Libertà di informazione?
Al Jazira - 03-12-2004
Un mito seppellito in Iraq (assieme ai cadaveri)

Con l'oscuramento informativo sul martirio della città di Falluja muore definitivamente il mito della "libertà d'informazione". La "fabbrica del consenso" non può permettersi di divulgare certe immagini...

Alzi la mano chi ha visto in tv i cadaveri degli iracheni assassinati a Falluja. Si è perso il conto, eppure gli obiettivi dei giornalisti embedded guardano sempre all'insù, a caccia dei chirurgici bombardieri, oppure si piazzano alle spalle dei Marines (veri killer stipendiati!) eccitati dall'ultimo videogioco: accoppare più iracheni possibile.

Strana davvero questa "libertà d'informazione". Abbiamo un telegiornale ogni mezz'ora, su reti pubbliche (si fa per dire, dopo la nascita della Rai S.p.A.) e commerciali, "analisti" che analizzano quello che fa comodo a chi li paga, giornalisti "inviati" per scoprire notizie che, si presume, da una redazione in Italia non è possibile raccogliere né verificare, ma che invece sono sempre sul solito balconcino dell'albergo deluxe a salmodiare una notizia-fotocopia sempre uguale a se stessa: "una bomba qua", "un attentato là", "i terroristi", "i ribelli", "al-Zarqawi" (definito, sul Aljazeera, “una personalità immaginaria” nientemeno che da un ministro del governo fantoccio iracheno scampato ad un attentato a lui attribuito!), "la coalizione" (già, ma quanti sono?), "gli errori", "gli orrori" (di cui sono autori sempre le "mele marce"...), "il premier Allawi", "le elezioni democratiche" (sulla cui legalità né Osce né Nato né Ue ecc. troveranno nulla da eccepire)...

Eppure, mentre tutto l'Iraq sano insorge contro l'occupazione e lo scempio di una nazione, mai che una volta ci facessero vedere le vittime dei bombardamenti del "liberatori"... I morti iracheni vivono in "sacche di resistenza", in "covi" (di topi?)... mai nei loro negozi, nelle strade, nelle loro case. Case, capito? Camera, salotto, bagno, cucina. Magari anche un po' di giardinetto, ma inesorabilmente fatti a brandelli anche lì, con la casa che va in macerie. E poi, quelli che muoiono combattendo contro l'invasore sono forse schiuma dell'umanità? Neppure si meritano una menzione? Solo perché a Sharm el-Sheikh ometti di nessun spessore politico fiutano che è conveniente non vedere tutti questi morti ammazzati rincarando addirittura la dose con patetici anatemi contro "chi fa uso della violenza"? E che cos'è invece per questi tangheri senza pudore quello che stanno facendo i loro amici "liberatori"?

Ma quest'Italia non potrebbe produrre altro che una simile pornografia. "Liberati" sessant'anni fa, gli italiani, da popolo che erano, sono stati inebetiti da un profluvio di menzogne a getto continuo su quello che era successo. Così gli invasori (che difatti sono ancora qua con oltre 100 basi e ci colonizzano in ogni aspetto della vita) sono diventati "liberatori" assieme ai loro collaborazionisti locali, entrambi "eroi" (più i primi, per la verità, poiché i secondi sono stati sempre imbarazzanti anche per gli yankee), mentre chi resistette per l'onore dell'Italia - come i patrioti iracheni di oggi - è stato diffamato a più non posso, costretto a vergognarsi a vita.

Quindi, non desta meraviglia che le vittime irachene non interessino alla "libertà d'informazione" di un'Italia che libera non è. E la si pianti di stracciarsi le vesti per la "libertà d'informazione in pericolo", perché se tale "libertà" vi fosse quei morti assassinati in tv li vedremmo (per non parlare dei nostri morti a Roma, Pisa, Genova, Treviso, Milano…). Comunque, le foto di quelli che la "liberazione dell'Iraq" se la ricorderanno di sicuro ci sono per chi le vuole vedere, e - mi permetto un suggerimento - spedire a pacchi da 10 megabyte l’uno alle nullità che pullulano il giornalismo e la politica. Dove stanno le foto? Ma su un sito arabo, che diamine: gli arabi non hanno mica la "libertà d'informazione"!

Enrico Galoppini


discussione chiusa  condividi pdf

 da Peacelink    - 03-12-2004
I Vescovi italiani, sull’orrore di Falluja un silenzio che è peccato

Centinaia fra sacerdoti, religiosi e laici scrivono ai vescovi italiani per chiedere la condanna dell’attacco alle città irachene, una dichiarazione comune contro la guerra e il ritiro dei cappellani militari. Fra le adesioni quelle di padre Alex Zanotelli, don Albino Bizzotto, don Luigi Ciotti, don Andrea Gallo, don Vinicio Albanesi, il giornalista Renzo Giacomelli, il teologo don Carlo Molari, ma anche di tantissima gente comune.

Appello ai vescovi della Chiesa Italiana

Cari fratelli Vescovi,
in Iraq è stata superata la soglia della stessa guerra “preventiva”. A Falluja si è rotto ogni argine alla barbarie. Siamo in presenza, non di una occupazione militare, ma di una distruzione totale, programmata e sistematica: un numero impressionante di uccisi, cimiteri a cielo aperto, impedimento di portare i soccorsi e i rifornimenti necessari ai superstiti, rase al suolo case, luoghi sacri, edifici d’arte. Per gli iracheni sunniti Falluja è città sacra. Urbicidio.

È possibile conoscere la realtà soltanto a operazioni concluse e da un’unica fonte pilotata. È la crudeltà dei fatti che produce fondamentalismo non le parole.
Come credenti, uniti alle sorelle e ai fratelli delle altre confessioni cristiane, ci siamo impegnati con grande varietà di modi (veglie, preghiere, digiuno, assemblee, manifestazioni …) prima perché la guerra non iniziasse, come anche il Papa ha inutilmente supplicato, anche con azioni dirette di mediazione, poi perché cessasse. Accogliendo e facendo nostro l’invito di Giovanni Paolo II abbiamo invocato e fatto pressione, perché la Comunità internazionale rientrasse nelle regole del diritto offeso e ripudiato, ridando autorità all’ONU.
Sull’orrore di Falluja è calato un “tacere” impressionante, di fronte al quale la società civile che ancora sente un fremito di coscienza, vive la grande sofferenza della vergogna e dell’impotenza. Non possiamo rassegnarci. Non possiamo più tacere! Il nostro Dio ascolta il grido dei bambini, delle donne , dei civili trucidati senza distinzione. Il nostro silenzio rischia di essere interpretato da parte di tutti i crocefissi come connivenza con i crocefissori. Questo silenzio è peccato. Siamo chiamati ad aver fiducia nel “Regno di giustizia, di amore e di pace” del Crocefisso e denunciare il regno di potenza, di distruzione e di morte.

Noi vi supplichiamo di dire da pastori una parola di pietà per i morti, di consolazione per i sopravvissuti e di condanna per il peccato di chi continua ad uccidere, generando odio e vendetta di cui si nutre il terrorismo senza fine. Sconfessate con una dichiarazione comune la guerra con le sue violenze, menzogne e crudeltà. Ribadite la scelta responsabile della nonviolenza, del dialogo e del diritto per raggiungere la riconciliazione e la pace tanto desiderate.

Vi chiediamo, come Conferenza Episcopale Italiana, un segno semplice, eloquente comprensibile dalle folle di poveri, sfiniti dalla violenza indiscriminata: ritirate i cappellani militari, che in questo momento sono assieme ai soldati italiani di fatto parte della coalizione responsabile di quanto sta avvenendo.
“Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra” Parola di Dio della prima domenica di Avvento.
Sono tante le persone, anche quelle che non appartengono alla comunità ecclesiale, che aspettano con ansia un vostro gesto di verità e di coraggio.
Forza e pace nella fede. Vi salutiamo con grande cordialità.
Padova, 23.11.04


Seguono firme di adesione