L'Istituto Professionale non rinuncia ad educare
Francesco Nappo - Ernesto Detto - 09-03-2002
Documento dei lavoratori dell'Ipsia - Monza
Francesco Nappo

Il personale dell'Istituto Professionale di Monza, allarmato dai numerosi e radicali interventi che riguardano il mondo della scuola, non solo relativamente ai preannunciati tagli degli organici, ma prima ancora a proposito dell'impostazione didattica che si intende dare a questo settore dell'istruzione, con il presente documento ri-badisce che:

L'ISTITUTO PROFESSIONALE NON INTENDE RINUNCIARE ALLA SUA FUNZIONE EDUCATIVA

L'attacco al nostro sistema scolastico si sta concretizzando in una serie di massicci interventi sulla scuola:

1. La riforma Moratti, presentata sotto forma di legge delega al governo, esclude di fatto qualsiasi dibattito con le forze politiche e sociali ed impedisce la partecipazione dei soggetti implicati in prima persona nel-l'attività di insegnamento. Anche la cronica carenza di informazioni in merito a tutto ciò che riguarda il destino degli alunni del professionale si configura come una precisa strategia tesa ad escludere ogni forma di intervento e partecipazione.

2. La riforma introduce, nella scuola secondaria, il sistema duale dei due canali: il sistema liceale di durata quinquennale ed il sistema dell'istruzione e della formazione professionale di durata quadriennale.
Tale sistema è solo apparentemente di pari dignità, dal momento che il percorso quadriennale non garantisce l'acquisizione del diploma, se non dopo la frequenza di un successivo anno integrativo.
Inoltre la scelta precoce (anche a13 anni) tra i due canali avviene in un’ età in cui non sono ancora chiari gli obiettivi di progetto e di vita dello studente.
Pur essendo formalmente garantito l'interscambio tra i due sistemi, di fatto si ritiene pressoché impossi-bile l'attuazione di passerelle dal professionale al liceo a causa della debolezza culturale di un percorso finalizzato, a priori, all'inserimento nel mondo del lavoro.

3. All'interno del sistema dell'istruzione e formazione professionale, è previsto che già dal 15° anno di età l'alunno possa conseguire diplomi e qualifiche in alternanza scuola-lavoro o attraverso l'apprendistato.
Ciò significa fornire al sistema produttivo del territorio manodopera necessariamente di basso profilo pro-fessionale, a costo zero, ponendo le basi per l'intervento massiccio degli esterni alla scuola nella gestione della scuola stessa e minacciandone l'autonomia.
Di fatto si passa da una scuola dell'offerta formativa ad una scuola della domanda di mercato.
Riteniamo, inoltre, che un precoce inserimento nel mondo del lavoro andrà a scapito della professionali-tà: è da tempo richiesta, invece, una solida preparazione culturale di base, cui concorrono tutte le disci-pline, con pari dignità, per ottenere flessibilità, capacità di autoaggiornamento e di riconversione in un mondo in cui le competenze professionali specifiche divengono rapidamente obsolete.

4. L'annunciato passaggio alle Regioni dell'istruzione e formazione professionale allarma fortemente i lavoratori di tali scuole.
Gli istituti professionali sono stati storicamente quelli che hanno attuato le più forti trasformazioni, prova ne siano i progetti e le sperimentazioni realizzati.
Tali sperimentazioni, a volte portate avanti tra mille difficoltà, hanno permesso la qualificazione dei nostri percorsi formativi, rendendoli aderenti alle esigenze del territorio.
Il modello sviluppato all'interno dell'attuale istruzione professionale ha avuto il suo motore proprio nell'au-tonomia, ne ha attuate tutte le potenzialità, ed ha favorito lo sviluppo del senso di "appartenenza" dello studente attraverso attività tese al recupero didattico e sociale e all'integrazione dei disabili.
Questa peculiarità è stata conquistata sul campo, grazie all'impegno costante dei lavoratori che hanno creduto alla finalità altamente educativa di questo approccio, fondato sull'attenzione nei confron-ti dello studente inteso come persona e come cittadino.
Questa esperienza utile, e come tale riconosciuta da più parti, sarà azzerata in virtù di una logica pura-mente economica, come dimostrano i tagli agli organici, le cattedre a 18 ore estensibili fino a 24, l'aboli-zione dell'organico funzionale.
Appunto ad una logica meramente economica rispondono anche il criterio, assolutamente discutibile nel contesto dell'istituto professionale a livello pedagogico, della formazione delle classi con un minimo di 25 alunni, e la riforma dell'esame di Stato.

5. Gli esami, formalmente, continuano a definirsi di Stato, ma in realtà diventano simili a semplici prove fi-nali di un ciclo di studi.
I commissari esterni statali, di fatto aboliti, erano i garanti in nome e per conto dello Stato della qualità del percorso di studi effettuato e quindi della ufficialità della certificazione rilasciata.
Il rischio è che il titolo di studio perda validità legale.


6. La proposta di riforma degli organi collegiali trasforma dichiaratamente la scuola in un’ impresa, dove i docenti saranno ridotti al ruolo di semplici esecutori, il personale ATA è escluso dalla partecipazione, sul dirigente si accentrano potere decisionale e responsabilità, su genitori e studenti si scaricano compiti non ancora definiti.

Oltre a ribadire il loro fondamentale ruolo educativo, i lavoratori dell'Ipsia di Monza manifestano viva preoccupazione per la preannunciata regionalizzazione, che di fatto modificherà il vigente profilo contrat-tuale.
Questa, a nostro avviso, è una materia in cui l'informazione risulta particolarmente carente, pertanto ri-vendichiamo il nostro diritto irrinunciabile a partecipare alla discussione e alle decisioni che potrebbero modi-ficare sostanzialmente il nostro ruolo.
Chiediamo pertanto:
· che venga ritirata la legge delega,
· che sia ripristinato il vecchio esame di stato,
· che non si proceda alla regionalizzazione dell'istruzione professionale,
· che si riaffermi il principio dell’obbligatorietà dell’istruzione,
· che la scuola non debba rinunciare alla funzione di promozione culturale e sociale per tutti


Si riforma il 25% delle Superiori senza valutare il passato.
Ernesto Detto ed altri 14 docenti Ipsia

Istruire senza formare o formare senza istruire? Come docenti degli Istituti Professionali Statali riteniamo che sia importante attivare una discussione/riflessione che, evitando ogni impostazione ideologica, entri nel merito delle questioni riguardanti la riforma della istruzione/formazione professionale.
Tale riflessione risulta particolarmente importante per il sistema scolastico italiano, poiché riguarda il 25% di tutti gli Istituti superiori e quindi una utenza particolarmente numerosa.

Gli obiettivi della riforma del 92 ed il libro Bianco della UE
Gli Istituti professionali sono stati riformati da una sperimentazione (chiamata Progetto 92) iniziata nel 1987 e diventata di ordinamento nel 1994. In precedenza l’istruzione professionale statale era costituita da una miriade di corsi di qualifica triennali o quadriennali, i programmi privilegiavano l’aspetto pratico e manuale di arti e mestieri ed erano in forte concorrenza con la formazione professionale regionale.
Tale riforma si è basata su linee guida omogenee a quelle presentate nel libro Bianco della Cresson su Istruzione e Formazione “Insegnare ed apprendere – Verso la società conoscitiva”.
Il libro Bianco si chiede “come formare lavoratori qualificati, in possesso delle necessarie competenze ed in grado di adattarle rapidamente alle nuove esigenze” in un mondo che è trasformato da tre fattori di cambiamento: la globalizzazione, la società dell’informazione ed il progresso tecnico e scientifico (e quindi vengono affrontati temi connessi alla flessibilità professionale ed alla formazione continua). Le risposte, dalle quali sono stati dedotti gli obiettivi generali che hanno permeato tutte le azioni della C.E. dal ’95 sono due:
· Rivalutare la cultura generale
· Sviluppare l’attitudine all’occupazione

I curricoli degli Istituti Professionali: Istruzione e Formazione
Il Progetto 92 ha rivalutato la cultura generale ed ha promosso una formazione professionale specifica direttamente rivolta alla occupazione.
· La rivalutazione della cultura generale è stata perseguita anche con la realizzazione nel biennio iniziale di un’area comune a tutti gli indirizzi (formata da materie umanistiche e scientifiche)
· La promozione dell’attitudine all’occupazione è avvenuta mediante la creazione di un ponte scuola-lavoro chiamato “terza area”, realizzata nel biennio conclusivo e costituita da un monte ore di almeno 300 annuali, non utilizzabili dai docenti come orario di cattedra.
Ogni scuola presenta i progetti per finanziare gli interventi didattici che permettono agli allievi di ottenere una qualifica professionale in linea con le esigenze delle aziende presenti sul territorio. Tali interventi didattici sono articolati in
- corsi teorici e/o pratici svolti da esperti esterni alla scuola, professionisti, imprenditori, tecnici provenienti dalle aziende
- stage

Le esperienze degli Istituti professionali
Se si tiene conto dei curricoli brevemente descritti riteniamo che non si possano trascurare né le esperienze realizzate dagli Istituti professionali nel campo della Istruzione e formazione professionale (corsi di qualifica professionale di I e II livello, corsi di specializzazione, IFTS, stage), nè la rete di rapporti che ogni Istituto professionale ha stabilito sul suo territorio (convenzioni con le aziende e con gli enti locali).
Pertanto riteniamo che in Italia, nella istruzione e formazione professionale, non siamo nell’anno zero, ma vi sono moltissime esperienze alle quali vale la pena di attingere per fare in modo che la riforma non disperda le realtà positive che gli Istituti sono riusciti a realizzare con l’ausilio delle aziende e l’impegno degli operatori scolastici.


Domande: la valutazione dell’esistente

Perché si vuole mutare il percorso professionalizzante senza prendere atto di quanto già realizzato?

Perché non si verifica se il progetto ’92 ha consentito ai giovani di ottenere la indispensabile condizione di flessibilità e di essere capaci di ulteriori specializzazioni richieste in ambito lavorativo a causa delle continue novità tecnico-produttive?

Perché non si accerta se le qualifiche professionali promosse dagli Istituti professionali tenendo conto delle esigenze del territorio, hanno facilitato l’inserimento dei giovani nel settore lavorativo ed hanno contribuito a migliorare la qualità dei vari ambiti settoriali?

Proposta:

Si chiede una seria indagine di quanto sperimentato in tutti gli istituti professionali italiani e si propone una consultazione dei soggetti coinvolti attivamente nelle esperienze realizzate.

Domande: devolution e autonomia

Un passaggio affrettato e non bene organizzato (mancata ridefinizione dei curricoli) non causerà la dispersione delle competenze e capacità che in questo settore si sono sviluppate?

Si pensa forse che sia compito delle regioni risolvere tutte le questioni connesse alla istruzione e formazione professionale, anche quelle “di sistema”?

Come garantire che la devolution non causi:
1. la frammentazione dell’istruzione professionale in tanti corsi di formazione e miriadi di corsi di qualifica, (scuola di arti e mestieri anni ’60) magari con l’aggiunta di un po’ di informatica e lingua inglese?
2. la scomparsa della cultura generale nei curricoli?

Quali formalità garantiranno l’autonomia, costituzionalmente garantita, quali scelte autonome potranno fare le singole scuole, quando gli Istituti professionali passeranno alle Regioni?

Proposta:

Il sistema duale proposto dalla riforma ha già fatto nascere delle perplessità sulla collocazione degli istituti tecnici nei licei tecnologici, alcune voci si sono levate, temono un “depauperamento” degli istituti tecnici e quindi propongono l’istruzione tecnica come un “terzo genere”.
In questa ottica non è il caso di pensare all’istruzione tecnica e professionale, come un terzo genere tra l’istruzione liceale e la formazione professionale?

Domande: depauperamento dell’istruzione professionale

Se ciò non si dovesse verificare, non si correrebbe il rischio di un “depauperamento”?
Gli Istituti professionali da 15 anni non stanno cercando:
1. di sviluppare negli allievi una valida base culturale critico-tecnico–scientifica che permetta una formazione professionale polivalente e flessibile?
2. di promuovere figure professionali dotate di competenze generali comuni su tutto il territorio nazionale e competenze specifiche rispondenti alle necessità locali?

In conclusione, a nostro avviso, la Riforma dell’Istruzione professionale dovrebbe sviluppare le capacità di flessibilità professionale e di autoaggiornamento, potenziando la formazione culturale sia tecnica che umanistica dei tecnici di domani ed è quindi necessario un dibattito serio sul senso e la portata della operazione ed una valutazione del ruolo che gli Istituti Professionali hanno svolto.

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