....e la legge italiana le condanna alla lapidazione
Ettore Masina - 12-03-2002
Si preparano altre condanne alla lapidazione in Nigeria? E per nostra responsabilità? L'associazione Senzaconfine e l'Asgi Sicilia denunciano che i 2/3 delle donne nigeriane rastrellate in tutt'Italia (circa 60, spesso prese in casa e non sulla strada) in un'operazione contro la prostituzione e l'immigrazione clandestina, e successivamente rinchiuse al Centro siciliano di Detenzione Temporanea Serraino Vulpitta, la sera del 4 scorso sono trasportate alla Malpensa, da dove sarebbero state rispedite in serata nel loro paese di provenienza.
E' stato impedito loro di chiedere asilo, è stato impedito loro anche di poter avviare un percorso di reinserimento sociale per uscire dalla prostituzione, attraverso l'opera di Vivian Wiwoloku, pastore evangelico nigeriano che a Palermo ha recuperato 78 ragazze che ora lavorano, o attraverso l’opera di don Benzi che non soltanto ha salvato tante di queste donne ma ne ha denunziato lo stato di pratica schiavitù in cui si trovavano nel loro paese e in Italia..
Il pastore Wiwoloku ha adesso sottolineato che per queste ragazze la destinazione, una volta rimpatriate, sarà il carcere per mesi e mesi, in attesa di processo poiché la cauzione per la libertà provvisoria raggiunge cifre inaccessibili alle loro famiglie. L’estrema povertà spingerà nuovamente queste donne nel circolo della prostituzione; ma quelle che abitano nei distretti musulmani rischiano anche la condanna alla lapidazione. Dovremo occuparci di nuove Safiya, che in questo caso parleranno italiano per averlo imparato da tanti maschi di buona famiglia del nostro paese?
Senzaconfine e l'Asgi denunciano che ancora una volta che rimpatri del genere violano la legalità, nazionale e internazionale: esiste un divieto di deportazione, sancito dalla convenzione di Ginevra firmata anche dall'Italia.
Ci troviamo dunque di fronte a un nuovo atto di illegalità, un crescendo sempre piu' incontrollabile se queste pratiche non avranno risposta dal movimento che si è sviluppato in questi mesi contro la legge Bossi-Fini e per la difesa dei diritti di profughi e rifugiati.

Per Safiya
Scriviamo all'ambasciata nigeriana

Le notizie sembrano finalmente buone. Nel corso di una importante riunione internazionale, il presidente nigeriano Olosegun Obasanjo ha detto: “Safiya ha presentato appello e sulla base di questo appello ci aspettiamo che si farà giustizia; una giustizia che rallegrerà i cuori di quanti l’hanno chiesta per lei, ma rallegrerà tantissimo anche me”. “La società nigeriana è maschilista e sciovinista – ha aggiunto Obasanjo – e una società non si cambia in una notte. Ma dobbiamo cominciare a lavorare per cambiarla e rompere certe regole sociali”.
E allora? Come ricorderete, il processo in appello a Safiya sarà celebrato il 18 marzo ed io credo che nonostante le parole del presidente nigeriano, il calvario di Safiya sarà più breve se continueremo la nostra pressione sull’ambasciata nigeriana, inviando ad essa (e non a me!) la nostra richiesta di salvezza per quella poverissima donna. Ricordo che le lettere in tal senso - anche brevissime (per esempio. “Salvate Safiya!”) - vanno firmate con nome e cognome (comprensibili) e l’indirizzo del mittente. L’indirizzo dell’ambasciata nigeriana è: via Orazio 18, 00193 Roma.
Queste nostre vigilanza e pressione sono tanto più importanti in quanto potrebbe esserci l’eventualità di una conversione della pena. E’ accaduto così nel caso di Abok Alfa, la ragazza sudanese condannata alla lapidazione per lo stesso “reato”: La condanna è stata cassata perché (ufficialmente) la sharya non si applica ai non-musulmani e Abok è cristiana, ma la giovane è stata processata per reati minori e condannata a 50 frustate: il che non è stata “giustizia” ma una specie di compromesso fra autorità nazionali e corte islamica. Abok è una ragazza e (forse) ha potuto sopportare senza danni gravissimi un supplizio del genere; se toccasse a Safiya (che ha fra i 30 e i 35 anni ma sembra una vecchia) quali sarebbero le conseguenze per lei?
Dunque tornate a scrivere e fate scrivere all’ambasciata nigeriana. Il giornalista della RAI Leopoldo Innocenti è riuscito a intervistare Safyia: Safya gli ha detto, fra l’altro: “Io non so dove sia l’Europa e nemmeno l’Italia ma mi hanno detto che persone di quei posti mi hanno aiutato. Ringrazio tutti. Auguro a tutti prosperità perché grazie anche a loro forse avrò salva la vita”. Ha detto ancora: “ho subìto angherie e boicottaggi. Spero che questo non sia successo invano”,
Inviandovi quello che penso sarà il mio ultimo messaggio su questo tema – credo che il 19 marzo tutti i mass-media daranno notizie dell’esito dell’appello - mi permetto di sottolineare la bellezza dell’esperienza che abbiamo vissuto insieme: non dobbiamo mai rassegnarci al senso di impotenza che talvolta ci coglie, se siamo capaci di stringere le mani di altre donne e altri uomini che come noi credono nella necessità della umana solidarietà, possiamo diventare una forza viva.



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