Notizie dalla neoscuola: altri mondi
Mario Menziani - 06-11-2004
Come può accadere che si possa precipitare in un abisso di tempo, perdersi nei meandri di anni luce e conficcarsi là dove l’attimo assume l’insipida dimensione dell’infinito? Come può accadere che anche solo l’ieri si snaturi e perda il suo concretissimo senso di banale insieme di accadimenti, quel quotidiano susseguirsi così sempre apparentemente uguale e stabile, ma pur sempre diverso e nuovo, che conferisce al nostro stare nel tempo un aspetto famigliare, caldo, pacato e tranquillo?
Lontano, sì lontano, mille miglia lontano. Secoli e millenni lontano. In un mondo altro. In un mondo nemico: algido e opalescente, spettrale.
Il ricordo del suo sole lo colse tutto d’un tratto, e fu dolore fisico, un morso rabbioso allo stomaco. Giochi di ombre e vento, e corse di bambini tra foglie e vento, spicchi di luce mai uguali come pensieri leggeri e cantati in lunghe, ininterrotte fantasie, costruzioni labirintiche nella gioia di incontrarsi:avrebbe mai potuto essere nuovamente così l’uscita da scuola?
Aveva trascorso la mattinata in un lungo estenuante confronto. Era stanco, madido di un sudore freddo e nervoso, la testa colma di quell’inconcudente sfuggirsi e temporeggiare che costituiva l’essenza di quel mondo, del fronteggiarsi in quel mondo. Non c’era battaglia, non c’era mai battaglia, solo quel perenne vagare, quello scivolare nascosti, rimandando sempre e soltanto. Rimandando all’infinito cosicchè tutto sbiadisse e fosse uguale, indistinto, confuso. Né morto né vivo: indifferente.
Se così doveva essere, lui, soldato, obbediva. Ma non poteva certo scacciare i ricordi: solo con il suo corpo presidiava quel terreno nemico. Automa tra automi.
Si erano misurati, come di consueto, con piccole croci. Un lavoro lento e noioso per il quale occorreva la massima concentrazione, sempre pronti a rispondere colpo su colpo a minime sfumature di senso, alle più sofisticate circonlocuzioni, col rischio di perdere via via il senso delle cose, la dimensione reale e di scivolare sempre più nel vago, nel generico, nell’indistinto e indistinguibile. Ne emergevano, alla fine, figure algide, per l’appunto, opalescenti: i prodotti di quel mondo.
Il terreno della parola si faceva via via sempre più ostico, difficile e untuoso. Era facile scivolare sul vischiume dei neologismi, delle sigle, degli acronimi e perdersi nell’accozzaglia delle definizioni.
Poco prima era stato trascinato sul campo del Pecup, delle Osa. Aveva lottato a lungo. Le croci e contro croci: simbolo ambivalente, sinonimo al tempo stesso di cultura e di ignoranza; di sconfitta e di trionfo; di tutto e di nulla. Per scendere nel nulla.
Era stanco, madido di un sudore freddo e nervoso, ma non si dava per vinto.
Nel mondo delle ombre, scivolò come ombra. Non visto, raggiunse la porta, l’aprì appena il necessario. Scivolò all’interno e subito la richiuse. L’ambiente era come se lo aspettva: incolore, asettico. Dov’erano gli odori forti e pungenti del suo mondo? Dov’era il caleidoscopio di immagini e parole, la cromatica miscellanea di ironiche insensatezze, paratia di leggerezza, pausa necessaria e funzionale nel lungo cammino del dover essere?
Estrasse furtivamente dalla tasca interna del soprabito l’arma e in preda ad un’irrefrenabile convulsione colpì.
Il frastuono di uno sciacquone lo inchiodò al suo gesto. Si sentì perso.
- Papà, cosa ci fai tu qui? – era suo figlio che usciva da un gabinetto abbottonandosi i calzoni.
In preda al raptus non si era accordo che nei bagni qualcuno era intento ai propri bisogni.
- Sono venuto per il port-folio… - bonfonchiò. E poi, rassegnato, si scostò dal muro.
In un mondo tutto bianco la sua piccola scritta troneggiava come un’insegna luminosa: abbasso la scuola, c’era scritto sul muro.
- Non riesci proprio ad abituarciti, eh babbo?


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