Un paese in angoscia
Aldo Ettore Quagliozzi - 27-10-2004
Ha scritto Anna Maria Ortese in un suo saggio apparso sul periodico ‘ Il Mondo ‘ nel lontano 30 agosto dell’anno del signore 1960:

“ ( … ) L’angoscia, ( … ), per lo meno la madre delle angosce, viene semplicemente dal governo: un governo che rappresenti solo due o tre cittadini, mette automaticamente gli altri novantasette in angoscia, e la ragione è chiara. Mentre quei due o tre avranno radici ben salde nel terreno, cioè nella legalità, cioè nella socialità, gli altri novantasette, privati morbidamente di tutto questo, non avranno diritti che non siano immaginari, vivranno sempre in una mezza realtà, si crederanno ombre: ed essendo la loro buona fede ( o debolezza ) infinita, mai oseranno dichiarare al governo il loro diritto a un diritto autentico, non formale, ad una realtà di cose e non di parole.
Ed una volta rinunziato ad essere cittadini autentici, ecco non si è neppure uomini autentici, professionisti autentici, cristiani autentici, e così via. Perché la realtà base, perché un uomo possa diventare un uomo, è quella civile, e comporta dei doveri, che tutti abbiamo, ma anche dei diritti, che sono invece di due o tre persone.
E a non capirlo, nasce la sensazione continua di essere trasportati, o spostati in eterno, come un tappeto magico, che è l’arbitrio dei pochi. Il difetto di Kierkegaard applicato, per così dire, al Mediterraneo, o per lo meno all’Italia, stava nel dare a questa alienazione una radice cosmica, e soltanto cosmica, mentre era per buona parte amministrativa, e avrebbe potuto porvi rimedio un onesto contabile. ( … )


Fine prosa di autore o invero una realtà agghiacciante dei giorni nostri a ben un quarantennio dalle cose scritte dalla Ortese?
Il paese è in angoscia, in un torpore quasi preagonico, non ‘ deluso ‘ come vorrebbero quasi farci credere gli imbonitori prezzolati dell’occasione, ma tradito e sprofondato in una condizione allarmante di angoscia collettiva.
Ma è una angoscia che stenta ancora a trovare una sua via di emersione, come da un profondo abisso, emersione che consentirebbe peraltro la ricerca collettiva delle responsabilità e dei giusti rimedi.
Scrive per l’appunto Corrado Stajano sul quotidiano ‘L’Unità ‘ del 22 ottobre:

“ ( … ) Non si riesce a capire bene, in quest’Italia dubbiosa, se esiste oppure no, nella maggioranza delle persone, coscienza del clima equivoco in cui viviamo e dei pericoli che corre la Repubblica.
I fatti parlano da soli: la Costituzione stracciata, la riforma dell’ordinamento giudiziario che mette in ginocchio i magistrati, il debito pubblico che pesa come una montagna, i condoni fiscali e quelli edilizi che puniscono gli italiani onesti e distruggono, in nome della speculazione, quel che resta del bel paese, la Finanziaria che sembra il gioco truccato di Monopoli, la promessa ossessionante di tagliare le imposte: un delirio quando in cassa non c’è un centesimo.
E questo mentre il governatore Fazio dichiara allarmato: ‘ La situazione è grave ‘; mentre l’avvocato generale della corte di giustizia dell’Unione europea accoglie il ricorso del sostituto procuratore Gherardo Colombo e chiede alla Corte la bocciatura della legge sul falso in bilancio, in nome della normativa del resto d’Europa; mentre la Commissione europea respinge la proroga della Tremonti-bis incompatibile con le regole dell’Unione sugli aiuti di stato. Un colpo grave. ( … )


I fatti dei misfatti.

I fatti per l’appunto. Da una classifica sulla competitività del sistema-paese curata dal ‘ World Economic Forum ‘ e citata largamente in uno scritto dell’economista Marco Panara sul numero di ‘ Affari & Finanza ‘ del 18 ottobre:

“ ( … ) Siamo nei primissimi posti solo per l’utilizzo dei telefoni cellulari, per tutto il resto siamo dal ventesimo posto in giù, con posizioni imbarazzanti ( oltre l’ottantesimo ) nella qualità delle leggi e dei regolamenti, nelle pari opportunità, nella qualità e quantità del prelievo fiscale e della spesa pubblica, nelle pratiche contabili e di auditing, nella trasparenza dell’azione di governo, nella criminalità organizzata, nell’accesso al mercato del lavoro e nel rapporto tra salario e produttività. Non ne esce bene nessuno: né il governo né il parlamento, non le imprese e non i sindacati, non la pubblica amministrazione e neanche la magistratura. ( … )

E la sensazione oramai provata e che ha convinto milioni e milioni degli abitatori del bel paese è che una tale situazione sociale ed economico-finanziaria, al limite del collasso, non è governata convenientemente dalle autorità preposte.
Esse, al pari di novelli alchimisti, irresponsabilmente continuano ad abbagliare il pubblico grosso degli elettori con una capillare disinformazione e con promesse mirabolanti, da fare accapponare la pelle per il sommo grado di ottusità che tale azione ha raggiunto negli ultimi tempi.
Essi, come tutti gli imbonitori di questo mondo e dei mondi di sempre, sperano nello stellone che deve pur comparire all’orizzonte, ma più spesso si aggrappano a particolari operazioni di occulta e fine tattica persuasoria, nella speranza non mai riposta di uscirne per il cosiddetto rotto della cuffia.
A tale proposito scrive in un suo bel pezzo Alberto Statera sul settimanale ‘ Affari & Finanza “ del 18 ottobre:

“ ( … ) Siniscalco sarà forse meno creativo del suo predecessore Tremonti, ma, da ottimo economista, conosce probabilmente a menadito la ‘ Teoria dell’illusione finanziaria’.
Forse può perfino citare a memoria Amilcare Puviani. Studioso un po’ negletto d’inizio secolo, docente all’Università di Perugia, praticamente ‘ scoperto ‘ da James Buchanan nel suo saggio sulla tradizione italiana negli studi di finanza pubblica, Puviani è il vero eroe del nostro tempo, un tempo che in politica e in economia vive di illusioni. Anzi, più che altro, di illusionismo.
Per ottenere il consenso dei contribuenti, e quindi degli elettori – sosteneva il Puviani nel 1903 – conviene associare l’onere fiscale a ‘ eventi piacevoli ‘ o a ‘ obiettivi imprescindibili ‘.
Per creare l’illusione basta un intelligente occultamento, un ‘ nascondimento degli effetti dell’imposta ‘, ‘ un avvicinamento del tributo a certi eventi piacevoli pel contribuente ‘, ‘ lo sminuzzamento dell’imposta ( … ) in modo che questa si trasformi in una serie di stimoli non eccitanti sensazioni penose o eccitanti una serie di sensazioni penose decrescenti ‘.
Per occultare le ‘ ricchezze requisite ‘ basta, ad esempio la ‘ vendita dei demani ‘, l’inclusione di ‘ tasse e imposte nei prezzi dei prodotti ‘, i ‘ prestiti pubblici ‘ le ‘ false promesse di attenuazione o abolizione delle imposte ‘.
Che cosa c’è di meglio, allora, che associare la Finaznziaria a ciò che l’Europa ci chiede e il Collegato ( … ) allo sviluppo, ad aumentare le tasse sì, ma per poter ridurre illusionisticamente le tasse?
C’è però un piccolo problema. Chissà se Siniscalco, alle prese con le illusioni, ricorda l’appendice della ‘ Teoria dell’illusione finanziaria ‘ di Puviani. Era intitolata, se non andiamo errati, ‘ Della disillusione finanziaria ‘.


Fine delle illusioni e degli illusionisti del momento? Lo si spera tanto. Scrive Giuseppe Turani, economista, sul quotidiano ‘ la Repubblica ‘ del 23 ottobre, a proposito della rilevazione effettuata dall’Istat dei consumi in Italia:

“ ( … ) … nei primi otto mesi di quest’anno gli italiani hanno consumato esattamente quello che avevano consumato nei primi otto mesi dell’anno scorso. Forse, quando saranno disponibili i dati disaggregati, scopriremo che magari hanno consumato un po’ più di pasta e di pane a dispetto di altri alimenti più pregiati che invece risulteranno in discesa. Dati di questo genere non hanno quasi bisigno di commenti.
( … ) Ci sono quelli che da anni fanno una polemica ( molte volte anche giusta ) contro l’eccessivo consumismo della società contemporanea, ma qui, oggi in Italia, siamo di fronte a una società che davanti alle vetrine del lusso ( ma anche dal salumaio e dal verduraio ) frena non per una sorta di autocritica, ma perché avverte che non viviamo più in tempi facili ( e nemmeno felici ).
La gente consuma meno, di solito, per due sole e esclusive ragioni: perché ha meno soldi in tasca e perché dispera di averne di più domani o la settimana prossima. E questa è esattamente la situazione in cui oggi si trovano moltissime famiglie italiane.
( … ) Ma le famiglie sono diventate prudenti non solo perché non vedono rosa di fronte a sé, ma anche, se non soprattutto, perché hanno sperimentato che il governo, questo governo, vive passivamente i rovesci congiunturali. Li vive come gli antichi vivevano i fulmini e i temporali.
Di solito questo governo non vede nemmeno i rovesci congiunturali ( come è accaduto dal 2001 in avanti ) e quando li vede, o li nega o non fa assolutamente niente. Quindi le famiglie si sentono davanti alla ‘ cattiva ‘ economia e sanno di avere una sola risorsa e difesa possibile: stringere un po’ la cinghia, qualche patata e qualche chilo di pasta in più, qualche viaggio in meno, qualche pieno di benzina saltato.
( … ) … purtroppo sappiamo che anche i consumi, ultima frontiera di questa nostra strisciante e malandata economia, hanno ceduto. ( … )


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 ilaria ricciotti    - 27-10-2004
E' vero, la gente è angosciata, confusa, amareggiata, preoccupata per il presente ed il futuro. E' preoccupata ed angosciata per il destino dei propri figli. Ma, parlando con la gente, si avverte che coloro che l' hanno illusa stanno cadendo in disgrazia. Non sono più gettonati come quando sembrava che questo nuovo vento politico li facesse sognare e vivere da nababbi. Ciò non si è avverato, anzi, l'economia sta sprofondando in un baratro sempre più profondo. Questo in molti l'abbiamo capito, soltanto che non tutti hanno il coraggio di alzare la voce, ma soltanto di esprimere il loro dissenso non votando più questi signori che non analizzano e cercano di soddisfare i bisogni della gente.

MA LORO LO AVRANNO CAPITO?