Sono lieto di farmi processare!
Aldo Ettore Quagliozzi - 10-12-2004
Nel paese del tubo catodico monopolizzato e della carta stampata asservita o distratta, un fatto minimo può ben essere ignorato e quindi non comunicato.
Ma quel fatto, all’epoca, fece un clamore enorme, della stessa enormità che caratterizza l’assordante silenzio di questi giorni che circonda lo sviluppo processuale del fatto steso.
Tutti i megafoni dettero la notizia nelle forme più eclatanti, convinti che potesse la reazione energica al fatto da parte dell’egoarca essere pedagogica ai tanti che nel tempo successivo si sono come ostinati, in tante pubbliche occasioni, a contestare l’unto; chi non ricorda la ‘ faccia di … ‘ sollecitamente profferita nei confronti di una signora dall’egoarca, offeso dall’invito della stessa a tornarsene nei suoi lussuosi appartamenti?
Ha ragione Piero Ricca: in quell’urlo milioni e milioni di italiani si sono come riconosciuti, ed è bene ora che siano messi in condizione di sapere.


“ Cari Amici, con serenità vi dò la notizia che il 26 novembre prossimo si terrà la prima udienza del processo intentato dal Cavalier Silvio Berlusconi nei miei confronti per la nota contestazione individuale del 5 maggio 2003 al Tribunale di Milano, altrimenti definita da qualcuno "agguato mediatico studiato con il Tg3".
L'accusa è di "ingiuria aggravata", ma il querelante lamenta anche il reato di "offesa alla Presidenza del Consiglio".
Forse per questo ha scelto di farsi rappresentare dall'Avvocatura dello Stato. Superfluo dire che questa scelta mi sembra assai discutibile.
E' evidente che ci troviamo di fronte all'ennesima, inquietante dimostrazione di confusione fra persona e carica, oltre che di intimidazione del dissenso.
In quel corridoio, come ho sempre ribadito, ho criticato un preciso personaggio politico che utilizza un'enorme concentrazione di poteri pubblici e privati per sottrarsi alla Giustizia, tentando nel contempo di zittire ogni voce critica.
Le Istituzioni sono fuori causa. E non sono certo io a offenderle. Per il reato di cui sono imputato la pena prevista varia dal minimo di una multa al massimo di una sanzione di sei mesi di reclusione.
In caso di appello il processo di secondo grado verrà celebrato davanti al Tribunale di Milano. Preciso che sono incensurato. Per la verità non ho mai "preso" nemmeno una multa perché non ho l'automobile e, non avendo la tv, non sono obbligato a pagare il canone alla Rai del dott. Flavio Cattaneo, un tipo che invia ispettori nella redazione di un telegiornale che ha mandato in onda una notizia.
Più sobriamente del querelante, mi faccio assistere da due liberi professionisti: l'Avvocato Beniamino Ricca (mio fratello) e l'Avvocato Umberto Ambrosoli, conosciuto in occasione di una commemorazione del padre Giorgio, barbaramente assassinato l'11 luglio del 1979 da un sicario al soldo del bancarottiere piduista Sindona.
L'udienza, che probabilmente non sarà conclusiva, si svolgerà presso la sede del Giudice di Pace di Milano.
Ricordo che Berlusconi aveva sporto querela il 6 maggio 2003. Nel gennaio del 2004 il Pubblico Ministero Chiuri aveva richiesto l'archiviazione, considerando la mia contestazione una "critica politica" protetta dal diritto di libera manifestazione del pensiero.
A quel provvedimento si è opposta l'Avvocatura dello Stato, con ricorso firmato dall'avvocato Damiani.
Vorrei mettere un inciso. L'Avvocatura dello Stato, chiamata a sostenere l'accusa contro di me, rappresenta la Presidenza del Consiglio dei Ministri, già parte civile nei processi a Previti e Berlusconi.
L'Avvocato Generale Salvemini, che ha svolto quell'incarico in modo puntuale e indipendente, è stato trasferito.
Non solo: l'Avvocatura dello Stato ha dovuto opporsi duramente per ottenere il ritiro di un provvedimento di questo governo che, nel giugno del 2003, era volto a dimezzarne le competenze, sottraendole - guarda caso - quelle delle cause penali.
Mi chiedo: c'è qualcuno, nell'Avvocatura dello Stato, che avverte disagio per tutto questo? Mi farebbe piacere saperlo, perché la possibilità di riscatto è nel coraggio di chi sa pronunciare qualche "no".
Per quanto mi riguarda sono sereno. Ritengo di aver esercitato il mio dovere di critica per un'esigenza di verità.
Sono convinto che un giudice indipendente potrà disporre di tutti gli elementi per assolvermi.
Se anche dovesse condannarmi, accetterei un'eventuale sanzione come il giusto prezzo da pagare per la mia libertà di espressione, in un'epoca in cui lo spazio per la critica sembra ridursi ogni giorno che passa.
Un secondo inciso, in forma di dubbio. Che cosa diventeranno i processi di questo tipo quando la Magistratura sarà definitivamente ricondotta - come si vuole - sotto il controllo "di fatto" del Governo?
Quale reale libertà di giudizio avrà un Giudice o un PM, avendo di fronte gli avvocati del Potere? Ci avviamo forse a contemplare una Giustizia innocua con gli amici dei potenti quanto spietata contro i politicamente malvisti?
Mi riempie il cuore di gioia e annulla tutte le offese e le provocazioni che ho subito, pensare in questo momento alla straordinaria energia che si è sprigionata da quell'urlo: gli innumerevoli attestati di simpatia che ho ricevuto, le tante occasioni di dibattito e manifestazione alle quali ho potuto partecipare, le persone straordinarie che ho avuto l'occasione di conoscere, tutti coloro che hanno dimostrato di non essersi lasciati intimidire da quel dito puntato e da quell'ordine impazzito: "identificatelo!".
In realtà, com'è chiaro, con quel gesto è lui che si è fatto identificare: ed è questo che nel suo intimo non mi perdona.
Lui e i suoi sanno fin troppo bene che c'è la coscienza civile di milioni di persone dietro un urlo come quello.
Ed è per questo che hanno bisogno di archiviarlo come un'ingiuria, addirittura recata "alle Istituzioni". Loro, che le occupano.
Per me è impagabile l'emozione di condividere con altri la medesima esigenza di vivere in un Paese di cui non doversi vergognare.
E' un'esigenza che nessun prepotente, per quanto organizzato, potrà mai toglierci o farci morire dentro.
Ed è questa "esigenza" che prima o poi farà vincere le nostre buone ragioni. Scusate se l'ho fatta un po' lunga.
Mi piacerebbe che molti cittadini, di ogni opinione politica, decidessero di essere presenti in quell'aula di Giustizia, per farsi un'opinione diretta su un episodio che - forse – non riguarda solo me.
A Te, che ti riconosci in quel che ho detto, chiedo una cosa in più: aiutami a far girare questa lettera, mandala ai tuoi amici in email, fotocopiala, imbucala, falla conoscere a chi la pensa diversamente da noi.
E' prima di tutto loro che chiama in causa l'udienza di Giovedì 26 novembre, dalle ore 9,30, presso la sede del Giudice di Pace di Milano, in via Guastalla.
Un caro saluto a tutti, Piero Ricca “

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 Pierangelo Indolfi    - 09-12-2004
Segnalo dall'Unità:

Non sanno che cos’è la democrazia, non sanno quali sono i diritti e i doveri di una maggioranza e di una minoranza e quale può essere lo spirito di libertà di un’opposizione politica. Non si pretende che abbiano letto i sacri testi della democrazia liberale, da Tocqueville a John Stuart Mill a Luigi Einaudi di cui Berlusconi e i suoi, ahimé, si vantano eredi e neppure che conoscano i modi della politica che è confronto, dibattito - assolutamente impossibile in questa legislatura - ma che è anche scontro. Adoratori di Bush - sono la sua fedele legione straniera - non hanno ascoltato, visto, seguito, letto, compreso nulla sulla durezza della contesa durante le elezioni americane? E non conoscono almeno l’articolo 21 della Costituzione che dà ai cittadini il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo?

Sembra che siano convinti che una coalizione vincente alle elezioni conquisti un diritto assoluto di fare e di dire togliendolo alla minoranza che ha solo l’obbligo di legittimarli e di tacere. L’oppositore che non si oppone è il modello amato.

Per chi viola il precetto, l’accusa, cara ai fascisti di ogni tempo, è di disfattismo, tradimento della patria in armi, oltre che di «remare contro» il bene comune (molto privato), di «demonizzare» l’avversario politico che invece va accarezzato, rispettato anche nelle occasioni in cui pronuncia vergognose parole. O invettive. Chi è al governo, par di capire, può. Come quando il ministro Gasparri ha di recente insultato Mario Luzi che ha risposto con alta dignità. E come le commissioni d’inchiesta volute dalla maggioranza hanno fatto tentando di infangare gli avversari politici con premeditata falsità.

Ma appena Prodi, riferendosi a una specie di proclama elettorale di Berlusconi, ha pronunziato la famosa frase: «Noi non possiamo arruolare mercenari, non è nel nostro costume», apriti cielo. Da professore qual è, Prodi ha spiegato. Non sono stato io, ha detto dopo, a parlare di «volontari pagati»: proprio così, «volontari pagati», un fatto nuovo anche nella lingua italiana.

Non è un fatto nuovo, è un ossimoro, figura retorica che consiste nell’accostare nella medesima espressione parole che esprimono concetti opposti: ghiaccio bollente, silenzio eloquente, eroe borghese, Berlusconi statista.

Al quartier generale del presidente del Consiglio dev’essere stato come un terremoto. Capomanipoli, centurioni, seniori, capiarea, account manager, merchandiser, il marketing director, l’advertising director, il sales director si sono sentiti come punti da un vespone quel giorno. Il primo a tirar la campanella d’allarme è stato il sottosegretario-portavoce Paolo Bonaiuti che un tempo era un uomo spiritoso. Solitamente in doppiopetto come il suo boss, è comparso affannato, in maniche di camicia, quasi che il palazzo avesse preso fuoco: «Una grave calunnia». E dopo di lui tutti gli altri, scalpitanti, vogliosi di mostrare il loro zelo al padrone, timorosi di perderne le grazie. Schifani, La Loggia e poi, serafico e furente, ossimoro in carne e ossa, Bondi, la gazzetta ufficiale del regime di Arcore. Ed ecco una rivelazione di queste spesso inquiete «Storie italiane». Bondi non è un don Abbondio manzoniano, come viene abitualmente detto, anche se qualche fiato dell’odor di sagrestia gli resta intriso addosso. È piuttosto l’uomo che guida il carro tirato da dodici pariglie di ciuchini e conduce Pinocchio nel paese dei balocchi: «Un omino più largo che lungo - come scrive Collodi - tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa».

E poi Follini. Non è più lo stesso uomo, dopo la salita al governo. Moderazione addio. L’aveva detto, del resto, in quel libro-intervista con Paolo Franchi (Laterza): «Forza Italia è il grande supermercato, noi siamo il negozio artigianale: le due clientele non si sommano». Era un dignitoso padroncino da cui si sperava sempre un gesto di coraggio, appassionato della sua botteghina di mercerie passate di moda. È diventato un altero commesso, vittima dell’alienazione, ben attento ad assecondare il padrone del supermercato. Ama le deduzioni: «Si delegittimano gli avversari se si è in difficoltà».

Tutti quanti come in un coro dell’Aida: «Guerra! guerra! sterminio all’invasor». Poi l’invocazione, la speranza: «Radames, ritorna vincitor!».

E sulla scena compare, ineffabile, Berlusconi. «È un autogol», sentenzia con la sua autorità calcistica. «Sa che i sondaggi ci danno in salita e prova a farci perdere la pazienza, ma noi non ci cadiamo». Ha dalla sua la forza dei soldi, non soltanto l’odore. Non aveva detto, del resto, ai suoi fedeli, i mille «volontari pagati» messi al comando di Marcello Dell’Utri, senatore del collegio numero 1 di Milano che fu di Giovanni Spadolini: «Non preoccupatevi delle risorse finanziarie, i soldi ci saranno, al limite con un mio impegno personale»? E l’altra sera, alla prima della Scala, non ha fatto intendere che buona parte dei soldi spesi per il restauro sono suoi?

Non è cambiato nulla dai tempi delle epurazioni dalla Rai, degli editti bulgari, della cacciata di Biagi, di Santoro, di Luttazzi «per uso criminoso della televisione pubblica». Pericolosi, da togliere di mezzo, per dire subito dopo che le loro trasmissioni non hanno nuociuto per nulla alla vittoria della Casa delle libertà. Un autogol anche quello.

Prodi è considerato un reprobo, guardato con sospetto, con astio, con risentimento. Che cosa ha osato mai dire! La sua battuta prava ha offeso «i volontari pagati» (con la mercede) e tutta la fuffa d’Italia, con l’elmo di Scipio sulla testa lo assilla: «Chieda scusa, chieda scusa». Il professore ride di cuore: «Scusa a Forza Italia? Non facciamo dell’umorismo. È cominciato solo un bel confronto». E si capisce che finalmente è finito il tempo della timidezza, che forse si avrà un po’ più di coraggio, che si smetterà di «stare attenti» e di sgridare compunti «i demonizzatori», anche perché il Cavaliere si demonizza da sé.

È una favola tragica - altro ossimoro - in cui siamo impigliati. È difficile non parlare del Cavaliere. Adesso poi che è riuscito a mettere in piedi un governo-direttorio con dentro i segretari dei partiti, impresa che non riuscì a tanti dotati notabili dc. Il controllore. Altro che uomo dell’antipolitica, come ama presentarsi. Dalla politica ha ereditato le peggiori astuzie della Dc e del Psi.

I poveri italiani vengono beffeggiati, per sua grazia, in tutto il mondo. Una volta «macaroni», adesso «berlusconi». L’ha documentato sull’ultimo numero di «Micromega» («Molti nemici, molto onore?») Massimiliano Boschi. Dalla Giordania all’Austria, dal Nicaragua alla Francia al Libano all’Austria, dal Burkina Faso al Giappone al Messico agli Emirati arabi alla Thailandia, dalla Svizzera alla Germania al Venezuela al Senegal agli Stati Uniti al Brasile all’isola di Grenada è tutto un ininterrotto ridere, esterrefatto anche, sulle gaffe, i processi, i conflitti di interesse, le bugie del premier italiano.

Disfattismo di senzapatria? Basta leggere due libri: «Il venditore» di Giuseppe Fiori (Garzanti); «Berlusconi’s shadow», di David Lane, giornalista dell’Economist, che uscirà in italiano da Laterza dopo le feste di Natale, per capire in quale pantano si sia inabissata l’Italia, pur così ricca di intelligenze, di energie positive e anche di modelli di coraggio morale.

Ieri i giudici sono entrati in camera di consiglio, al Tribunale di Milano, per giudicare il premier imputato di corruzione. Lunedì della settimana scorsa i giudici sono entrati in camera di consiglio, al Tribunale di Palermo, per giudicare il senatore Dell’Utri imputato di associazione mafiosa. Sapremo forse oggi se sono colpevoli o innocenti. Ma non è mai accaduto, in questo nostro infelice paese, un simile duplice evento di infinita gravità.

Corrado Stajano

 Francesca    - 12-12-2004
Se chi ritiene quanto meno bizzarro lo stile berlusconiano e avesse il coraggio di urlarglielo in faccia, Berlusconi avrebbe dovuto querelare migliaia se non milioni di cittadini.Caro Pietro Ricca grazie per aver detto al primo ministro quelle frasi che rispecchiano fedelmente il pensiero della maggioranza degli italiani. Lei ha avuto coraggio, oggi trovarlo è indubbiamente più difficile .In bocca al lupo e un abbraccio.
Francesca

 adriano burattin    - 12-12-2004
Sono grato a fuoriregistro per avermi riportato alla memoria questo fatto di cronaca. Purtroppo noi "plebe" fatichiamo a "restare sulla notizia", e una volta passata l'onda restiamo sconsolatamente soli ad affrontare la fatica della testimonianza delle nostre idee. Ho detto soli, non sconfitti! La lettera che ho appena letto, tuttavia, introduce un meraviglioso elemento di novità. Mi riferisco all'avvocato che si è preso l'onere della difesa. A lui dico GRAZIE. Sono questi i gesti che ci danno la forza di continuare anche quando "tutto appare contro di noi" come ha detto qualcuno più importante di me. Spero di poter continuare a seguire questa vicenda e, nel caso, anche di essere chiamato a mobilitarmi.

 Silvana Strazzera    - 14-12-2004
Piero Ricca ha espresso l'opinione di molti altri italiani che, a causa della lontananza geografica, non possono dire al cavaliere una sola, semplice, educata parola: BASTA!
Basta con le prese in giro, con le manovre atte a favorire la solita cerchia di potenti e aspiranti tali, basta soprattutto con l'insulto all'intelligenza di quanti ancora credono che l'Italia sia un grande Paese nonostante la piccolezza dei suoi uomini di governo.
Auguri Piero, siamo con te!