi da una parte, e i docenti dall’altra, attraverso il processo di valutazione, trovano opportunità e occasioni per migliorare la relazione educativa, ovviamente nel rispetto dei distinti ruoli.”

Siamo qui, dunque, a vivere questa “fase riflessiva e di partecipata consapevolezza”, tra un “Tardini?” “Fatto!”, “La Rossi?”; “No, quella per ultima. Capirai, con la fila che ha sempre!”. “L’ultimo della Cavalieri?” “Sono io”, “Ah, bene, adesso non è più l’ultimo!”.
Già, siamo qui anche oggi, con le solite battute per attaccare discorso, per far passare il lungo tempo della fila in un modo qualsiasi.
C’è chi la fila la fa col telefonino: un figlio, o un marito annoiato a tenere il posto, uno squillo per segnalare se è necessario darsi il cambio.
Qualcuno, esasperato, implora la tecnologia dei computer: perché non organizzare i colloqui via e-mail? Già, perché? Non ci sono scuole in rete con l’accesso ai voti, alle presenze e a tutto il resto? Come mai ancora tutta questa arretratezza da … e via con riferimenti poco rispettosi nei confronti di paesi, o zone del mondo, in cui la scuola … ma chi lo sa come è davvero la scuola (e se c’è, la scuola) in questi paesi? Siamo qui oggi e il rispetto lo pretendiamo per noi: cos’è tutto questo tempo perso! In fila, in piedi persino. File interminabili e dopo una, l’altra e via così. Rispetto, perbacco! Del tempo, del nostro tempo.
Ovunque si colgono esempi di “fase riflessiva e di partecipata consapevolezza”: “Ci devo proprio andare da quello di ginnastica?”. “Vai mamma, che altrimenti quello rompe”. “Cosa mi ha detto quello di filosofia? Bo’, le solite cose. Mi chiedo se li conosce quello lì, i ragazzi”.

Oggi sono qui in veste di genitore, tra qualche giorno, in una scuola del tutto simile, rivestirò i panni del docente. Ci saranno file identiche. E’ facile minimizzare, allora, se si è corresponsabili: veste diversa, ma abito unico.
Probabilmente è per questo che, invece di patire le file, cerco di sopportarle, di portare pazienza. O meglio, cerco di usare tutto questo tempo che improvvisamente mi è piovuto addosso per guardare, per ascoltare. Per accorgermi che il prof, qui davanti a me, parla di un ragazzo, e che quel ragazzo è mio figlio. Io avevo in testa un figlio, con tutte le sue cose da figlio. Lui ha in mente un ragazzo, un alunno. Qualcosa che potrebbe essere un semplice numero del registro, un paio di voti. Però quei voti sono la valutazione, ossia il suo pensiero su mio figlio. E quel prof dice cose di quel figlio che sono in parte le cose che io penso di quel ragazzo, che adesso, in virtù di quelle poche frasi che ci scambiamo, diventa più ragazzo, un po’ meno figlio. E mi fa piacere, per lui. E lo “vedo”, altro da me, avviarsi, anzi meglio, già avviato su una sua strada. Lo avrò pensato mille volte, ma ora è diverso. Sento che quel prof, e poi quell’altra, e poi l’altra ancora e poi ancora… sento che siamo in tanti ad occuparci di quel figlio… pardon, ragazzo.
E mi fa piacere, per lui.
Oddio, sono brevi frasi. Niente di particolare, ma gli occhi sfuggono. C’è un po’ di imbarazzo a guardarsi troppo a lungo negli occhi. Sarà che non stiamo parlando di numeri. Parliamo di mio figlio e, per mezzo di lui, del nostro rapporto con lui, quindi di noi. Ci sveliamo l’uno all’altro: la nostra razionalità, i nostri sentimenti.
Penso che la scuola dovrebbe essere fatta soprattutto di questo parlare. Che è un parlare semplice, dignitoso, senza ostentazione, attento e curioso. Un parlare per imparare reciprocamente. Penso che dovrebbe essere così, ma che così non è. La scuola oggi è soffocata da una intelaiatura che la vorrebbe salvare, per cercare di darle un’immagine più consona all’età nostra l’età dell’immagine. Per cercarle di darle un tono più vivo, nell’epoca in cui i toni devono essere accesi, vivi, forti! Soffocata da una marea di falsi medici che la vorrebbero ricostruire ad immagine e somiglianza dei poteri forti: l’economia, la politica, l’informazione. Ma fare scuola è costruzione di sapere. E’ percorre e saper narrare il percorso: superare l’immagine, penetrare il silenzio. E’ un potere profondo, quello della conoscenza, non urlato, non acceso. Non ha bisogno di cattedrali di magniloquenza per accreditarsi. E’ più che sufficiente questo modesto edificio, dal quale sto uscendo ora, a sera inoltrata.
E’ immerso nel buio umido della notte e la nebbia ne sfoca i contorni.


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