La Costituzione, i diritti dei lavoratori e la lotta di classe
Pierluigi Nannetti - 06-10-2004
Le ragioni di un interesse

Mi pare lodevole l’intenzione di chi sostiene che il Parlamento debba fare leggi che non siano solo e semplicemente compatibili con la Costituzione, ma che ne attuino concretamente e finalmente i principi, specialmente per ciò che riguarda i diritti dei lavoratori, che negli ultimi anni sono stati alquanto trascurati. E non solo dall’attuale governo: i Co.co.co., la flessibilità (che significa semplicemente precarietà) etc. sono state invenzioni del precedente governo.
Le condizioni generali, di vita e di lavoro, dei lavoratori dipendenti sono talmente peggiorate, che c’è chi ritiene addirittura che sia nuovamente in agguato un rigurgito di lotta di classe!
Le tesi che prevalgono, a destra e a sinistra, consistono nel sostenere che la migliore soluzione di ogni problema sociale sarebbe data dal mercato; perfino il rapporto tra pubblico e privato sarebbe risolvibile con un’efficiente regolamentazione dello stesso mercato. Destra e sinistra si distinguono solo per gli strumenti, che vorrebbero utilizzare, ma non per le convinzioni di fondo sulla bontà di “Sua Maestà”: il Mercato.
Ecco perché a nessuno interessa riesumare la Costituzione e i suoi principi.
Invece è molto interessante conoscere esattamente quello che la Costituzione sostiene in materia di diritti dei lavoratori, anche perché tutti quelli che assumono funzioni di governo debbono giurare fedeltà alla Costituzione; ed una ragione ci sarà.
Così si può scoprire che, secondo la Costituzione, il rapporto tra pubblico e privato non va letto sull’efficienza dello stesso mercato, ma va inquadrato dal punto di vista della tutela del lavoro e della preminenza dell’interesse pubblico su quello privato.
I primi 4 articoli enunciano principi molto forti, principi che non hanno avuto mai piena attuazione, così come del resto è accaduto a quegli articoli, che non si limitano ad enunciare principi generali, ma che entrano anche nel merito e nei dettagli.
Se la Costituzione ha da essere attuata, ciò dovrebbe essere vincolante soprattutto per quelle parti che indicano al legislatore, in maniera abbastanza precisa, che cosa deve fare. Ad esempio proprio per quegli articoli che trattano del sistema economico e dei diritti dei lavoratori.




  • Una repubblica fondata sul lavoro
  • Principi mai attuati
  • Fini sociali e privatizzazioni
  • I rapporti internazionali
  • In conclusione


    Una repubblica fondata sul lavoro

    Prima di entrare nel merito è bene sottolineare che l’art. 1, dopo aver affermato che l’Italia è una Repubblica democratica, aggiunge subito “fondata sul lavoro”. Il riconoscimento di tale fondamento, senza il quale tutto crollerebbe, precede addirittura l’attribuzione della sovranità al popolo, sovranità che, tuttavia, il popolo può esercitare solo nell’ambito delle leggi. Forse è bene rileggerlo:

    L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

    Dunque si afferma che il fondamento dell’intera costruzione istituzionale è il lavoro; e si tratta di un riconoscimento incondizionato, mentre perfino l’attribuzione della sovranità al popolo incontra importanti limiti previsti dalla Costituzione stessa. Non c’è alcun dubbio che il principio lavorista, secondo il quale il lavoro sta a fondamento della nostra società, sta almeno sullo stesso piano del principio democratico, secondo il quale l’origine autentica della sovranità sta nel popolo. Dunque nessuna democrazia se i diritti dei lavoratori non sono adeguatamente garantiti.
    Entrando nel merito della concreta disciplina, è singolare che il lavoro sia riconosciuto non solo come diritto, ma anche come dovere (art. 4) e, di più, che tale diritto non sia solo un riconoscimento astratto. Esso diventa un diritto concreto laddove si attribuisce alla Repubblica il dovere di “promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto” (art. 4), cosa che si completa con il dovere di ogni cittadino di contribuire al progresso reale o spirituale della società attraverso il suo lavoro. La conseguenza pratica di ciò è che debba essere considerato come un vero e proprio dovere della Repubblica che tutti abbiano un lavoro: non dovrebbero essere tollerate né situazioni di disoccupazione né situazioni di pure rendite senza alcuna attività lavorativa. Se, alla luce di quanto dice l’art. 4, giudichiamo le recenti riforme del mercato del lavoro (del governo di destra come di quello precedente di sinistra), dobbiamo dire che la violazione della Costituzione è stata totale.

    Inoltre non va dimenticato che un intero titolo della prima parte della Costituzione, il titolo terzo (ben 13 articoli, dall’art. 35 al 47), è dedicato alla disciplina dei rapporti economici. L’art. 36, primo comma, stabilisce perfino l’entità della retribuzione del lavoratore:

    Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sè e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

    Dunque niente appiattimento delle retribuzioni, ma differenziazione a seconda della quantità e qualità del lavoro. Tuttavia viene indicato, come limite minimo, ciò che è necessario al lavoratore e alla sua famiglia per un’esistenza libera e dignitosa. Notare due espressioni inequivocabili: si parla della retribuzione “del lavoratore”, quindi della retribuzione di ogni singolo lavoratore e si specifica “in ogni caso”, dunque quella retribuzione è da considerare come limite minimo. E tale limite minimo deve essere sufficiente a consentire allo stesso lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Dunque in una famiglia media è sufficiente la retribuzione di un solo lavoratore per poter vivere dignitosamente lui stesso e la sua famiglia. E’ possibile quantificare? Certo, basta fare un po’ di conti e considerare una famiglia media composta dai coniugi e da 2 figli: approssimando (molto probabilmente per difetto, ma non è questo il punto importante), per vivere dignitosamente e liberamente, ci vogliono almeno 2.000 € al mese? Ebbene nessuna retribuzione dovrebbe essere inferiore a 2.000 € al mese. Da questo limite minimo si dovrebbe partire per differenziare in alto le retribuzioni secondo la quantità e qualità del lavoro.
    Qualcuno sorriderà forse, ma non si tratta di una mia pura ingenuità.




    Principi mai attuati


    Una cosa è certa: sono principi mai attuati. Perché? Si tratta di considerazioni inaccettabili? Inaccettabili per chi? E poi, se sono inaccettabili oggi, lo erano anche quando la Costituzione fu approvata. Allora come se ne spiega l’approvazione di allora? Ed inoltre: è ammissibile che si giuri fedeltà e intenzione di attuare una Costituzione che contiene principi, che si considerano inattuabili e inaccettabili? Lo hanno fatto tutti i governi che si sono succeduti fino ad oggi e quello attuale lo fa in maniera addirittura spudorata (probabilmente per l’attuale capo del governo giurare o spergiurare hanno il medesimo significato). Ma nessuno ha niente da dire se anche il prossimo governo (magari di centro – sinistra, dopo una sfolgorante vittoria elettorale antiberlusconiana) farà altrettanto?
    Un minimo di serietà e di decenza implicherebbe finalmente la piena attuazione dei principi costituzionali, indipendentemente dal colore politico della maggioranza di governo. Tuttavia, supponendo che non fosse proprio possibile una tale attuazione, la stessa serietà e la stessa decenza vorrebbero che, prima, si dicesse onestamente che la Costituzione, in particolar modo la prima parte, contiene principi inattuabili e, solo dopo una sua adeguata modifica, si giurasse fedeltà alla Costituzione rinnovata. Invece no, perfino l’ultima bicamerale per le riforme (D’Alema – Berlusconi) si preoccupò solo di discutere della seconda parte, elaborando perfino un testo (che poi non fu approvato per il voltafaccia dell’allora capo dell’opposizione), ma della prima parte nessuno ha mai avuto voglia di parlare.
    Io una spiegazione ce l’ho: a nessuno interessa suscitare dibattiti e discussioni su questi temi, molto meglio lasciare le cose come stanno e sperare che restino nel dimenticatoio principi scomodi come quello precedente. Scomodi per chi? Per l’attuale sistema economico? Attuare tali principi vorrebbe dire condannare alla crisi la nostra economia? Ma siamo sicuri che l’economia, così come funziona, sia veramente nostra? E ciò non equivale a sostenere che il sistema economico, dove l’unico principio attuato è il libero mercato, è incompatibile con i principi sociali e di tutela del lavoro come sono stati enunciati nella Costituzione? E se ciò è vero, non equivale a sostenere che il patto sociale, che dette vita alla Repubblica, e che è suggellato proprio nei principi costituzionali, non esiste più? Fino a che era viva un’opposizione di sinistra (dagli anni ’50 agli anni ’70), che sosteneva che, se avesse conquistato il diritto e il potere di governare con il pacifico metodo elettorale (altra faccia del patto sociale fondativo della Repubblica), lei avrebbe certamente attuato quei principi, il patto stesso poteva ancora restare in piedi per merito proprio di questa opposizione. Ma se maggioranza ed opposizione concordano nel ritenere i principi fondamentali della Costituzione non attuabili - e la stessa opposizione ha dato prova di ciò quando è stata maggioranza ed ha governato per 5 anni - del patto sociale e dello spirito costituente del 1948 non è rimasto veramente più nulla.




    Fini sociali e privatizzazioni


    Altrettanto illuminanti sono gli art. 41- 42- 43, dedicati sempre ai rapporti economici.
    Non c’è alcun dubbio che il nostro sistema economico, come indicato in quegli stessi articoli, corrisponda ai principi di un sistema di mercato e capitalistico. Infatti l’art. 41 afferma che “l’iniziativa economica privata è libera”. Purtuttavia non si tratta di una libertà assoluta, in quanto - continua lo stesso articolo - “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana”. Qualcuno dirà che si tratta di affermazioni troppo generiche senza alcun contenuto di concretezza, ma non è così. Se si ha pazienza di continuare la lettura, si scopre che lo stesso articolo affida alla legge il potere di determinare “i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Dunque tutta l’attività economica (sia quella pubblica che quella privata) deve avere scopi sociali e tale controllo è affidato alla legge. Si tratta pertanto di un sistema economico misto con netta prevalenza dell’economia pubblica, in quanto l’economia privata deve soggiacere al controllo della legge affinché sia indirizzata fini sociali. E l’art 43 specifica ancora meglio in cosa debbono consistere questi controlli e da cosa risulti la supremazia pubblica. Qui conviene riportarlo per intero:

    A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti, determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscono a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”.

    Altro che privatizzazioni!!!!!!!! E pensare che c’è chi sostiene che bisognerebbe privatizzare tutto, dalla scuola ….. alle carceri!! E non solo a destra. Chi può dire che la scuola non sia un servizio pubblico essenziale? E buone ragioni, secondo me, ci sono per sostenere che anche l’informazione sia un servizio pubblico essenziale. Allora altro che finanziamenti alle scuole private e altro che legge Gasparri sul sistema radiotelevisivo!!! Tuttavia è ancora più rilevante la disposizione che, in caso di attività economica che si svolga in condizioni di monopolio, le relative imprese (o categorie di imprese) siano espropriate e trasformate in gestione pubblica (statale o cooperativa). E’ notevole questa norma, perché ciò significa che anche la libertà privata di iniziativa economica ha un contenuto pubblicistico, cioè è riconosciuta più nell’interesse pubblico che nell’interesse privato. Difatti quando siamo in presenza di situazioni di monopolio l’interesse del privato cede a quello pubblico e l’impresa viene espropriata. L’impresa privata, dunque, deve operare in situazione di concorrenza: lo stesso interesse privato alla libertà di iniziativa economica è perciò subordinato al perseguimento di un interesse pubblico, quello che è contenuto in un sistema economico concorrenziale. Non si potrebbe individuare meglio di così un sistema economico, che pur resta capitalistico (la forza – lavoro è considerata una merce e il denaro è impiegato come capitale), ma dove, tuttavia, l’interesse pubblico e l’attenzione ai diritti dei lavoratori è molto consistente.

    In conclusione c’è da chiedersi: perché tante polemiche, nella sinistra, per concordare un programma comune? Si vorrebbe addirittura scomodare procedure di stile americano, quali primarie e simili, mentre un programma veramente alternativo a quello del centro destra è già scritto: attuare completamente i principi costituzionali e non soltanto in materia economico sociale.




    I rapporti internazionali


    A leggere bene la Costituzione c’è anche un bel programma di politica estera. Tutti sanno che l’art.11 usa il termine ripudiare a proposito dell’eventualità di una partecipazione a qualche guerra da parte dell’Italia, termine speculare rispetto al sacro dovere di ogni cittadino di fronte all’eventualità di una difesa da un attacco.
    Basterebbe questo per derivarne una politica estera che escluda ogni ricorso ad operazioni di guerra in assenza di ogni visibile minaccia esterna. Ma l’art.11 contiene anche di più. E’ bene rileggerlo:

    L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizione di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

    Dunque il ripudio non e’ solo per le guerre di offesa, ma anche per la pretesa di risolvere con la guerra controversie internazionali: nessuna partecipazione a nessuna guerra, “senza se e senza ma”, che viceversa tante polemiche ha suscitato.
    Seguire con convinzione questi principi significherebbe escludere nella maniera più assoluta che qualche rappresentante della sinistra sostenga sciaguratamente che le truppe italiane in Iraq ci sono per aiutare il popolo irakeno e per portargli la pace e la democrazia, facendo da sponda a quello che sostengono Bush, Blair e Berlusconi. L’art.11 prevede le limitazioni di sovranità dell’Italia solo per dar vita ad organizzazioni che assicurino pace e giustizia. E’ vero che ormai è scontato per tutti i partiti (anche per quelli di sinistra) che pace e giustizia possano essere l’effetto di interventi militari, ma ci vuole una bella forzatura del significato dell’art. 11 per poterlo affermare. In ogni caso solo in seguito a decisioni del Consiglio di sicurezza. Tutte le missioni di guerra, decise negli ultimi decenni (e se ne possono contare a decine), sono state imposte in violazione dei suddetti principi, ma in particolare le missioni in Jugoslavia e in Kossovo, in Afghanistan e segnatamente l’attuale in Iraq, decisioni prese in assenza e addirittura contro il Consiglio di sicurezza. E poi, a volte anche a sinistra, c’è chi ha la faccia tosta di far riferimento alla presa d’atto dell’ONU, successiva alla guerra, di una situazione di fatto creatasi contro la sua volontà e illegalmente, come ha riconosciuto lo stesso segretario dell’ONU recentemente.
    La sinistra dovrebbe distinguersi nettamente su questo tema ed affermare decisamente che la Costituzione, nel suo spirito, sancisce il principio che l’Italia debba fare ogni sforzo per garantire pace e giustizia, perfino rinunciando a quote di sovranità, ma ripudia come strumento per ottenere tale risultato la guerra.
    C’è quanto basta per un bel programma di politica estera del prossimo governo di centro sinistra dell’Italia.
    Le primarie sono del tutto inutili.




    Un grande significato


    La destra l’ ha detto e dimostrato ampiamente: un pezzo di carta ingombrante, inutile nella migliore delle ipotesi.
    E la sinistra?
    Forse non è inutile ricordare, a questo proposito, che il 21 agosto del 1964 moriva a Yalta Palmiro Togliatti, il "Migliore", Ercole Ercoli per i compagni della Resistenza Partigiana e della lotta contro il nazifascismo e per la libertà repubblicana. E’ da poco passato il 40° anniversario da quella morte e non si può non ricordare che proprio Togliatti seppe dare un grande impulso di lungo periodo all'azione del Partito Comunista in Italia e proprio in vista di una sua incidenza politica nella costruzione di uno stato fondato sui principi di democrazia sostanziale, così come fu fatto con l’attuale Costituzione.
    Tutto quello spirito critico, quella capacità di analisi e quell’impulso politico del “Migliore” consistettero, nel periodo che va dal 1943 all’inizio degli anni ’50, nel rimproverare i vecchi compagni, rei di ricordare il vecchio programma del Partito Comunista d’Italia fondato a Livorno nel 1921 e di non capire le novità della nuova situazione, creatasi dopo la sconfitta del fascismo. Essi avevano ancora in mente i vecchi miti della lotta di classe e della dittatura del proletariato, mentre era a portata di mano un grande successo: l’approvazione di una Costituzione, che rappresentasse il fondamento di un patto sociale al quale tutti i partiti dovevano sentirsi vincolati. Una Costituzione che fosse fondata su principi di vera democrazia sostanziale. L’architrave di questa costruzione doveva essere proprio l’art. 3: non solo l’uguaglianza formale di fronte alla legge, ma una vera e propria uguaglianza sostanziale. Ai compagni che dubitavano della bontà di quella lungimiranza, sostenendo che non ci sarebbe stata alcuna garanzia di un successo in termini elettorali, il Migliore rispondeva che stava proprio li la grandezza di questa nuova visione: una volta approvata la Costituzione, con i suoi principi di democrazia sostanziale, chiunque avesse prevalso in termini elettorali sarebbe stato vincolato ad applicare quei principi. Dunque, in ogni caso, sarebbe stato un successo per le masse popolari, che avrebbero goduto immediatamente di notevoli miglioramenti, che, a loro volta, sarebbero stati il fondamento di ulteriori conquiste.
    Era la “via italiana” al socialismo.
    Due cose da sottolineare.
    Prima di tutto la novità assoluta, in Italia, rispetto a quello che era stato il comunismo negli anni ’20. Forse è l’ora che qualcuno cominci a rendersi conto che la “crisi del comunismo” non data dal 1989, ma da allora. Del resto si trattava dell’applicazione all’Italia del nuovo corso instaurato in Russia, e altrove, fin dalla vittoria (anni 1925 – 1926) della “stalinista” teoria del “socialismo in un solo paese”, in netta opposizione con il carattere fondamentale del comunismo, l’internazionalismo.
    In secondo luogo, che cosa ne è stata di quella lungimiranza, che sosteneva di poter garantire l’applicazione dei principi di democrazia sostanziale, sanciti in Costituzione, da parte di chiunque avesse prevalso nelle elezioni?
    Togliatti forse ci credeva veramente, e non era l’unico. Altrimenti come avrebbe potuto convincere quasi tutti i comunisti di allora che, in nome di queste conquiste graduali, ma certe e concrete, era necessario abbandonare i vecchi miti della lotta di classe? In cosa consistessero quei “vecchi miti”, forse, è bene ricordarlo a chi se ne è dimenticato. Il programma di Livorno era formulato in 10 punti.
    Questo il punto 2:
    Gli attuali rapporti di produzione sono protetti dal potere dello stato borghese, che, fondato sul sistema rappresentativo della democrazia, costituisce l’organo per la difesa degli interessi della classe capitalistica
    E questo il punto 3:
    Il proletariato non può infrangere ne’ modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese.
    E, a dimostrazione della fermezza di Togliatti nel cancellare ogni riferimento alla “vecchia” lotta di classe, lui, il Migliore, non si fece deviare da questo obiettivo nemmeno dall’attentato alla sua vita.



    In conclusione

    Che cosa possiamo dire oggi, a distanza di più di mezzo secolo da quegli avvenimenti? Difficile riconfermare la lungimiranza. Nel 1948, alle prime elezioni politiche, prevalse il blocco intorno alla Democrazia Cristiana e i principi della Costituzione furono subito messi da parte. Poco dopo i discendenti del Migliore cominciarono a sostenere che sarebbe stato possibile conquistare la maggioranza alle elezioni, dopo di che la Costituzione sarebbe stata veramente attuata; nel frattempo era necessario restare nel quadro istituzionale, scordarsi ancora di più il ritorno alla “vecchia” lotta di classe, ottenere il massimo consenso possibile per reali miglioramenti. Il cosiddetto “consociativismo” ha qui le sue radici.
    I decenni sono trascorsi e la Costituzione? E’ sempre lì che aspetta di essere attuata.
    I capi di stato si succedono, i governi anche: quanti giuramenti di fedeltà alla Costituzione sono stati fatti dal 1948 ad oggi!!!! Un’infinita’, anche senza considerare quelli dell’attuale compagine governativa, per il cui capo giurare o spergiurare è la stessa cosa.
    E’ legittimo pensare che si è trattato di un vergognoso inganno? Io penso di si.
    E se il prossimo governo fosse ancora un governo di sinistra, come nella scorsa legislatura? Nessun problema se i leaders del centro sinistra continueranno a giurare fedeltà a ciò che sanno di non potere né voler attuare? L’inganno non diventerebbe in tal caso una vera e propria turlupinatura?
    Io penso proprio di si.



    interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

     ilaria ricciotti    - 06-10-2004
    Chi secondo te, caro Luigi, sarà in grado di attuarla?
    E che fare perchè ciò accada?
    Una lotta di classe? E con quali modalità applicative?
    Un fatto a mio avviso è certo,

    la Costituzione non era mai stata
    così violentata, bistrattata e stracciata.