Enzo Santarelli
Giuseppe Aragno - 23-10-2004
Non è cosa di tutti i giorni che per la morte di uno storico italiano si provi un acuto senso di dispiacere non solo in Italia, ma anche in America Latina. Così come non è usuale che, girovagando su internet, si possa scoprire di aver perso un forte e caro riferimento.
Per la morte di Enzo Santarelli è stato così e che sia morto me l’ha detto oggi una notizia vecchia di venti giorni giuntami con un ritardo che assume per me i contorni inquietanti di un indice puntato.
Un’amica mi ha scritto: mi sai dare notizie approfondite su Enzo Santarelli, di cui ho letto su Rinascita?
A condurmi a Google è stato un riflesso automatico. Non me lo sono detto, ma sapevo già bene quello che ci avrei trovato.


Agência EFE @ 4-10-2004 14.47
El historiador y escritor Enzo Santarelli, fundador de la revista italiana Latinoamérica, murió el pasado sábado, a los 82 años, en su casa de Roma, después de una larga enfermedad, informaron hoy los redactores de la publicación.
Poco più sotto, chiaro e inequivocabile: “il 2 ottobre è morto nella sua casa di Roma lo storico Enzo Santarelli”.



La sua casa di Roma, dalla quale una sera andai via, ricco del suo “Dossier sulle Regioni” e di un libro di Emilio Falco su Borghi, impreziosito da una lucida prefazione.
Via di Villa Emiliani: non avrei mai immaginato, quella sera, che non ci sarei mai più tornato. E ho la morte nel cuore.
Il comunicato dei redattori di “LatinoAmerica” ha il tono e le parole che lo storico avrebbe scritto per se stesso:


Se un destino crudele non avesse abbattuto quel suo fisico robusto costringendolo per anni a vivere impedito nei movimenti e nell’uso delle mani, Enzo Santarelli avrebbe continuato a dare battaglia, a sforzarci con i suoi ragionamenti sottili e decisi, a proporci provocazioni intellettuali e a darci esempi di onestà intellettuale e di fedeltà agli ideali civili che ha difeso per tutta la vita.
Fino alla fine, il suo lucido cervello di intellettuale rigoroso ha lavorato con fatica e a volte con disgusto sugli avvenimenti del nostro Paese e del mondo e ha molto sofferto per la nostra decadenza, per gli attacchi alla Costituzione, per la sciocca politica di guerra, per l’inefficienza della nostra sinistra e soprattutto per la lettura scadente che dell’idea di democrazia vedeva imporsi.
Anconetano, era nato nel 1922 da una famiglia benestante; lasciò gli agi e gli studi per partecipare da volontario alla guerra di liberazione. Le sue giornate di sbandato nelle campagne del Sud, sono raccolte in un bel libretto di testimonianza e l’amore per quelle terre lo ha riportato spesso nel Casertano a rivedere luoghi e rincontrare emozioni.
Ha militato nel Partito comunista italiano che ha anche rappresentato in Parlamento. Nell’Università di Urbino ha compiuto la sua traiettoria di docente, educando generazioni di allievi, dei quali ha sempre seguito le tracce e che ha sempre aiutato con grande generosità. Ma la sua vocazione era la ricerca, attività a cui ha dedicato gran parte delle sue energie.
Sono ormai libri di riferimento obbligati la sua monografia su Pietro Nenni (1988), La storia sociale del mondo contemporaneo (1982), La storia critica della Repubblica (1996). Ma i suoi interessi spaziavano anche in altri territori; è sua una precoce incursione su La rivoluzione femminile (1950) e ha nutrito una grande curiosità per la figura del Che Guevara, la sua radicalità e l’intransigenza, sul quale ha scritto, insieme a Guillermo Almeyra, Il pensiero ribelle.
Latinoamerica lo ricorda come uno dei suoi fondatori e come il più stimolante dei suoi collaboratori. Fu lui, insieme alla sua compagna inseparabile, Bruna Gobbi, che nell’ormai lontano 1978 riunì un gruppo di intellettuali, giornalisti, docenti universitari in una sede romana dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani italiani) per proporre di partecipare ad una iniziativa coraggiosa ed insolita: fare una rivista che di Cuba e dell’America Latina facesse oggetto di analisi, di discussione, di informazione. L’idea era davvero attraente, ma pareva impossibile trovare un finanziamento e il Pci, che era il punto di riferimento più immediato, non si è mai deciso a fare quel passo.
Ma il progetto di Latinoamerica stava così a cuore ad Enzo e a Bruna che per vent’anni lo hanno finanziato, hanno ospitato nella loro casa la redazione, hanno lavorato generosamente per tirar fuori una rivista seria che aiutasse a capire il mondo latinoamericano e aiutasse noi attraverso la conoscenza di quei paesi tormentati e vitali.
Quando la malattia ha costretto Bruna e Enzo ad arrendersi, quando Gianni Minà ha proposto di rilevarla, Enzo Santarelli ha posto una sola condizione: che non fosse tradito lo spirito libero di controinformazione e di rispetto che aveva caratterizzato per vent’anni la rivista.
E questo è un impegno che tutti noi di Latinoamerica rispettiamo sempre.
Ciao, Enzo.
Lo staff di Latinoamerica



Se avesse potuto, ne sono certo, Enzo Santarelli avrebbe dato maggior rilievo a quel suo saggio del 1950, su “La rivoluzione femminile”, il suo primo libro se non vado errato, dedicato non a caso a Olimpia De Gouges, nel quale si occupava del tema della libertà femminile, rivelando una grande sensibilità per le lotte di emancipazione sociale, quelle delle donne e quelle dei giovani; la sensibilità che nel 1968 lo aiutò a sentire l’anima vera della contestazione studentesca. Ai libri citati dai redattori della rivista avrebbe poi aggiunto quel “Socialismo anarchico in Italia”, cui teneva molto e che aprì la via a studi e studiosi di quell’anarchia alla quale si è interessato sino all'ultima volta che l’ho sentito, quando si lamentava dei caratteri troppo piccoli con cui s’era stampato il “Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani”. Avrebbe inserito, in ultimo, il ""Profilo del berlusconismo" uscito nel 2002, che ha chiuso il suo lungo percorso di studioso e di militante.
Altri diranno di lui meglio di me. Io ne ho in mente la sera fortunata in cui l’ho conosciuto: a Messina, la stessa sera in cui conobbi Gaetano Arfè, e la maniera in cui mi prese sottobraccio e mi condusse in giro, parlando per ore, come fossimo stati vecchi amici.
Da lì, da quella serata in Sicilia, le frequenti telefonate, le mille lezioni apprese: la profondità di un pensiero espresso sempre lucidamente, l’estrema onestà intellettuale, la ricchezza umana, la coerenza di un carattere incapace di volare basso, la passione per i libri, che spesso cercava con amore sulle bancarelle dell’usato, dove trovò talvolta dei tesori.
Ebbe vita intensa e appassionata. Era nato ad Ancona il 22 gennaio del 1922, ma fino a quando la malattia non l’ha piegato fu impossibile dargli un’età. Fu di così grande finezza intellettuale, che gli si farebbe torto a chiuderlo nella pur piccola schiera dei grandi storici italiani del ‘900.
Fu partigiano e storico militante, schierato nella trincea della lotta al capitale, su posizioni di sinistra marxista alla quali non ha mai rinunziato per seguire i flussi del consenso e del potere. Ha rappresentato il Pci in Parlamento e si è opposto sino all’ultimo, con le poche forze che ancora aveva, a quanti, nel campo della sinistra, hanno ritenuto di poter liquidare in maniera acritica ed opportunistica la storia del comunismo, con la quale è sempre stato pronto a fare i conti. Il punto centrale della sua riflessione non fu, come vorrebbe Tranfaglia, il fenomeno fascista (di cui pure nel 1967 ricostruì la vicenda in un libro più volte ristampato), ma la storia dell’insanabile conflitto tra interessi e obiettivi del capitale e aspirazioni e valori dei lavoratori. Cercando il nord con questa bussola, colse i limiti del Pci nel ‘68, quando il partito diffidente di tutto ciò che era movimento, non seppe avvertire i forti contenuti anticapitalistici della contestazione giovanile, e intuì anni dopo le contraddizioni del partito pensato da Occhetto, che, rifiutandosi di ruotare attorno al perno del conflitto tra interessi del capitale e quelli del lavoro, finì col rinnegare la propria storia, mutò pelle, si barcamenò tra i movimenti sociali, privi di anima politica e si ridusse ad una macchina per raccogliere voti. Un partito senza un’anima, senza un progetto, senza alcuna speranza di interpretare le reali esigenze di cambiamento del paese. Santarelli ne era convinto: il berlusconismo non nasce solo dalle capacità dell'imprenditore, ma è un fenomeno che ha radici lontane; per capirlo, occorre scavare nella prassi politica di Craxi e nelle incertezze e complicità di D’Alema e compagni.
Avevo scritto per lui una recensione alla “Storia critica della repubblica”: rimasta fino ad ora nel mio cassetto. Val la pena di tirarla fuori oggi come un dono tardivo. E’ quanto posso fare per salutarlo e ricordarlo a chi avrà tra le mani Fuoriregistro:




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