Barcellona capitale della memoria storica
Grazia Perrone - 04-10-2004
La memoria storica - in epoca di revisionismo imperante e di "epurazione" dei testi storici - fa paura. Non solo in Italia. In Spagna, negli ultimi mesi, la "riscoperta" delle fosse comuni nelle quali sono state sepolte decine di persone (uomini e donne compromessi/e nella Seconda Repubblica [1] ) sta riproponendo un tema a lungo rimosso dalla memoria collettiva: il carattere di massa della sollevazione popolare seguita all'Alzamiento di Franco che vide il popolo di Barcellona (e della Catalogna) in prima linea contro i golpisti. Unitamente al ruolo, preponderante, svolto dagli anarchici nella - iniziale ed effimera - vittoria delle forze democratiche. Riporto, di seguito, un significativo estratto di un articolo pubblicato sul Corsera del 3 ottobre 2004 (firmato da Aldo Cazzullo) che riporta alcune (e non nuove) inesattezze storiche la prima delle quali è rappresentata dal fatto che gli "anarchici non vuotarono gli arsenali" militari quel 19 luglio del 1936 ... come sostiene il giornalista.

A "dispetto di Manuel Azana" e del suo governo (e della sua forza armata) che non mosse un dito per opporsi al colpo di Stato militare [2] a farlo fu (in molti casi senza direttive impartite dall'alto né spargimento di sangue) la maggioranza della cittadinanza barcellonese che - fin dai giorni immediatamente precedenti il golpe - teneva sotto stretta sorveglianza le caserme di tutta la Catalogna per evitare che si ammutinassero ... com'era avvenuto per le truppe "indigene" di stanza in Marocco comandate da Francisco Franco. Le "staffette" popolari (in molti casi erano composte da ragazzi e ragazze) erano pronte a dare l'allarme all'intera cittadinanza che, prontamente, accorse (in molti casi senz'arma alcuna ad eccezione ... della persuasione dialettica) per chiedere ai soldati di disobbedire agli ordini imposti dai, rispettivi, ufficiali.

In alcuni casi questi "popolani sconosciuti ci riuscirono a fraternizzare con i "proletari in divisa" (che arrestarono o fucilarono, in alcuni casi, gli ufficiali franchisti e - consegnando le caserme con tutti gli annessi e connessi al popolo in rivolta - consentì a quest'ultimo - al popolo! - di opporsi efficacemente al colpo di Stato militare in tutto il resto del Paese) in altri li affrontarono a viso aperto - armi in pugno - venendone, alla fine, a capo. Perché - come ci rammenta Orwell nel suo libro testamento - "avevano una marcia in più" rispetto ai coscritti".

Quella marcia "rivoluzionaria" in più che sarebbe stata - definitivamente - irretita e sconfitta nelle giornate di maggio del 1937 quando il governo filostalinista di Lluis Companys [3] riuscì a fare quello che non era riuscito a Franco.

Disarmare il popolo.

Ma altre, e più importanti, sono le "lacune" di questo articolo (che cito solo in minima parte) che mi serve da base per introdurre degli argomenti enormemente più complessi e che non sono (solo) di natura storica. Ma umana e sociale. A cominciare dal dramma - appena abbozzato - dei/le bimbi/e sottratti/e alle mamme (in alcuni casi dopo averne favorito - in regime carcerario - la gestazione e la nascita) e cresciuti ed educati da genitori di provata "fede" franchista. Le loro mamme (ma questa diventerà una costante, negli anni successivi, in Grecia, Cile, Argentina .... ma anche nella Germania hitleriana) sono state tutte uccise al termine di processi/farsa e appartengono, ora, alle cifre "statistiche" secondo le quali sono oltre un milione le vittime civili della repressione post-franchista. Repressione che - iniziata nel 1939 - è proseguita - di pari passo con una resistenza armata sempre più velleitaria e isolata - fino al 1974.

Tra le vittime di quel passato scomodo (e rimosso dalla coscienza e dalla memoria collettiva) ci sono anche 50mila docenti di "dubbia lealtà". Per loro nessuno ha proposto la ... "beatificazione" o la "riabilitazione". Sia pur postuma.

Ricordarli ora - e non solo in Spagna - rappresenta un dovere civico ed un imperativo morale.


(...)"Il 1904 a Barcellona fu un anno straordinario: Picasso aveva lo studio sulla Rambla (prima di partire per Parigi), Gaudì inventava la Casa Batllo, Mirò tracciava i primi disegni. La gelata reazionaria non tardò. Solo cinque anni dopo, Picasso di passaggio trovò la città sconvolta dalla «semana tragica»: l'esercito che reprime a cannonate la protesta contro la guerra in Marocco, 1.725 processati, 5 condannati a morte tra cui Francisco Ferrer Guardia, fondatore della Escuela Moderna. Tre anni dopo sbarcava in Marocco il giovane sottufficiale Franco. Gaudì finì sotto un tram. L'Alzamiento del 1936 qui fu un disastro: il presidente Companys rifiutò di armare gli operai ma gli anarchici vuotarono lo stesso gli arsenali, e quando Manuel Goded, il generale incaricato da Franco di consegnargli la Catalogna, giunse in idrovolante dalle Baleari, trovò i suoi uomini già riuniti in carcere. Dopo tre anni il Caudillo arrivò davvero e Francesc Cambò, rampollo della famiglia più ricca della città, collezionista di Botticelli e Tiziano, politico conservatore, annotò lo sdegno per l'uomo che girava il Paese distrutto «quale torero che dopo una bella corrida si pavoneggia per tutta l'arena».

La mattina del 2 marzo 1974, mentre la garrote uccideva l'ultimo anarchico Salvador Puig Antich, Mirò tracciava dopo decenni di prove la riga definitiva sulla tela bianca intitolata Speranza di un condannato a mort e. E' forse questo che Pujol vuol dire: che l'esercito delle ombre - i caduti in guerra, i fucilati per rappresaglia, gli esuli, i resistenti che combatterono sulle montagne sino al 1951, i figli sottratti ai genitori, i 50 mila che sopravvissero ma non tornarono mai a casa per paura della polizia, e i 30 mila desaparecidos che ora riaffiorano - deve essere rispettato e non usato; e che lo spirito di Barcellona - l'alleanza degli antifascismi, la tv che disseppellisce la storia, il sionista e il comunista che condividono i ricordi, gli anarchici che fanno i ministri, la borghesia che coniuga moderatismo e progresso - è un miracolo delicato da preservare con molta cura
(...)".

Aldo Cazzullo



[1] La prima Repubblica - che subentrò alla monarchia assolutista - fu quella del 1931 e fu scossa da profondi contrasti sociali che videro contrapporsi gli operai e i contadini "senza terra" da un lato e la borghesia (che pure aveva contribuito - in modo determinante - alla caduta della monarchia) dall'altro. Si ripete - nella Spagna pre-rivoluzionaria - lo schema tripolare delle tre classi che animano e lottano all'interno della dinamica sociale per la conquista della supremazia politica (e non due come la descrive e la rappresenta l'ortodossia marxista) che uno dei massimi teorici dell'anarchismo mondiale (Peter Kropotkin) aveva già descritto in un libro straordinario e, praticamente, introvabile in Italia: "La grande Rivoluzione (francese). E' un argomento (sociologico ... prima ancora che storico) piuttosto complesso sul quale (promesso!) cercherò di ritornare.


[2] Le date del golpe sono precise e, storicamente, documentate. Esso ha inizio alle cinque de la tarde (alle cinque del pomeriggio: ora fatidica per gli spagnoli) del 17 luglio 1936 a Melilla (Marocco spagnolo) con la destituzione - operata dagli ufficiali ribelli - del comandante della guarnigione. Le altre guarnigioni africane (Tetuan, Ceuta, Larache ...) seguono l'esempio nella notte. Il generale Franco lascia la guarnigione delle Canarie e, sbarcando in aereo a Tetuan, si pone alla testa del pronunciamiento. Lo stesso giorno si ammutinano (con successo e senza incontrare resistenza) le guarnigioni di alcune regioni spagnole a forte impronta nazionalista (e cattolica): la Navarra (Pamplona), l'Aragona (ovvero, Saragozza "la rossa" la quale, nonostante un disperato tentativo dei miliziani accorsi da Barcellona, non verrà mai liberata ed è proprio qui che ha inizio la mattanza); la Vecchia Castiglia (Burgos, Vallodolid) e l'Andalusia (Siviglia). La risposta del governo centrale (giudicata a posteriori) è, semplicemente, ridicola poiché si limita a ... destituire i generali che già sono insorti e che controllano - in armi - ampi settori del Paese. Il presidente della Repubblica (Manuel Azana) fa di peggio. Temendo la rivoluzione e nel tentativo di ingraziarsi i generali destituisce il governo presideduto da Casares Quiroga e lo rimpiazza con un'altro - presieduto da Martinez Barrio - incaricato di negoziare con i militari insorti. Il nome di questo burocrate resterà alla storia perché - come primo atto di governo - offre il Ministero della Guerra al generale che comanda il sollevamento delle regioni del Nord: Mola. Che, naturalmente, rifiuta. Ma la partita vera (e Franco lo sa) si gioca a Barcellona. Chi controlla Barcellona (e la Catalogna) controlla la Spagna intera. Quando - all'alba del 19 luglio 1936 - i soldati di stanza a Barcellona escono dalle caserme si trovano di fronte un popolo intero. Per molti giovani soldati quell'incontro ravvicinato (e drammatico) con il ceto sociale di appartenenza rappresenta una vera e propria "crisi di coscienza".

[3] Lluis Companys al pari della stagrande maggioranza della compagine governativa catalana riparò in Francia all'indomani della caduta di Barcellona (25/26 gennaio 1939). Con loro oltre 500mila cittadini - in un'esodo biblico - abbandonarono la città diretti a nord. Nella stragrande maggioranza (compreso Companys) finiranno in un campo di concentramento "democratico" (ovvero francese). Molti (dopo la sconfitta miltare francese del 1940) saranno rimpatriati dal regime collaborazionista di Vichy e fucilati da Franco. Tra essi il primo presidente della repubblica autonoma della Catalogna: Lluis Companys.


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