Dopo l’inferno il silenzio
Giuseppe Aragno - 01-12-2004
Dopo l’inferno di ferro, fuoco e veleno rovesciato sulla sventurata Falluja, dopo la strage compiuta in nome della democrazia made in USA ferocemente esportata, veline americane consegnate a Gianfranco Fini hanno chiesto e ottenuto che un silenzio innaturale cadesse sull’Iraq. Si tace persino – è non è certo un caso – sui soldati gloriosi della pace incostituzionale, rossa di sangue e vergogna, rintanata tra sacchetti di sabbia a Nassirya, dopo il fuoco aperto sulle donne e i bambini. Questa pace sanguinosa si ammanta di silenzio, questa guerra senza onore ci vuole tutti zitti, questo mostro che non si dichiara, che ha paura di se stesso, si protegge imbavagliandoci: in galera chi racconta la guerra travestita da pace, o descriva questa orribile pace che fa la guerra in nome d’un inganno da esportare: la democrazia.
Ci sono bocche chiuse che spiegano più di eloquenti discorsi, parole non dette che corrono di bocca un bocca, notizie non date, che tengono la prima pagina in testa ai lettori. Il giornale che non c’è è quello che più si legge, l’articolo che non si scrive è quello che desta passioni.
Questo silenzio che intende passare per consenso, che si vorrebbe imporre come principio morale, è immorale. E un Senato fuori dal tempo – tempo di pace, tempo di guerra, tempo ad un tempo di pace e di guerra – un Senato che fa leggi fuorilegge è nemico della Costituzione dalla quale trae la sua sola ragione d’essere: è il fantasma d’un aborto.
Questo silenzio chiama a raccolta, parla alle coscienze, impone scelte franche e domanda coraggio civile. Chi toglie a un popolo il diritto di parlare, lo sa bene, sa che è legge della storia: la mano prima o poi passa alle armi. E provi poi il Senato a fermare la storia.


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Grazia Perrone    - 01-12-2004
Segnalo:

Le immagini che provengono dal sito Fallujia in pictures sono state realizzate per la maggior parte da fotografi free lance indipendenti di ogni nazionalità. Sono immagini di guerra, che richiamano quelle di Grozny, Srebrenica, Mazaar el Sharif e che non richiedono commenti. Sono state scattate a Falluja tra l'8 e il 19 novembre 2004. La battaglia (preceduta da una settimana di intensi bombardamenti delle forze Usa) ha causato un numero imprecisato di vittime tra i civili rimasti nella città assediata (pare circa 50mila). Le perdite nelle file della resistenza irachena sono state 1600, secondo fonti Usa, contro 35 marines morti e circa 400 feriti. La violenza - cieca, criminale, assoluta - della macchina militare americana si è spostata nel frattempo più a Nord, a Mosul e in altri centri dell'area sunnita.

Come è noto, la battaglia di Falluja si è svolta nel clima di blackout calato sulla vicenda Iraq dopo la vittoria elettorale di George W. Bush. I mezzi di comunicazione embedded non hanno minimamente coperto la notizia, i giornalisti (con l'eccezione di tre embedded imbavagliati e di un paio di freelance a rischio della loro pelle) non erano presenti; le tv arabe, a cominciare da Al Jazeera, sono state con ogni mezzo fatte fuori e hanno dovuto affidarsi a corrispondenti sul posto che hanno fatto quello che hanno potuto in condizioni estreme.


 gp    - 03-12-2004
Segnalo ancora:

Solo Fadhil Badrani, corrispondente iracheno della BBC, ha usato termini abbastanza chiari, ma se fosse dipeso dai suoi colleghi europei o americani, la gente continuerebbe a credere che i marines stiano proteggendo Fallujah e il resto dell’Iraq. Se un giorno la città sarà ricordata per il suo sacrificio non sarà certamente per merito della stampa internazionale, mentre possiamo dire già oggi che l’indifferenza verso la sua distruzione fa capire chiaramente che i giornalisti indipendenti sono ormai una specie in via d’estinzione.

E’ sorprendente scoprire come i media riportino con disinvoltura che il Ministro della Sanità del governo Allawi “non ritenga necessario” intervenire sulle emergenze o che “i campi profughi continuino ad essere ‘regolarmente’ setacciati dalle forze militare americane".

Nel frattempo, impera la formidabile retorica con cui lettori ed ascoltatori vengono raggirati sulla morte dei militari Usa, che, secondo l’Associated Press ad esempio, sarebbero tutti “eroi caduti per il loro paese”. Nei giorni in cui viene celebrato più di un funerale, si ricorre a qualche variante sugli uomini e sulle donne che “si immolano per il bene degli altri”, ma, per quanto riguarda gli iracheni, bisogna ormai accontentarsi dell’aggettivo “insorgenti”, termine con il quale le testate hanno unificato i civili.

L’International Tribune sintetizza la drammatica realtà di un popolo costretto a vivere asserragliato nel proprio paese accusando gli iracheni di essere praticamente dei "vigliacchi che temono persino di aprire la finestra di casa per paura di essere colpiti”. I feriti lasciati morire in mezzo alla strada perché non esiste più nulla per curare nessuno vengono ignorati da “Le Monde” che lamenta unicamente “la mancanza di chirurghi a Fallujah”.

L'assenza di qualsiasi forma di empatia della stampa di tutto il mondo nei confronti dei civili sembra quasi suggerire che la guerra è, ahimè, un evento triste e bisogna pur rassegnarsi al fatto che i civili siano le vittime predestinate. Usa Today, per rassicurare i lettori molto impressionabili, si è affrettato a scrivere che “almeno 30.000 persone non si sono fatte sorprendere e sono riuscite ad allentarsi dalla città di Fallujah”.

Altri giornali chiedono le opinioni di un testimone iracheno solo quando ciò può risultare utile per continuare a far credere che gli unici atti violenti siano opera degli “insorgenti”. Il resto delle cronache è completamente dedicato alle strategie dell’esercito Usa già adottate o a quelle ancora da adottare per “liberare il paese”.

Il Boston Globe assieme a qualcuno tra i giornali nostrani trepida per “il fuoco incessante che costringe i marines a rispondere agli attacchi”. In un panorama tanto desolante ci resta forse il tempo di porci una domanda: ma la stampa riflette veramente i sentimenti della gente?. E quanti di voi si riconoscono nell’indifferenza e nella crudeltà espressa dalle cronache di guerra? Vi interessa, almeno emotivamente, la tragedia di un popolo aggredito o preferite essere aggiornati sull’efficienza dell’esercito Usa?

Visto che la stampa è sostenuta dai lettori, potete ancora chiedervelo e, soprattutto, rispondervi.

Bianca Cerri su Reporter Associati



 Giuseppe Aragno    - 04-12-2004
Aggiungo a mia volta un paio di segnalazioni:

Gino Strada: Falluja: una strage nazista

Gino Strada commenta sinteticamente lo scenario internazionale: Iraq, Palestina, Usa.

...Israele ha giocato un ruolo importante nella battaglia per Falluja, nonostante che gli Americani si siano preoccupati di nascondere questo fatto. Ciò che è trapelato da parte di ufficiali, soldati e perfino rabbini con la doppia cittadinanza che hanno preso parte alle battaglie, alcuni dei quali sono stati uccisi dalla resistenza, è solamente la punta dell'iceberg...

La battaglia di Israele a Falluja

I media della maggiominoranza se ne stanno disciplinatamente zitti.
Ciò che trapela, se non sarà smentito, fa rabbrividire.