Destra e sinistra: costruire un ponte
Aldo Ettore Quagliozzi - 02-11-2004
Comincia ad affiorare e divenire convinzione diffusa tra gli opinionisti, anche di fede diversa, che l’era del ‘ berlusconismo ‘ stia volgendo al termine.
Si cominciano a tirare le cosiddette somme, al fine di determinare lo stato dello sfascio generale del bel paese, non solo sul piano della economia ma soprattutto sul piano del vivere sociale, ché di certo è stata la voce più passiva di questo decennio maturato all’ombra ingombrante del nostro egoarca.
Quella opinione beneagurante avrà di certo le sue solide, sfuggevoli al momento, fondamenta, ma non basta di certo un solo augurio affinché un fatto, politico in questo caso, possa essere considerato già bello e compiuto; occorrono tutte quelle operazioni di grande lena affinché quel tale liberatorio evento s’abbia a verificare.
Aiuterebbe in questo senso allora che le due schiere storicamente contrapposte nel bel paese, la destra e la sinistra, riuscissero, per il bene superiore del bel paese, a costruire un ponte di dialogo fondato sulle solide basi del reciproco riconoscimento, della lealtà politica, del buon affare e del rispetto delle regole condivise; è assurdo che nel bel paese, per come avviene oramai da un buon decennio, ad ogni cambio di maggioranze parlamentari si abbiano a scardinare le istituzioni stesse, le burocrazie e le amministrazioni ai loro più alti livelli, alla messa in mora di un sistenma educativo nel suo complesso, all’annichilimento della funzione autonoma ed insostituibile della magistratura, alla devastazione del patrimonio artistico, archeologico e paesaggistico del bel paese, allo svilimento e snaturamento del vivere civile del bel paese insomma, con grande disorientamento dei cittadini che difficilmente, nelle predette circostanze e condizioni, potranno maturare, al di là dei diritti, i doveri propri della cittadinanza.
Non mancano, anche storicamente parlando, i fatti e le condizioni affinché quel ponte di dialogo tra le due contrapposte anime della politica del bel paese abbia ad essere costruito, con il dichiarato intendimento di porre fine ad una esperienza politica e di governo tra le più deludenti, sconsiderate e disastrose mai vissute nel bel paese, e con la reciproca convinzione, pur nel rispetto delle proprie identità storiche, che la ricerca comune delle regole basilari del vivere civile consentirà in tutte le occasioni future di affrontare i mutamenti, sempre auspicabili degli schieramenti, non come cataclismi ma come un normale avvicendarsi di esperienze e competenze messe al servizio del bel paese.
Sorregge in questo antico convincimento la lettura dei ‘ sacri testi ‘ di quegli uomini che sono stati e sono tuttora i veri rappresentanti della moderna destra del bel paese; di una destra aperta, non accidiosa, ma soprattutto consapevole della propria limitatezza, in quello che oggi viene ben definito ‘ relativismo ‘, a fronte di cambiamenti nel mondo che non hanno più bisogno dei decenni per affermarsi e per cambiare radicalmente la vita a miliardi e miliardi di uomini e donne di questo pianeta chiamato Terra.
Scriveva già con grande premonizione un saggio, non più di questo mondo, quell’Indro Montanelli il 6 febbraio dell’anno 1994:

“ ( … ) Proprio perché veterano della destra con tanti di nastrini sul petto, mi arrogo il diritto di denunziare la contraffazione del marchio.
Nulla è più incompatibile con l’Italia di destra – tutta cifre, sobrietà e rigore – di quella fasullamente apollineo, supervitalizzata, candeggiata, cotonata e tutta ‘en rose ‘ che il cavalier Berlusconi ci ammannisce, in vista dei soliti ‘ immamcabili destini ‘, nelle sue flautate omelie in technicolor.
E nulle è più lontano dal linguagggio e dallo stile della destra di quelli da taverna e da bordello di Bossi con i suoi celodurismi.
( … ) Anche a costo di essere frainteso, debbo dire che, dei tre, il meno incompatibile col galateo della destra – che poi è il galateo tout court – è, nonostante le sue ascendenze, Fini, nel cui retaggio ci sono molte cose per noi inaccettabili, ma non la sguaiatezza e la volgarità.
( … ) Non è una scelta ideologica: anche perché, a dire il vero, cosa voglia questa destra apocrifa e chiacchierona non l’ho capito.
I suoi corifei parlano di Lavoro, Famiglia, Risparmio, Giustizia, Efficienza: tutto in maiuscolo, e come se qualcuno potesse volere il contrario.
No, la nostra è una scelta di civiltà. Chi affida la propria immagine alle mutande e ai lazzi del goliardismo più deteriore, così come chi l’affida al cerone dello spot pubblicitario per lo smercio di Virtù un tanto al chilo, ha le carte in regola per diventare un Peròn; uno statista di detsra, mai. ( … )


Ed ancora scriveva quell’indimenticabile maestro in un suo pezzo del 3 marzo 1994, anno primo della discesa in campo dell’egoarca:

“ ( … ) La repulsione verso i fantasmi del passato, in chiunque si incarnino, è istintiva e ineluttabile. Ma altrettanto istintiva è l’esitazione di fronte ai nomi nuovi che non hanno altra referenza che il fatto di essere nuovi.
La lezione ci viene da lontano. Uno dei motivi che spianarono la strada a Mussolini fu la promessa di dare all’Italia una classe politica nuova. Poi venne Starace.
Di Starace, per ora, non ne vediamo all’orizzonte nessuno, ma il sospetto che ce ne possa essere all’agguato qualcuno è abbastanza comprensibile.
( … ) Per quanto mi riguarda, darò il mio voto al candidato che più mi fornirà garanzia non di progressismo, ma al contrario di regressismo, cioè di disfare il malfatto, termine da cui origina quello di malfattore, per rifarlo come buonsenso e onestà comandano. ( … )


E poi, negli ultimi tempi della sua vita, in un’intervista al quotidiano ‘ la Repubblica ‘ del giorno 26 marzo 2001 così diceva del bel paese e delle sue sorti future:

“ ( … ) …è la peggiore delle Italie che io ho mai visto. E dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime.
L’Italia della marcia su Roma, becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze.
L’Italia del 25 luglio, l’Italia dell’8 settembre, e anche l’Italia di piazzale Loreto, animata dalla volontà di vendetta.
Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l’avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo.
( … ) Non sono spaventato: piuttosto sono impressionato, come non lo ero mai stato. Va bene, mi dicevo, succede anche questo: uno dei tanti bischeri che vengono a galla, poi andrà a fondo.
Ma adesso sono davvero impressionato, anche se la mia preoccupazione è molto mitigata dalla mia anagrafe. Che vuole, alla mia età preoccuparsi per i rischi del futuro fa quasi ridere.
( … ) E’ strano: io non avevo mai preso parte alla campagna di demonizzazione: tutt’al più lo avevo definito un pagliaccio, un burattino. Però queste storie su Berlusconi uomo della mafia mi lasciavano molto incerto. Adesso invece qualcosa è possibile.
( … ) Io voglio che vinca, faccio voti e faccio fioretti alla Madonna perché lui vinca, in modo che gli italiani vedano chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi al Vaticano.
Soltanto dopo saremo immuni. L’immunità che si ottiene col vaccino. ( … )


Così scriveva quel benemerito, e non ha conosciuto lo scempio dell’Italia dell’anno del signore 2004.
Franco Cardini è un uomo della destra, della destra razionale e pensante, rispettosa delle regole, nemica giurata degli affarismi a tutti i costi, anche a spese di un ordinato e compiuto vivere sociale e civile.
Franco Cardini in una intervista rilasciata a Roberto Cotroneo apparsa sul quotidiano ‘l’Unità ‘ del 31 ottobre dell’anno del signore 2004 afferma con grande chiarezza:

“ ( … ) Orvieto, estate 2003. Convegno con Alemanno e Buttiglione seduti sul palco di presidenza. Un diluvio di interventi contro Bush, contro la guerra in Iraq, e contro la politica sociale del governo Berlusconi.
Un diluvio di applausi. Compresi quelli di Alemanno e Buttiglione che erano due membri proprio di quel governo. Come la mettiamo?
(… ) La mettiamo che l’elettorato di destra è più distante da Forza Italia che dalla sinistra. Perché Forza Italia è un partito azienda, come si è detto sin dal primo mometo. Solo che non si è specificato di che tipo di azienda si tratta. Non è la bellissima azienda etica e utopica di Adriano Olivetti. Ma è l’azienda tremenda delle multinazionali senza scrupoli.
( … ) … la lurida borghesia italiana ha utilizzato le destre in funzione anticomunista. Contro il cattolicesimo sociale, quello vero, non quello di certa gente che fa dire messa in latino. E oggi sta contro l’Islam. Per biechi interessi neoconservatori e neoliberisti.
( … ) … An avrebbe dovuto recepire profondamente, per esempio, la grandezza di un papa come il nostro. Che prima combatte il comunismo, e poi nella sua straordinaria intuizione, comprende che battuto il comunismo il vero problema è questo selvaggio disumano neoliberismo mondiale.
Che sicuramente è anche peggio. Un neoliberismo erede, del resto, del liberismo e del colonialismo, che dal settecento in poi ha fatto molti più morti degli ottanta milioni attribuiti al comunismo, solo che li hanno fatti fuori Europa, e noi abbiamo fatto finta di non rendercene conto.
Non dimentichiamo che Giovanni Paolo II ha incontrato Fidel Castro: non era una visita di cortesia, era un messaggio. A Castro perché si rinnovasse. E a tutti gli altri: la natura di questo messaggio è stata chiarita dal papa stesso qualche settimana fa in uno splendido discorso contro l’idolatria del denaro e il disvalore della ricchezza, cinicamente usata.
( … ) nella destra italiana c’è una tradizione che si rifà a Sorel, c’è un solidarismo autentico, c’è la ricezione della dottrina sociale della Chiesa, c’è soprattutto il senso della cosa pubblica e l’importanza dello Stato sociale, tutte cose che si stanno perdendo.
E ora si allontana sempre di più la possibilità di un dialogo autentico con la sinistra. ( …)


E’ una preoccupazione di Franco Cardini da non sottovalutare e da raccogliere prontamente, se si vuole evitare al bel paese ben più dolorose disavventure umane e sociali.

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