Sguardo sul Novecento
Laura Tussi - 28-10-2004
Poche note introduttive all'articolo di Laura Tussi, note amichevoli, ma ferme, come richiede l’incombenza di chi sa di ospitare e, ad un tempo, non intende rinunciare ad una identità. Ringraziamo Giuseppe Aragno per il prezioso contributo [Red]

Il Novecento: quale?

Scrivere di storia vuol dire conoscere e rispettare le “regole del mestiere”. E questo vale per noi anche oggi, sebbene impazzino gli storici alla Pansa e i libelli confusi di un Sergio Luzzatto, che ai Pansa fa ad un tempo la guerra ed il filo. Ci sono i secoli degli opposti e studiosi – o presunti tali – che fingono di opporsi. Spiace che questo accada nelle odierne università, ma in tutta onestà, non fa meraviglia.

La questione del tempo anzitutto, così com’è posta: “fuori dal tempo”.
Il tempo della storia è convenzione. Un anno può valere più d’un secolo – il 1492 fa ancora luce – ma non c’è secolo che non si intrecci in un altro e non conduca in sé i germi del secolo che nascerà. Il Novecento da solo non esiste. Uomini nati nel pieno dell’Ottocento ne sono protagonisti, né più né meno di altri, che venuti dopo, ma in quel secolo formati, fanno e faranno parte della storia che verrà: la storia del Duemila che appena nato è subito scomparso assieme all’Ottocento, vecchio nonno.
E perché meravigliarsi? Sergio Luzzatto, che ha una sua idea del tempo storico, tra il plauso puntuale del conformismo di sinistra, è giunto di recente a scrivere che il Ventennio è finito da sessant’anni e che perciò “il fascismo e l’antifascismo non sembrano più dover coinvolgere le nuove generazioni. [1]”. L’ha scritto, proprio mentre s’è accorto che ci va crescendo lentamente attorno, “una miscela di rigurgito patriottico e di anelito mistico”, un “totalitarismo democratico che, […] una guerra dietro l’altra”, va “sempre più restringendo e privatizzando le libertà civili”, ed è giunto a concludere che “può ben darsi che l’antifascismo giaccia oggi sul suo letto di morte, […] ma può essere che valga la pena di impegnarsi a mantenerlo in vita ancora un po’ – almeno finché non si sia trovato di meglio[2].
Eccola l’idea corretta del tempo storico! Non s’è nemmeno chiesto Luzzatto, se per caso non abbiamo di fronte un moderno fascismo; non coincide con la sua idea del tempo storico: non è possibile dopo sessant’anni! Intanto la cattedra non gliela toglie nessuno e, in questo modo, all’università forma studenti.
Il fatto è che il tempo della storia non è, non può essere quello che prolunghiamo, per accanimento terapeutico, per forza di volontà, in mancanza di valori alternativi da apporre ad un sistema che non ci piace. Su questo almeno non dovrebbe esserci dissenso.

C’è poi la questione del comunismo, che è un’antica utopia. Il materialismo storico ne è uno dei tanti volti ed è una costruzione di pensiero possente che nasce nell’Ottocento e di là, dall’Ottocento, a dir poco, si proietta sul Novecento, che ne è solo l’erede. Poi sì, prende corpo nel “secolo”, ma solo quando esso ha già oltre tre lustri di vita ed un conflitto mondiale che lo segna. Un conflitto che affonda le radici - serve dirlo? - nei vecchi mali dell’Ottocento: Sedan, la Francia umiliata, la questione d’Oriente, il Reich al tramonto di Bismarck e così via. E’ Novecento, certo, ma ce n’è di Ottocento con cui dovere fare i conti. Il marxismo realizzato, nel Novecento si fa bolscevismo - è cioè revisione di se stesso - poi diventa stalinismo e non ha praticamente più nulla a che vedere con il comunismo. Ma pare che un ismo ci voglia... ed ecco il terrorismo. E’ il nuovo mostro. Nuovo? Ma il primo conflitto mondiale non trovò modo di esplodere, grazie a un terrorista? Dov’è il nuovo e dove il vecchio? Dove il tempo che nasce e dove quello che muore?

Il Novecento è il secolo degli opposti o sono gli opposti a fare la storia? Eraclito da millenni ci racconta di opposti in conflitto. La storia è questo, non il Novecento secco, solo e isolato, il secolo breve, quello in cui muore la storia, quello del paradosso o dello squilibrio paralizzante. La paralisi della storia nascerà dalla fine del genere umano, non viceversa: non ci saranno eventi umani a produrre paralisi della storia.
E si potrebbe continuare. Il movimento operaio è ben vivo già nell’Ottocento, il colonialismo non nasce nel Novecento e non si collega strettamente al comunismo: ci sono di mezzo secoli - l’Asiento risale ai tempi della pirateria sui mari solcati da galeoni - e interi continenti l’hanno conosciuto ben prima del fantasma che ha corso per l’Europa ad opera di Marx e di Engels. Ci sono di mezzo culture: i conquistadores non sono la regina Vittoria, Gandhi non è Ben Bella e l’Algeria non è stata il Vietnam.
In quanto all’atomica, l’hanno cercata assieme i nazisti e gli Usa e a dare una mano è stato un ebreo sfuggito a Mussolini, così come un nazista, Von Braun, è il padre “americano” della civiltà dei missili a testata nucleare. Sono armi di distruzione di massa che conducono diritto sino a noi. Al Duemila, non al Novecento, che a sua volta non nasce nel 1914. L’atomica non è arma creata per non esplodere. Ed è esplosa: a Hiroshima e a Nagasaki. Un “olocausto breve”, ma, in relazione al tempo durato più distruttivo e non meno feroce. Un “olocausto breve”, non per battere i giapponesi, ma per ammonire “nazisticamente” Stalin. Un altro maestro di olocausti e forse un dilettante se si pone mente ai morti per fame e per sete, che ogni giorni fingiamo di ignorare.
Eichmann è solo un uomo. Semplicemente un uomo, né scialbo, né brillante. E’ il volto della barbarie che ci alberga dentro dalla notte dei tempi, contro la quale lottano da sempre la voglia di progresso e il bisogno di civiltà.

In ultimo, e davvero senza intenti polemici, in quel Novecento a cui neghiamo dignità, è nato un patrimonio di valori, che avranno magari bisogno di essere ripensati, ma che rappresentano allo stato dei fatti il solo baluardo contro la barbarie del mercato che detta le regole alla politica. Una barbarie che trova sempre disponibili i suoi Eichmann. E’ del Novecento, l’idea d’una Europa dei popoli, quella di Altiero Spinelli e del Manifesto di Ventotene. Un’idea che lo stesso Novecento ha accecato a Maastricht. Un Novecento che non è né europeo, né nazista, né comunista. E’, a ben vedere, quello che hanno voluto gli Usa. Due Novecento quindi. Entrambi nel Duemila. Nessuno di noi sa cosa sarà quello che chiamiamo nuovo secolo. Ma l’eredità del Novecento avrà un peso enorme. Ed è possibile, sembra anzi già probabile, che in discussione non sia un equilibrio definitivo tra gli archetipi di democrazia e dittatura, ricchezza e miseria, progresso e barbarie, ma tra storia e preistoria. E’ questa la possibile ambivalenza devastante. E il prezzo da pagare stavolta è davvero incalcolabile.
Faccia presto Luzzatto a trovare “qualcosa di meglio” e facciamolo tutti noi. Perché il tempo che viene non consente illusioni. E se non c’è di meglio, come io credo, impediamo che si smantelli ciò che di buono dal Novecento ereditiamo.

Giuseppe Aragno

[1] Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Einaudi, Torino, 2004, p. 6.

[2] Ivi, pp. 91-92.



LAURA TUSSI: SGUARDO SUL NOVECENTO




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