Rocco Capano
Giuseppe Aragno - 16-10-2004
Dallo Speciale Racconti




Il paese, a poco più di trecento metri sul mare, su uno spuntone di roccia tra Salerno e Policastro, si raccoglie indolente, e non rincorre certo la globalizzazione. Sul depliant della pro loco tracce di cavalieri e di Angioini, con un Guido d'Albert che vi giunse al seguito di Carlo I, e di passaggi da un padrone all'altro: i Sanseverino, la badia di Cava, i d'Alemagna che l'acquistarono - non è chiaro se per fatto d'armi - ma lo vendettero in breve ai principi Capano, che lo tennero a lungo, sino a quando si estinsero alla fine del secolo dei lumi, del quale la pro loco non dice, perché non pare sia passato mai per questi monti.
Feudo fino al 1806, quando la tardiva modernità della politica - ci sono terre in cui il ritardo è norma - impose al borgo l'eversione della feudalità, il paese, con sua la gente e le case incantate tra il verde, quasi non si accorse del cambiamento e non s'è mai del tutto scosso da una sua inspiegata sospensione del tempo.
La sentiva Sebastiano Neghelli questa tregua prolungata, persino nel motore dell'auto, e gli pareva addirittura ristagno, mentre saliva su per gli ultimi tornanti che lo conducevano in alto. Quando fu nell'abitato dalle vie domenicali strette e solitarie, Sebastiano si perse: la storia di una eterna nobiltà feudale gli si era parata davanti e aveva tempi suoi lunghi e sfasati. Con la spia della benzina al rosso non aveva avuto dubbi: s'era diretto nella piazza che ospitava il Municipio.
L'uomo che se ne stava seduto su un muretto basso, davanti alla massiccia torre quadrangolare ch'era stato palazzo Capano, si mostrò sinceramente stupito:
- e voi, la benzina la venite a cercare proprio qui da noi? Ma non c'è un distributore. Tornate indietro, scendete verso il mare, giù in pianura, poi svoltate a destra, salite verso nord e lì, se non ha chiuso, trovate un benzinaio.
- Se non mi fermo prima
... mormorò Sebastiano sfiduciato, mentre scrutava a fondo l'uomo che gli parlava.
Né giovane, né vecchio, tra i quaranta e i cinquanta, stempiato, il naso adunco e sporgente sul volto pallido e sottile, intristito dal nero di una barba doppia e fitta, nonostante l'accurata rasatura, la statura media, appesantita da un'eccessiva robustezza delle spalle e dalla pancia leggermente sporgente, la camicia di buona qualità stirata male e i pantaloni marrone di cotone sgualciti: l'uomo sembrava spento.
- Spento, pensò infatti meccanicamente Sebastiano, ma lo tormentava troppo il pensiero della benzina, per curarsi dell'uomo. Fu perciò istintivo e il tono della voce ebbe una vena inattesa di disperazione:
- Non ci arriverò mai dal vostro benzinaio. Sono ormai completamente a secco.
Stringendo lievemente gli occhi, l'uomo accentuò la ruga profonda e verticale che apriva un solco tra le sopracciglia, si levò stancamente dal muretto, prese Sebastiano per un braccio, come fossero amici da sempre, e lo tranquillizzò:
- Non state a preoccuparvi - gli disse sorridendo - che la benzina posso darvela io. A Rocco Capano non bisogna chiedere. Faccio la scorta, pochi litri per l'emergenza, ma non so mai che farne. Resto sempre in paese.
Sebastiano si sentì sollevato. Non gli andava di restare fra i monti quella sera.
- Ve ne sarei molto grato.
Rocco Capano mise l'indice dritto davanti al naso, per dirgli di tacere, e sussurrò:
- Non mi costa niente.
I due uomini restarono così, l'uno di fronte all'altro. Sebastiano alto, atletico abbronzato, Rocco pallido, pesante e un poco curvo. Il tramonto era triste: troppe ombre nel rosso, ma un metro dietro Rocco c'era ancora quanta luce bastava ad attirare l'attenzione di Sebastiano, finalmente disteso, su una sorta di sacello addossato alla parete dov'era la torre. Ricordava caduti: tutti Capano e tutti misteriosamente Rocco.

Sebastiano provò d'un tratto un tuffo al cuore.
- Vostri parenti? domandò inquieto, indicando la lapide di marmo. E non seppe chiedere: ma come, tutti Rocco?
- Qui siamo tutti Capano - replicò Rocco senza nemmeno girarsi - e dove ci hanno portato la fame o l'illusione di cambiare il mondo, là siamo andati a morire.
Il sole Sebastiano l'aveva ormai alle spalle, ma un sole così caldo che gli imperlò la fronte.
- Un Capano è morto per Garibaldi - proseguiva Rocco - uno rimase ad Adua, un altro l'abbiamo perso in Libia, qualcuno è finito sul Carso, due fascisti sono sepolti in Etiopia e in Spagna e un ragazzo di vent'anni s'è fermato in Russia.
- Ma quel palazzo, Capano, la torre, dico, a qualcuno di questi morti sarà appartenuto...

Sebastiano non sapeva più cosa lo tenesse in quella piazza. Eppure qualcosa lo inchiodava lì per terra, davanti a quel Rocco che aveva alle spalle in fila un Rocco, un Rocco e ancora e ancora Rocco.
- I Capano - rispondeva intanto l'uomo della benzina - sono stati principi e poveri e il palazzo è ora del Comune. I principi Capano non esistono più. Sono rimasti i poveri, i soldati di ventura. Di quelli che non torneranno dalle guerre che faremo aggiungerò il nome sotto quello degli altri. Io segno i morti sul marmo. Uno che lo faccia serve. Quando c'è una guerra, qui da questa torre, qualcuno se ne va. Alla partenza la scena è sempre uguale, la conosco a memoria: ci sono le bandiere e il mondo cambierà. Quando tutto finisce, aggiungo un nome sul marmo e tutto è come prima. E' da poco che ne ho messo un altro, se mi scosto lo potete vedere...
Si fece da parte e lesse ad alta voce:
- Rocco Capano...
- Caduto a Nassirya
, proseguì Sebastiano, che aveva dentro un sentimento d'angoscia senza fine.
- Qui nessuno è mai venuto a dire grazie - concluse Rocco . Troppi tornanti. Finisce sempre a tutti la benzina.
In mano gli era apparsa, come per incanto, una tanica.
Furono gesti meccanici: tirare fuori i soldi dalla tasca, fare cenno che no, che non voleva. Salutarsi davanti al palazzo diventato una sagoma scura nella piazza deserta.
Entrando in macchina Sebastiano si strinse nella giacca:
- E' strano. E' fine agosto e sembra faccia d'improvviso freddo...
Parlando, con un gesto furtivo e quasi inconsapevole, tolse dal taschino della giacca il verde fazzoletto di "leghista", poi ruppe sgommando il cerchio dell'ansia e non sentì ciò che Rocco gli diceva:
- Io qui non ho un calendario.



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 Ettore Cimadomo    - 19-03-2006
Molto interessante. Non tutti i Capano si sono però estinti o, men che meno, sono finiti in miseria perdendo comunque ogni diritto nobiliare. A Celso di Polvica c'è ancora il Barone Capano. Uno dei miei zii era proprietario a Salerno d'una banca. Io stesso, pur portando altro cognome ho ancor'oggi diritto (per quel che vale) ad un titolo nobiliare. Qualcosa è rimasto: un continuum che, pur in inspiegabili traversie, porta la dinastia a muoversi in un solco di legalità e prodigalità non più di moda. Per completezza le dirò che le disgrazie, poi superate, attennero, come sempre, a questioni d'interesse: 250 lancieri che i miei avi rifiutarono di tenere alle dipendenze, dal che l'ostracismo della dinastia imperante con conseguente - confisca dei beni e condanna all'esilio o alla morte (I principi S. Severino ne sanno qualcosa).
Cordiali saluti

Ettore Cimadomo