2 novembre 2004: promemoria per un’elezione
Aldo Ettore Quagliozzi - 29-10-2004
Riandando con la memoria alla storia politica del bel paese, all’indomani della tragica conclusione della guerra e della dittatura fascista, i più attempati abitatori del bel paese ricorderanno un manifesto elettorale di un certo schieramento politico che intimava ai cittadini-sudditi un profondo esame delle coscienze loro al momento del voto, pena tutte le disgrazie dell’inferno.
Grosso modo quel tale manifesto tirava in ballo due grandi figure del tempo, ovvero Dio in persona ed il dittatore della allora U.R.S.S. Giuseppe Stalin; per la qualcosa gli ideatori del manifesto di una certa parte politica attribuivano alla onnipotente figura dell’Iddio la possibilità di poter sorvegliare pienamente tutti gli elettori nel momento magico e tragico della apposizione delle fatidiche croci sui simboli partitici, opportunità invece negata alla seconda delle due figure essendo limitate le sue potenzialità data la finitezza sua dell’essere solamente un umano.
In un altro tempo ed in un altro contesto, sopravvivendo solamente una delle figure predette, eccola tirata nuovamente in ballo in un nuovo epocale scontro elettorale.
“ Dio non vota “ è la graffiante prosa di Beppe Grillo.

Il 2 novembre si sceglierà tra Bush e Kerry anche a La California, frazione di Bibbona (Livorno). Se il presidente degli Stati Uniti si comporta come signore del mondo, perché devono votarlo solo gli statunitensi? Ci sarò anch'io.

Così ho guardato in televisione i congressi dei democratici e dei repubblicani. Li chiamano "convention" ma ormai sono dei festival. Da quando sono i pubblicitari a scrivere i programmi dei candidati, a scegliere i loro slogan e le loro cravatte, molti parlano di politica-spettacolo. Ma oggi siamo oltre: la politica lascia il posto allo spettacolo.

Credevo di aver sbagliato canale con il telecomando: alla convention repubblicana ho visto proprio Terminator, il più violento e muscoloso degli attori statunitensi. Non volevo crederci, ma ora è presidente della regione California. Lo chiamo così perché se i giornalisti italiani chiamano governatore Formigoni, cioè il presidente della regione Lombardia, allora Terminator, governatore della California, lo si può chiamare presidente della regione California. Tanto per capirci.

Terminator, gonfio di orgoglio come molti culturisti sono gonfi di anabolizzanti, ha formulato una critica molto articolata ai democratici: "Sono femminucce". Ci pensate? Gli Stati Uniti sono l'unica nazione con la pretesa di essere il modello di libertà e tolleranza per il mondo. Un mondo che va convinto – o almeno conquistato – anche a forza di bombardieri, carri armati, campi di prigionia e di tortura, pena di morte. Ma gli Usa sono anche la nazione dove culturisti e altri energumeni hanno le maggiori chance in politica. Già, se la politica è un gioco pesante, perché non ricorrere ai pesi massimi?

Il primo tra i maneschi passati in politica fu il campione di wrestling Jesse "the Body" Ventura, ex attore nel film Predator, governatore del Minnesota dal 1999 al 2003. "Abbiamo bisogno di mettere un wrestler alla Casa Bianca nel 2008", ha detto, aprendo inaspettate prospettive per la difesa dal terrorismo islamista. Perché ricorrere all'intelligence quando bastano gli anabolizzanti? Basta mettere su un capo che sia grande, grosso e manesco: bin Laden, gracile e malaticcio, si spaventa e scappa. Il successo di una mente così fina ha spronato altri energumeni a buttarsi in politica.

Il più fortunato è appunto Terminator, che ora comanda in California. Nel 2003 gli Stati Uniti avevano due governatori maneschi su 50, il 4 per cento. Se fosse indipendente, la California sarebbe la quinta nazione del G7, davanti a Canada e Italia. Roba da brividi. Un decimo della popolazione e un sesto dell'economia negli Usa hanno scelto governatori che hanno passato in palestra più ore che all'università e lo dimostrano ogni volta che aprono la camicia o la bocca.

Qualcuno sostiene che Predator e Terminator siano diventati politici saggi. Eppure con le loro raffinate dichiarazioni dimostrano che per loro la politica è la continuazione del culturismo con altri mezzi. C'è da preoccuparsi: se più di un decimo del paese più potente e più armato del mondo è governato da palestrati eletti dal popolo, vuol dire che quel popolo non riesce più a distinguere tra culturismo e cultura. Per governare una nazione la prima cosa che devi conoscere è la sua cultura. Per aspirare a guidare il mondo, devi conoscere anche la cultura delle altre nazioni. La palestra non basta.

Un generale statunitense ha detto che invadere l'Iraq come risposta all'11 settembre è come se si fosse invaso il Messico in risposta a Pearl Harbor. Il dilagare del culturismo e della confusione nella cultura Usa spiega forse un fatto inquietante: nei primi due dibattiti televisivi per le presidenziali, tre dei quattro candidati (Bush, Kerry, Edwards) hanno detto bin Laden in una frase in cui volevano dire Saddam e viceversa. Si sono subito corretti. Per fortuna nel frattempo non hanno bombardato nessuno.

Chi confonde il culturismo con la cultura è pericoloso. Confonde la forza con la ragione. È quello che stanno facendo gli Usa da anni: ora in Iraq e in Afghanistan; prima in Vietnam, oppure appoggiando colpi di stato, dittatori e massacri in Cile e in sud e centro America, in Indonesia e in Congo negli anni sessanta, in Iran nel 1953.

Credevo che la convention democratica fosse meglio di quella repubblicana. Invece che delusione! Sapete qual è il pensiero più articolato che ho sentito da John Kerry? Bush – afferma Kerry – dice che Dio sta dalla sua parte. Noi invece speriamo di stare dalla parte di Dio!

Ecco la grande democrazia statunitense, quella che tutto il mondo dovrebbe imitare! Non potete scegliere tra la guerra e la pace, per voi hanno già scelto i grandi boss dell'industria del petrolio e delle armi. Però potete fare una scelta ben più importante, quella tra due candidati molto diversi, uno con Dio che combatte dalla sua parte e uno che – invece – spera di combattere dalla parte di Dio. Ah! Questa sì che è democrazia! Peccato che negli Stati Uniti Dio non possa votare. Vogliono tutti portarlo in guerra. Ma nessuno gli chiede se è d'accordo. Poi dicono che i musulmani sono pericolosi perché hanno una religione bellicosa.



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 Aldo Quagliozzi    - 30-10-2004
Nell’imminenza delle elezioni presidenziali americane del 2 novembre torna utile ed interessante la rilettura di un recente articolo di Noam Chomsky dal titolo “ Pretesti e visioni “.
In esso appare evidente come l’azione di ‘ pace ‘ dell’amministrazione Bush e dei suoi compagni di ventura si sia rivelata invece una azione destabilizzatrice a livello mondiale, innescando fenomeni di riarmo che non si contavano più a datare dalla caduta del ‘ muro di Berlino ‘, ed un rilancio in grande stile di uno stato di insicurezza internazionale che non può essere convenientemente affrontato e contenuto ricorrendo solo alla forza bruta della armi e disarmando la politica ai più alti livelli, ché solo essa potrà essere portatrice di stabilità e benessere in quelle parti del mondo ancor oggi non visitate dal progresso tecnologico, sociale ed umano.
E’ certo che sarà necessario affrontare alla radice i problemi legati agli enormi squilibri internazionali in fatto di diseguale ed immorale distribuzione della ricchezza, di sfruttamento e depredazione delle risorse del pianeta, avviando una politica di redistribuzione delle ricchezze e delle conoscenze tecnologiche, le sole che possano in tempi ragionevoli migliorare le sorti di miliardi e milardi di uomini prosciugando in tal modo lo stagno tragicamente infetto del terrorismo.


Forse il documento più minaccioso in circolazione è la Strategia della sicurezza nazionale statunitense (Nss) del settembre 2002. La sua applicazione in Iraq è già costata molte vite e ha scosso il sistema internazionale.

Tra le ricadute della lotta al terrore c'è una ripresa della Guerra fredda, con più giocatori nucleari che mai, e con scenari sempre più pericolosi in tutto il mondo. Come ha detto Colin Powell, la Nss ha stabilito che Washington ha un "diritto sovrano a usare la forza per difendersi" dai paesi che hanno armi di distruzione di massa e cooperano con i terroristi (i pretesti per invadere l'Iraq). Il vero motivo per l'invasione viene ancora taciuto: stabilire le prime basi militari Usa in uno stato asservito al centro delle principali risorse energetiche al mondo.

Ma siccome i vecchi pretesti sono venuti meno, il presidente Bush e i suoi colleghi, dando prova di flessibilità, hanno rivisto la dottrina dell'Nss per poter ricorrere alla forza anche se un paese non ha armi di distruzione di massa né programmi per svilupparle. È sufficiente "l'intenzione e la capacità" di farlo. Quasi ogni paese ha la capacità, mentre l'intenzione è rimessa al giudizio dell'osservatore. La dottrina ufficiale, quindi, è che chiunque può essere attaccato.

Nel settembre del 2003 Bush ha assicurato agli americani che "il mondo è più sicuro perché la nostra coalizione ha messo fine a un regime iracheno che coltivava legami con il terrorismo e fabbricava armi di distruzione di massa". I suggeritori del presidente sanno che le menzogne possono diventare verità se ripetute con insistenza.

La guerra in Iraq ha invece alimentato il terrore in tutto il mondo. Nel novembre del 2003, l'esperto di Medio Oriente Fawaz Gerges ha definito "incredibile il modo in cui la guerra ha ridato vigore al richiamo di un islam globale jihadista, in netto declino dopo l'11 settembre". Lo stesso Iraq è diventato per la prima volta un "rifugio dei terroristi".

È aumentato il reclutamento per la rete di al Qaeda. "Ogni uso della forza è un'altra piccola vittoria per bin Laden", che "sta vincendo", scrive il giornalista britannico Jason Burke in Al-Qaida. Per la galassia degli islamismi radicali, oggi quasi tutti indipendenti, bin Laden è più che altro un simbolo.
La corretta risposta al terrorismo è duplice: verso i terroristi e verso la riserva di sostegno potenziale. I terroristi si considerano un'avanguardia che cerca di mobilitare altra gente.

Il lavoro delle forze di polizia, che è una risposta senz'altro appropriata, ha avuto successo in tutto il mondo. Ma più importante ancora è l'ampio bacino di persone che i terroristi cercano di raggiungere, tra cui molti che li odiano e li temono ma che comunque ritengono giusta la loro causa. Noi possiamo, con la violenza, aiutare l'avanguardia terroristica a mobilitare questa riserva di sostegno. Oppure possiamo affrontare la "miriade di risentimenti" che, secondo Burke, sono "le cause principali della moderna militanza islamica". Questo sforzo può ridurre in modo significativo la minaccia del terrore.

Le azioni violente provocano reazioni che rischiano di trasformarsi in una catastrofe. Secondo alcuni analisti statunitensi, la spesa russa per la difesa è triplicata negli anni di Bush e Putin, in gran parte in risposta alla bellicosità dell'amministrazione Bush. Da entrambe le parti le testate nucleari restano in allerta. Ma i sistemi di controllo russi si sono deteriorati. I pericoli aumentano con la minaccia e l'uso della forza.

I piani militari di Washington hanno provocato anche una reazione cinese. Secondo quanto scrive il corrispondente del Boston Globe, Jehangir Pocha, Pechino ha annunciato programmi per "trasformare il suo esercito in un'entità tecnologicamente moderna capace di proiettare la sua forza su scala globale entro il 2010, rimpiazzando il suo arsenale nucleare terrestre – una ventina di missili balistici degli anni settanta – con 60 nuovi missili a testata multipla, capaci di colpire gli Stati Uniti".

È probabile che le azioni della Cina scatenino un effetto a catena in India, Pakistan e altrove. I programmi nucleari in Iran e Corea del Nord, che sono almeno in parte una risposta alle minacce americane, sono davvero preoccupanti. Nel 2003, all'assemblea generale dell'Onu, Washington ha votato da sola contro l'applicazione del Trattato di interdizione totale degli esperimenti nucleari e da sola, con l'India, contro i primi passi verso l'eliminazione delle armi nucleari.

E solo con Israele e Micronesia, contro la proliferazione nucleare in Medio Oriente. I presidenti hanno spesso delle "dottrine", ma Bush ii è il primo ad avere anche delle "visioni". La più esaltata, partorita dopo la forzata rinuncia a tutti i pretesti per l'invasione dell'Iraq, è quella di portare la democrazia in Iraq e in Medio Oriente. Nel novembre del 2003 questa visione è stata spacciata come il reale motivo della guerra.

Per prendere sul serio queste dichiarazioni dovremmo presumere che i nostri leader sono dei bugiardi: mentre mobilitavano i loro paesi per la guerra, dichiaravano che i motivi per farla erano del tutto diversi. Il buonsenso obbliga a dubitare dei pretesti usati per sostituirne altri già smentiti dai fatti.

 Grazia Perrone    - 30-10-2004
Segnalo da Diario:

Chi finanzia la campagna presidenziale di Bush?

L'accoppiata Bush-Cheney riceve contributi in denaro da due mafiosi del clan Colombo di New York.

Una tradizione americana che continua

Gli Stati Uniti sono affezionati alle proprie tradizioni. Non fa eccezione l'ormai secolare abitudine della criminalità organizzata a dar soldi e i candidati presidenti a ricevere, per restituire in futuro il favore. Una tradizione rispettata anche nell'attuale campagna.

I rapporti della commissione elettorale federale dimostrano he due membri del clan dei Colombo hanno versato 2 mila dollari ciascuno (il massimo contributo elettorale che si possa donare individualmente per legge) nelle casse del team Bush-Cheney.

I due contribuenti alla causa repubblicana, John Staluppi e John Rosatti, sono multimiliardari proprietari di concessionari di automobili in Florida e a New York. I wiseguys sono affiliati da tempo alla famiglia Colombo, anche se in passato ne hanno appoggiato una fazione che voleva soppiantare il boss Carmine "The Snake" Persico mentre si trovava dietro le sbarre.

I loro nomi sono stati fatti all'Fbi nel 1993 dall'ex capo banda pentito, Salvatore Miciotta. Sul sito the smoking gun si possono leggere alcuni estratti delle considerazioni su Staluppi e Rosatti espresse da Miciotta durante i colloqui con l'agenzia federale.