Rifondare-rilanciare il Tempo Pieno
Dedalus - 01-10-2004

“La Riforma una cosa positiva l’ha prodotta: ha scatenato in genitori e insegnanti la voglia di confrontarsi sulla miglior scuola possibile, che non è quella della Moratti, ma forse nemmeno quella che c’era prima”. E ancora: “Il tempo pieno va difeso ma non deve certo diventare un’area di parcheggio per i bambini”. Non è qualche dirigente scolastico più o meno illuminato o qualche super docente delle cosiddette “alte professionalità” (come li chiama pomposamente l’ANP, l’associazione presidi) a fare queste affermazioni. E’ Claudio Bisio, il comico di Zelig, su Repubblica-Milano del 29 settembre. Questa volta in veste di genitore (Bisio ha due figli piccoli che frequentano una scuola elementare milanese).

Anche i genitori, almeno quelli più avveduti, più impegnati, più attenti agli “affari di scuola” hanno la consapevolezza che se il modello scolastico prospettato dalla Riforma Moratti va contrastato, l’alternativa non può essere la mera difesa dell’esistente. Tema che ScuolaOggi ha già cercato di proporre alla discussione e che oggi viene ripreso da più parti (la stessa riflessione avviata da Retescuole sul tempo scuola, ma non solo, sembra andare in questa direzione). O meglio: difendere l’esistente - che a Milano vuol dire sostanzialmente il Tempo Pieno - è sacrosanto, sapendo però che non tutto quel che c’è va bene, è sostenibile, è “qualitativamente” valido. Già Federico Niccoli, generalmente riconosciuto a Milano come uno dei “padri nobili” del tempo pieno, in un significativo articolo (“Il tempo pieno che vogliamo: distinguere il grano dal loglio”) ebbe a sottolineare che la miglior difesa è l’attacco, indicando con questo la necessità di “mettere in luce gli indicatori di qualità della migliore esperienza della scuola elementare italiana per contrastare la miserevole proposta del cosiddetto tempo-pieno Moratti". Da lì bisogna ripartire.

Il Tempo Pieno a Milano coincide praticamente con la quasi totalità della scuola elementare (in città ha raggiunto percentuali elevatissime, il 95% delle classi). E’ ovvio che lì dentro c’è un po’ di tutto e il contrario di tutto. Le esperienze sono le più varie e non tutto quello che c’è è “innovazione”. Come è noto sono diverse le situazioni di classi di “scuola tradizionale”, nell’accezione deteriore e passatista del termine, quanto a metodologie di insegnamento e di relazione con gli alunni. E in questi casi 8 ore di scuola sono veramente un tempo “lungo” e noioso per i bambini. Così come sono diffuse le situazioni in cui la collegialità e il “lavorare in team” sono una semplice declamazione che non ha alcun riscontro nella realtà effettiva. Il famoso “tempo normale lungo” di cui parlava Raffaele Iosa qualche anno fa. Non è questa la scuola che vogliamo. La scuola che vogliamo parte da un altro pezzo di tempo pieno, uno “zoccolo duro” che negli anni è rimasto e si è consolidato, pur attraverso sacrifici, dispendio di energie, impegno elevato e purtroppo non adeguatamente riconosciuto (almeno sul piano sociale ed economico…) degli insegnanti. Sta insomma nelle mille esperienze - perché per fortuna in provincia di Milano ce ne sono tante - di innovazione didattica, di apertura delle classi (attività di laboratorio, gruppi di lavoro e di ricerca, recupero), di “lavorare in gruppo” e di “cooperazione” presenti all’interno del Tempo Pieno. Nelle cosiddette “buone pratiche” che costituiscono la base indispensabile per un rilancio di questo modello didattico.

Partire da lì dunque e partire da una riflessione sul “tempo scuola” ci sembra decisivo. Come vivono il tempo i bambini nell’arco delle otto ore di scuola (se otto ore vi sembran poche…), come lo vivono i docenti e come si propongono. Un tempo “disteso” (come da anni sostiene Iosa) e non preso dalla frenesia degli apprendimenti, delle “nozioni” da insegnare. Tempo di vita, come è stato detto, come opportunità di relazioni, di esperienze, di incontro, di “convivenza”. L’attenzione alla “relazione”, alle forme di espressione e di socialità degli alunni sono sicuramente aspetti decisivi. Così come occorre interrogarsi di nuovo su “cosa” insegnare e “come”. Non dimentichiamo che, accanto e al di là della socializzazione o dell’integrazione, l’istruzione resta una delle funzioni fondamentali della scuola pubblica. E per insegnare occorrono “competenze” disciplinari, metodologiche e didattiche che non sempre ci sono. E quando ci sono non sono sufficientemente valorizzate. Insomma, in fondo ha ragione Bisio: cogliamo l’occasione per riaprire una riflessione seria sulla scuola e per rilanciare un Tempo Pieno “rinnovato” .


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 giorgio dellepiane garabello    - 03-10-2004
Sono felice che il buon Niccoli voglia distinguere il «grano dal loglio» chiedendo qualità valutabile...
peccato che la mia esperienza di dialogo con i rappresentanti sindacali mi presenti il ricordo di grasse risate e commenti ironici quando ho chiesto «qualità valutabile & incentivabile economicamente»!!!
Suvvia, in fondo il principio prevalente è sempre quello: pochi soldi per tutti e in modo uguale per tutti.
"tutti"= docenti del commmmmmparto (n.d.r.: scritto con tante perché mi sono sempre stati stretti i compartimenti) scuola.
P.S.: gioverebbe assai la rilettura della legge 275/99 sull'autonomia, approvata da un governo che ... non era berlusconiano!