breve di cronaca
Lettera aperta sulla fecondazione assistita
Gianni Mereghetti - 09-10-2004
Carissimo Daniele Capezzone,

in una lettera al Corriere della sera lei ci mette in guardia da un pericolo, quello di una morale di stato che la Chiesa e alcuni laici a lei succubi avrebbero imposto attraverso la legge sulla fecondazione assistita. Per questo motivo il referendum sarebbe una battaglia per riportare la società italiana alla giusta separazione tra stato e Chiesa, tra precetto religioso, norma morale e norma politica.

Che lo stato non debba imporre una morale è sacrosanto, ma affermare che l’embrione sia un individuo coincida con l’imporre una morale, mentre l’idea contraria, ossia che l’embrione non sia individuo, significhi ripristinare un diritto, non mi sembra un’evidenza immediata e quindi indiscutibile.

Per lei lo stato per non essere etico dovrebbe riconoscere che l’embrione non è un individuo, ma perchè l’opinione opposta non potrebbe avere lo stesso valore?

Forse è proprio questo cui lei vuole portarci, a riconoscere che nel campo della vita tutte le opinioni sono vere, quindi nessuna è vera, per cui bisogna assumere quella che non deriva nè dalla religione nè dalla morale. E quale sarebbe mai questo principio nè religioso nè morale, quindi universale? Elementare! Ma la nostra stessa libertà di decidere!

Il suo ragionamento è logico, la sua coerenza è perfetta, il problema è uno solo, se l’uomo possa decidere come sia la realtà!

L’esperienza umana - e di questo Galli della Loggia è stato testimone eccezionale con i suoi articoli – dimostra esattamente l’opposto, ossia che l’uomo ha un limite, la realtà è più delle sue capacità. Riconoscerlo, e quindi riconoscere che la vita è un dato, non un prodotto, non è una questione morale o religiosa, è solo usare correttamente la ragione. Diremo allora che i principi cui lo stato si riferisce, oltre a non essere religiosi nè morali, debbano andare contro la realtà e la ragione?

Se è questo lo stato che lei vuole, c’è di che preoccuparsi! E se la battaglia referendaria, che la vede in prima linea, è combattuta agitando lo spauracchio di un’invasione della Chiesa in campi non suoi, mentre di fatto è per imporre una concezione della vita che va contro la ragione c’è poco di cui stare allegri, anche perchè chi ha proposto il referendum vincerà, e con lui vincerà l’idea che l’uomo è quello che lui stesso ha deciso di essere.

Lo Stato non sarà allora etico, sarà invece l’istituzione che garantirà il valore assoluto delle opinioni e delle emozioni contro quello dei fatti. E’ chiaro che l’unico modo per resistere a questa violenza non è la dialettica delle opinioni - se la vita accettasse di essere un’opinione avrebbe comunque perso! – ma l’impegno con la vita, quella reale, quella con cui ci si imbatte ogni giorno. E’ facendo esperienza della vita che si vincerà un referendum, pur perdendolo!

Alla sua dialettica mi permetto quindi non opporre un’altra dialettica, ma la semplicità di uno sguardo alla vita e di un impegno con essa, certo che la realtà è più forte delle opinioni, anche quando lo Stato le assurga a valori o a diritti.


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 Minardi Emanuele    - 11-10-2004
Sono felice e grato all'autore di questo articolo per la chiarezza e per la libertà ideologica con cui si capisce ha scritto l'articolo. C'è veramente da essere preoccupati dalla dittatura delle opposizioni a tutti i costi ed anche da questo dilagante anticlericalismo anche lui a tutti i costi. Spero si riaffermi una laicità di dialogo e non dogmatica come adesso mi sembra ci sia e che fa leva su un malcontento generalizzato che fa parte più di una dimensione esistenziale dell'uomo che non di una questione specifica come questa. Chi ha qualcosa da dire lo dica anche se questo qualcuno è la Chiesa cattolica che tra l'altro mi sembra ben più rappresentativa di Capezzoni & company . Ancora sarei curioso di sapere quanti di coloro che hanno firmato il referendum abrogativo hanno cognizione di causa in materia e quanti invece aderito ad uno slogan. Mi preoccupa anche l'uso del referendum che mi sembra inappropriato in materia di questa portata che richiedono una competenza scientifica e filosofica non certo alla portata di tutti. O dobbiamo promuovere un referendum su ogni legge che non ci piace e che è stata "partorita" democraticamente non senza patemi e confronti drammatici? Se siamo per una democrazia diretta e non più rappresentativa, allora la strada mi sembra lunga...