breve di cronaca
Le dimissioni dell’umanità
l'Unità - 25-09-2004


L’otto di settembre due (tre, quattro?) giorni dopo la strage nella scuola di Beslan, in una marea di articoli e di trasmissioni televisive dai toni concitati e drammatici, fra un diluvio di parole e di immagini, è uscita su un quotidiano una vignetta di Altan. Il suo solito personaggio nasuto è afflosciato in poltrona, mancano, credo per la prima volta, i colori del viso, e la frase sotto recita: «Forse è ora che l’umanità si dimetta». Ecco, credo che nessun altro sia stato capace di comunicare con più lucidità il sentimento del tempo che ci è toccato in sorte. Quel quadratino di carta sintetizzava in maniera folgorante, come una stilettata al cuore, la nostra impotenza e nello stesso tempo la nostra ignominia. Ci ho pensato quando, nella notte, è arrivata la notizia: hanno ucciso le due Simone, e poi la lunga sequenza di incertezza, di alti e bassi, di angoscia.
Alla fine di agosto mi era capitato di sentire un concerto in un museo lungo la Via Flacca, a poche decine di metri dal mare. L’acustica era pessima per via del sottile ronzio di un’aria condizionata che nessuno aveva avuto il criterio di spegnere, ma il pianista era bravo e appassionato. Suonava le Kinderzenen di Schumann e nel secondo tempo, la terza sonata di Chopin, e alla meravigliosa sonorità della musica si accompagnava la visione di alcuni frammenti di statue che si stagliavano nella penombra mentre si avvertiva, dalle vetrate, la luce del mare al crepuscolo. Accanto a me, su un piedistallo, la mano di Ulisse, grande il doppio del normale, con le cinque dita dischiuse, premeva contro le pieghe di una tunica il Palladio sottratto con l’inganno dal tempio di Troia.
Una mano virile di una forza e di una grazia che appartiene solo alla gioventù. Teneva il piccolo simulacro di Atena come un oggetto sacro e prezioso, ma anche come un trofeo. Qualcosa di perfetto e di commovente per la bellezza perduta di una statua che aveva lasciato solo quel piccolo dettaglio. Per la fragilità della civiltà che l’aveva concepita e poi si era disfatta come un organismo putrefatto lasciando che la sabbia e il fango la seppellissero e le radici degli alberi e la stratificazione di pietra e terra ne cancellassero i tratti, ogni armonia distrutta come insopportabile alla vista. Per un tempo, il nostro, dove la bellezza è tornata a essere uno spauracchio che va immediatamente esorcizzato scimmiottandola e scempiandola. Un tempo dove è possibile solo riconoscersi nell’orrore e nel mostruoso.
Quella mano, come gli altri frammenti di statue sparsi nel museo, appartenevano alla residenza che l’imperatore Tiberio si era fatto costruire sulla sponda del mare, non lontano da dove si diceva che avesse abitato la maga Circe. Le statue ornavano una grande piscina alimentata da una sorgente di acqua dolce al cui centro un enorme Polifemo di marmo veniva accecato da Ulisse. Poco più lontano, sempre in marmo, si specchiava nell’acqua la nave di Argo in mezzo ai flutti mentre alle spalle si apriva una grande grotta naturale collegata con un passaggio scavato nella roccia al resto della villa. Ma più che una villa era una piccola città che ospitava oltre duemila persone, ricca di mosaici e di marmi di cui restano pochissimi frammenti.
Tutto, la nave di Argo e Polifemo, i mosaici e le statue che la rendevano una delle più splendide dimore di Tiberio, venne fatto a pezzi dopo il crollo dell’impero romano, quando nella grotta si rifugiarono i monaci nei tempi bui delle invasioni barbare. Vedevano in quelle statue una religione che era stata bellezza e edonismo, sensualità. Peccato. E si accanirono contro il marmo anche se non era facile e dovettero usare molta energia mentre le onde sbattevano contro gli scogli e lentamente si mangiavano quanto restava delle mura di quella mirabile residenza, la sabbia inghiottiva le pietre e i mosaici, i frammenti delle cisterne e delle condutture di acqua calda e fredda, le colonne spezzate.
È rimasto un piede, una mano, un volto sfigurato, un lembo di tunica e una quantità di minuscoli frammenti che gli archeologi come formiche pazienti tentano di rimettere insieme alla ricerca di una bellezza sfigurata per sempre. È durata secoli l’espansione dell’impero romano, la costruzione delle strade e dei ponti attraverso cui si è diffusa in ogni direzione, insieme ai guerrieri e ai mercanti, anche la concezione che essere uomini significa «Nihil mihi humanum alienum puto». Il dissolversi di quello stesso impero, al contrario, è stato una sorta di autofagocitazione dove l’idolatria del dominio ha trasformato il potere in un Dio Moloch che ha divorato se stesso. E mentre le note sublimi di Chopin scivolavano come una carezza su quella lucida mano di marmo sembrava di avvertire l’ultimo lancinante richiamo della bellezza. Prima del buio.
Non so perché mi è venuto di collegare quel ricordo alla vignetta di Altan, a quel Cipputi afflosciato in poltrona, perduto ogni colore del viso. Non sono state solo le immagini della devastazione e della morte nella scuola di Beslan, ma i numeri, quei numeri che si moltiplicano come su un libro contabile di bambini e donne, uomini inermi che giorno dopo giorno crepano fra le bombe e il fuoco in Iraq. Neanche sappiamo quanti, perché fanno meno storia. Forse non ne fanno affatto. O ne fanno troppa, allora si tappano gli occhi e le orecchie. Così per quei mille, forse mille e cinquecento haitiani spazzati via dall’uragano Jeanne (che grazioso nome per una morte, sepolti nel fango e sbattuti dal vento, massacrati dai detriti che Jeanne trascina con sé). Una morte di terza, di quarta categoria relegata nelle pagine interne dei giornali, perché arriva in uno dei Paesi che siamo riusciti a rendere fra i più poveri del mondo dove nessuno ha i mezzi per difendersi o venire difeso, poltiglia indistinta. Così se Jeanne passando lungo le coste degli Stati più forti si piglia al massimo una ventina di corpi, e tutti partecipano alla drammaticità dell’evento, a Haiti «Jeanne» può nutrirsi e impinguarsi come un maiale. Come è riuscito Altan a centrare così esattamente il nostro peccato mortale?
(È stato Terenzio a scrivere: «Homo sum, nihil mihi humanum alienum puto». Era un commediografo di grande successo nato a Cartagine nel II secolo Avanti Cristo e diventato prima schiavo e poi liberto, appassionato di cultura greca. Dopo di lui il concetto di uomo così sinteticamente espresso ha viaggiato attraverso Seneca, Cicerone, Sant’Agostino, Montaigne, fino ad approdare sui nostri banchi di scuola. Era bello e ci faceva sentire di appartenere a qualcosa di alto e universale).

Rosetta Loy

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