Ragionando sulle prospettive
Vittorio Delmoro - 06-12-2004
Due degli ultimi interventi, quello di Fabrizio Dacrema e di Giancarlo Cerini, (ambedue pubblicati su Fuoriregistro), ci invitano a riflettere sul percorso fin qui fatto dalla controriforma morattiana e dal movimento antiriforma e sulle prospettive prossime e future.
Dopo lo slittamento dei decreti sulla secondaria, gli interventi normativi del MIUR saranno molto ridotti : la prossima circolare sulla valutazione degli alunni, poi quella sulle iscrizioni, poi, forse, ancora sui libri di testo.
Di fatto cioè viene tutto rinviato a settembre 2005, puntando molto sulla formazione che sta partendo.
Presupponendo dunque che il movimento riuscirà a tenere sul fronte delle iscrizioni (poche opzioni al ribasso, mantenimento dell’offerta formativa) e magari anche sui libri di testo, almeno nella misura dello scorso anno, occorre domandarci in quali condizioni giungeremo al prossimo settembre e cosa ci dovremo aspettare.

Partiamo dagli scenari prefigurati da Cerini.

Il contenzioso giuridico-legale è secondo me destinato a restare sullo sfondo, nel senso che i possibili pronunciamenti, sia positivi che negativi, non sposteranno di molto le questioni : se negativi per il governo, verranno richieste proroghe e giudizi successivi; se per il movimento, non vi si farà particolare attenzione.
La concertazione con gli insegnanti, data per improbabile anche da Cerini, non vi sarà proprio, neppure per la scuola superiore : si tratta di una scelta fatta fin dall’inizio e non si vede perché il MIUR dovrebbe cambiare rotta.
Il conflitto permanente a scuola è oramai un dato di fatto, che non si concluderà tanto presto; magari si ridurrà fino a diventare residuale, ma se le cose non cambiano potremo anche assistere a forme dure di contestazione e a fenomeni diffusi, seppure marginali, di disobbedienza civile; non tali da modificare il rapporto di forza, né da obbligare il MIUR a una virata; ma abbastanza consistenti da tenere la scuola sui giornali per lungo tempo.
La valorizzazione dell’autonomia è ormai anch’esso un dato di fatto; anzi sarà sempre più un’ancora di salvezza cui ci si aggrapperà finché regge; viene considerata una specie di antidoto rispetto alla riforma, nonostante che il movimento non l’abbia salutata affatto di buon grado, quando è stata introdotta. Dal punto di vista normativo (e legale) rappresenta forse la più salda difesa contro la riforma, anche in considerazione del fatto che oggi la maggioranza degli Enti Locali è schierata contro il governo e forse, dalla primavera, ancor di più.
La marginalità con declino sembra essere il vero pericolo da scongiurare, secondo Cerini; una specie di deriva per cui gli aspetti normativi della riforma perdono man mano la loro efficacia e nel contempo vengono meno le risorse per la scuola pubblica. Non nego che questa potrebbe essere la vera scelta dell’attuale maggioranza di governo; ma almeno a breve termine non è credibile. Diciamo che per questa legislatura al governo interessa portare a casa una riforma tutta fatta sulla carta e appena avviata nella pratica, per poi allungare la mira nei successivi cinque anni, avendone la possibilità.

Verso il 2005-2006: oltre bipartisan e abrogazionisti sembra invece essere la vera opzione ceriniana, un tentativo cioè di trovare la famosa (famigerata?) terza via tra i buonsensisti di recente memoria e gli estremisti del movimento. Il programma che Cerini formula per questa alternativa possibile non è da buttar via :

− generalizzare la scuola dell’infanzia ed i servizi educativi 0-6 (oggi, purtroppo, non è così);

− estendere il modello di continuità curricolari 6-14 anni con il sostegno agli istituti comprensivi (sono già il 45 % delle scuole), per consolidare le “competenze di base”;

− portare a 16 anni la soglia della formazione culturale obbligatoria (con il ricorso a tutte le possibili integrazioni tra i diversi sistemi formativi);

− semplificare la articolazione degli attuali indirizzi secondari dai 16 ai 19 anni, anche mediante la attivazione di “poli” o “campus” comprensivi di diverse opportunità formative (dagli studi “disinteressati” a quelli “professionalizzanti”), da far gravitare attorno ad assi culturali riconosciuti (scientifico, tecnologico, sociale, linguistico, ecc.), per garantire a tutti i 18enni un risultato utile (il “successo formativo”).

Apprezzabili sono pure le forme che suggerisce per attuare tale programma :

− una “serena e severa” diagnosi da condividere sullo stato di salute della scuola (nei suoi punti di forza e di debolezza);

− un deciso incremento di risorse per la formazione e la ricerca (elevando dal 5% al 6% la quota dedicata del prodotto lordo);

− apertura di un dibattito culturale pluralista per “fondare” obiettivi culturali e finalità educative condivise della scuola;

− coinvolgimento dei docenti nella riforma e riconoscimento degli effettivi livelli di professionalità.

Il problema, che Cerini non si pone mai, da uomo di scuola che teme di uscire dal seminato (e dal ruolo istituzionale), è la mancanza dell’interlocutore; o meglio la voluta assenza dell’interlocutore governativo; in altre parole : come costringere il MIUR non dico a trattare su questi punti, ma almeno a confrontarsi, mettendo la riforma in stand-by.
Per cui il suo programma e i suoi suggerimenti mancano della forza (delle gambe) per essere imposti, forza che invece sta tutta quanta accumulata dentro il movimento, quel movimento che però Cerini emargina come massimalista e abrogazionista (una delle vie escluse).

Cosa propone invece Dacrema?

Da buon sindacalista, sta ben attaccato al suolo e considera la situazione reale, prima di formulare progetti.
Lo sciopero – dice – ha chiarito a tutti (se ce ne fosse ancora bisogno) che il popolo della scuola non vuole questa controriforma; ora bisogna spuntare risultati in qualche modo positivi, altrimenti si perde su tutta la linea.
Su cosa è dunque possibile vincere qui e ora?

Sul tutor: la contrattazione in corso può chiudersi positivamente se si ottiene l’attribuzione alla corresponsabilità del gruppo docente delle funzioni tutoriali (orientamento, tutoraggio, rapporto con le famiglie, documentazione, coordinamento), riconoscendo l’autonomia didattica e organizzativa delle scuole.
In altre parole Fabrizio propone di sottoscrivere a livello di contrattazione il tutor diffuso.

Sul tempo pieno e prolungato: le dichiarazioni fatte dal governo per tranquillizzare le famiglie circa la salvaguardia del tempo pieno e prolungato devono essere messe alla prova puntando al ripristino immediato degli articoli del Testo Unico che istituivano i modelli che il decreto vuole superare.
Cioè un emendamento alla legge sulla forza della specifica mobilitazione popolare.

Sulle iscrizioni: la difesa del tempo pieno e dei modelli di organizzazione didattica di qualità passa attraverso la scelta dei genitori al momento delle iscrizioni, il rifiuto del modello orario minimo è una condizione importante al fine di permettere agli insegnanti di progettare offerte formative unitarie e per tenere aperta la partita per ottenere gli organici necessari.
Cioè il mantenimento di orari e offerta formativa a seguito delle scelte dei genitori.

Mi permetto (e Fabrizio non me ne vorrà per questo) di essere scettico su tutti e tre i punti.

Sul tutor : anche accettando di firmare il tutor diffuso, bisogna che il MIUR sganci tanti bei soldini, senza i quali la firma sarebbe vista dagli insegnanti come un vero e proprio tradimento. Il fatto è che il MIUR sembra non disporre del becco di un quattrino, per cui la contrattazione è destinata ad allungarsi nel tempo, ben oltre il prossimo settembre. Sarei curioso infatti di sapere da Fabrizio sotto quale cifra metterebbe la sua firma.

Sul tempo pieno e prolungato ancor di più : se infatti il governo accettasse questo emendamento, aprirebbe la strada a tanti altri, più o meno come avviene per l’assalto alla diligenza della Finanziaria. Non solo; se il governo cedesse su questo punto, la sconfitta assumerebbe un tale valore simbolico da incrinare tutta quanta la riforma. Non lo farà.

Sulle iscrizioni, nonostante una pressoché generale tenuta (i genitori sono mica stupidi!) ci sarà però una piccola minoranza che opterà per l’orario minimo, con conseguente perdita di organico e di qualità. Di fronte alla possibilità di operare una scelta, anche se vengono spiegati tutti i risvolti, c’è sempre qualcuno che non segue le indicazioni; e questo probabilmente avverrà.

Di fronte a queste difficoltà oggettive, Fabrizio propone un allargamento dell’iniziativa, pur conoscendo (credo) la difficoltà (anch’essa oggettiva) di parlare di scuola (se non in termini generali) a chi non vi è direttamente coinvolto.
La proposta tiene probabilmente conto del fatto che la scuola da sola non potrà mai vincere questo conflitto e dunque ottenere il ritiro dei decreti, almeno fino a quando questo governo resterà in carica; e dunque l’unica prospettiva vera è quella di abrogare il governo attraverso le elezioni e allargare l’area del dissenso fino a che non divenga maggioranza nel paese.
Solo in questa prospettiva leggo l’altrimenti strano attacco alla disobbedienza civile e alle lotte controproducenti : assumere d’ora in poi solo iniziative in cui si possano riconoscere anche coloro che non sono direttamente inseriti nella scuola, iniziative unificanti e mai separate.
Non si può non apprezzare questo appello : se scopo del movimento è l’abrogazione della riforma e se questo può avvenire solo diventando maggioranza sociale, parlamentare e governativa, l’unità, l’alleanza delle forze non ha alternative concrete.
Ma se questo è vero, nessuna forza sindacale, politica, sociale) che voglia opporsi alla riforma può fare a meno del movimento, delle sue mobilitazioni e del suo programma abrogazionista.
Così come è utile tenere insieme l’Angeletti che a Porta a Porta balbettava sulla riforma, la Melandri che faceva una figuraccia di fronte al ministro, i riformisti dalemiani e persino il Rutelli estivo; è altrettanto utile (se non di più) tenere insieme i Cobas, il Manifesto dei 500, il CESP, il Comitato Fermiamo la Moratti e tutti i gruppi, comitati costituitisi sul territorio, qualunque siano le differenze fra essi.
C’è un punto che unifica tutto questo fronte? Certo che c’è : cacciare la Moratti con tutto il governo!
E’ possibile farlo anzitempo (prima del 2006)? Forse, ma non ci conto troppo : hanno tutto da perdere andando ad elezioni anticipate.
Per cui dobbiamo prepararci ad un periodo ancora lungo; intanto vincendo le prossime regionali a primavera, che daranno un ulteriore scossone al governo e consiglieranno la Moratti ad andarci più cauta e poi continuando tenacemente a resistere nelle scuole ad ogni tentativo di imporre la riforma con o senza la legge.

Ecco il punto! Se il movimento non riuscirà a ripetere il risultato di quest’anno, con moltissime situazioni di rifiuto, l’avvio, seppur strisciante (prtfolio, personalizzazione, Indicazioni nazionali, libri di testo) sarà vissuto come una sconfitta e perderà tutta la spinta invece utile per la decisiva primavera del 2006.

Su questa strada, caro Fabrizio, non c’è società che tenga, non c’è alleanza utile; le scuole saranno di nuovo sole con se stesse, dovranno contare solo sulla propria forza e sulla rete di resistenza che le unisce.
Compito del sindacato quindi è tenere duro sull’unico punto che alle scuole serve : non chiudere la contrattazione!


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