breve di cronaca
Il mondo più sicuro


Incredibile Bush. Parlando all'American Legion, lobby di reduci riunita a Nashville, in Tennessee, il presidente George W. Bush ha detto: ''L'America e il mondo sono piu' sicuri ora che Saddam si trova in una cella'', e ha spiegato: ''Il nostro Paese e' oggi in guerra, ma è una guerra diversa, dove potremmo non sederci mai al tavolo della pace''. Ma com'è possibile sostenere che oggi il mondo è più sicuro? Come è possibile, se proprio l'attacco americano all'Iraq ha scatenato la più drammatica tra le escalation terroristiche inaugurando l'era dell'insicurezza a livello globale? Si muore sugli autobus in Israele e nei campi a Gaza, si muore sui treni a Madrid e fuori dalle chiese cattoliche in Iraq, si muore, per mano dell'internazionale del terrore, nel Sud Est Asiatico, in Africa, per le strade a Mosca, nelle scuole in Ossezia. Incredibile Bush che ha come unico schema di governo del mondo la guerra, e con la sua infinita chiamata alle armi punta a rivincere le elezioni americane (l'attacco all'Iraq e lotta contro il terrorismo, avvertono i sondaggisti Usa, sono proprio le chiavi del vantaggio di Bush su Kerry).
Ma incredibile anche la coerenza a buon mercato che c'è in giro, crolli il mondo (e il mondo sta davvero crollando) c'è chi non si preoccupa d'altro che di tenere la posizione. Del resto basta poco: un po' d'ideologia, non fa niente se a buon mercato. Marcello Pera che invita a "difendere con forza la civiltà europea cristiana" e l'ultimo militante del campo antimperialista che invita a "sostenere la resistenza irachena", dicono la stessa castroneria, non aiutano a capire la sfida che questo tempo drammatico fa a ciascuno di noi, ed a noi, tutti insieme. Il patriarca di Venezia, Angelo Scola, qualche giorno fa a Rimini ha avvertito: "L'uomo europeo non può evitare un giudizio sul suo presente tanto più oggi in un tempo così drammatico. In Occidente viviamo uno stile di vita osceno negli affetti e nei consumi, nella crisi demografica, nell'impotenza a costruire una piena unità europea". ''Mi pare innegabile - ha continuato - che oggi siamo entrati in una fase della storia in cui Dio, che la ha inaugurata e la conduce, chiama con forza uomini, popoli e nazioni ad un forte coinvolgimento reciproco".
I barbari assassini di Baldoni, un testimone pacifico in Iraq, o dei 12 clandestini nepalesi, in Iraq in cerca di lavoro, la minaccia verso i due colleghi francesi, dell'internazionale islamica del terrore ci danno l'obiettiva sensazione di far parte di un mondo scelto a bersaglio da un altro mondo che non consideravamo nemico ma che ci sta braccando, negando valore, ecco la scoperta inaudita, ad ognuno dei nostri valori più alti, dalla sacralità della vita di ogni uomo alla democrazia come governo delle libertà individuali e di gruppo.
Perciò, oggi, il vero problema dell'Europa e dell'Occidente è decidere come rapportarsi alla minaccia del fondamentalismo islamico. Se opponendogli un fondamentalismo uguale e contrario, persino nella parodia che islamisti e cristianisti fanno della loro grande tradizione religiosa, o se rimettere in gioco ciò che abbiamo di più caro, dalla concezione della persona, della sua libertà e dei suoi diritti, alla concezione della democrazia, in un nuovo impeto appassionato e costruttivo che sappia dare speranza al mondo e che sappia dare prospettiva di costruzione per tutti.
Il problema che la cronaca quotidiana ci ripropone, con brutalità inaudita, è quello di capire se è oggi possibile dire "noi" in modo diverso e più cosciente. Se è possibile dire un "noi" che sia un plurale fatto da tanti io, una rete di uomini e donne coscienti della loro tradizione e delle loro radici, non come clave da brandire ma come opportunità offerte a tutti.
Vogliamo capire se è possibile un "noi" che tenga assieme Stefano Baldini (medaglia d'oro della maratona ad Atene) ed Enzo Baldoni (appassionato e curioso testimone di una guerra sbagliata), un "noi" che possa nominare la loro unicità ma anche la loro appartenenza ad un popolo. Un noi che non escluda nessuno per affermarsi, che non si affermi per contrapposizioni. Ma perché possa esistere un "noi" che non escluda la possibilità di dire "loro" non come espressione di inimicizia o come indviduazione di un nemico, occorre educare un "io" capace di dire un "tu" in cui riconosce l'origine prima del suo stesso essere al mondo, cioè l'essere creato. Un io la cui identità si costruisca nel riconoscimento di una prima e comune origine creaturale che affratella e che è capace di far sentire vicini anche i più lontani. Senza questo, credo che ogni parola su terrorismo, guerra, giustizia, sia poco più che vana. La questione è seria e richiede una rimessa in gioco persino personale
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