Un rapimento, mille bugie
Anita - 29-08-2004
Un pò disperata e un pò stordita, vi chiedo se possibile di pubblicare questo articolo del Manifesto di oggi [28 agosto]. Come siano andate le cose forse non lo sapremo mai ed esempi di pacifisti assassinati li abbiamo già.
So che in Irak muoiono tanti che nessuno ricorda, ma quando ci si sente copliti da vicino, per affetti e storie comuni, la guerra sembra ancora più assurda e crudele.
Grazie


Grazie a te per la porta che hai aperto a domande e tentativi di risposte. I commenti sono aperti a contributi e segnalazioni in tal senso [red]


Il video scomparso, la trattativa mai partita, il sequestro misterioso

Per giorni hanno circolato versioni differenti sulla dinamica dell'agguato, sulla morte dell'autista e traduttore Garheeb, persino su un video che documentava la morte mai esistito. Eppure la verità era nota a molti.

SARA MENAFRA

Dall'inizio alla fine la storia del rapimento e della morte di Enzo Baldoni, il pubblicitario e giornalista milanese giustiziato giovedìnotte è stata circondata da misteri e versioni differenti. E anche ora che l'unico obiettivo rimasto è ottenere la restituzione del corpo di Baldoni, i dubbi rimangono.

L'agguato

Il primo è quello relativo al momento del rapimento. Per i giorni immediatamente successivi al sequestro del 19 agosto tutti, compresi gli uomini del Sismi, sembravano convinti del fatto che Enzo Baldoni si fosse diretto verso Najaf da solo con il suo autista. La Croce rossa, non ha mai smentito questa versione dei fatti. Poi, il 23 agosto, un'altra giornalista indipendente, la gallese Hellen Williams, pubblica sul sito www.eletroniciraq.net una ricostruzione di quanto accaduto. La stessa Croce rossa oggi ammette che nei fatti è la stessa versione contenuta nella relazione consegnata alla sede centrale da Paolo De Santis, il medico della Cri che aveva organizzato la missione verso Najaf.

Nel racconto della Williams Garheeb - l'autista, traduttore e volontario che guidava l'automobile su cui viaggiava anche Enzo Baldoni - si chiama Ali, ma per il resto il racconto è chiarissimo. L'auto di Baldoni è stata colpita sulla via del ritorno da Najaf venerdì mattina, mentre guidava il convoglio di ritorno da Kufa dove tutti, giornalisti e volontari, avevano passato la notte dopo essere stati a Najaf. Le automobili si trovavano tra Al Lattifija e Mahmoudija. «Fermarsi avrebbe significato di sicuro essere uccisi», racconta la giornalista. Arrivati al check point successivo l'automobile con Ali-Garheeb e Baldoni non c'è più. Eppure per giorni la storia dell'agguato è stata raccontata in modi diversi. Lo stesso De Santis, il medico che guidava la spedizione il 20 agosto, per telefono aveva spiegato. «Non vedo più Baldoni da venerdì mattina, non so dove fosse diretto». E invece De Santis non solo non poteva non sapere che Baldoni guidava il suo stesso convoglio, ma ha raccontato tutto nella relazione consegnata a Roma.


La morte di Garheeb

Sabato 21 arriva la conferma che il corpo di Garheeb si trova nell'ospedale di Lattifija. L'inseparabile autista di Baldoni è stato ucciso con un colpo d'arma da fuoco alla testa sparato a distanza ravvicinata. «Ho visto la foto del corpo, è stata una esecuzione - dice una fonte all'interno della Croce rossa - non è vero che il corpo era carbonizzato e neppure che si poteva riconoscere solo grazie a un lembo della maglietta». Eppure i dubbi sul luogo dell'attentato, sulle condizioni del cadavere di Garheeb e addirittura sulla sua identità hanno continuato a circolare per giorni. Anche in questo caso le confermano fonti autorevoli, di certo anche i servizi segreti. «Perché la Croce rossa non ha reso pubblica la versione ufficiale?» ha chiesto più volte Enrico Deaglio, il direttore del Diario della settimana a cui collaborava Baldoni. «Non volevamo rendere pubblici particolari che potessero mettere in pericolo la vita di Baldoni - è la risposta che arriva dalla Croce rossa - anche Deaglio l'ha capito». E invece il giornalista ribadisce: «Ci sono alcuni particolari che non tornano e su cui faremo luce».


La trattativa

L'altro mistero è quello sulla trattativa. «I contatti del governo, delle altre istituzioni e della Croce Rossa erano ancora aperti, vivi, attivati, mentre Enzo Baldoni veniva ucciso dai suoi rapitori», ha sottolineato ieri il ministro Frattini davanti alle commissioni esteri e difesa di Camera e Senato. E del resto nei giorni precedenti la linea del governo era tutta improntata all'ottimismo. Persone vicine ai servizi segreti oggi spiegano invece che «una trattativa vera e propria non c'è mai stata». E aggiungono: «Si erano messe in movimento buone fonti informative ma nulla di più. I tempi sono stati troppo stretti». Insomma anche qui qualcosa non torna. La Croce rossa, nella sua ricostruzione oggi fornisce qualche particolare in più. Il contatto del commissario Scelli era un ex colonnello dell'esercito di Saddam, che si era offerto di intavolare una trattativa con l'«Esercito islamico» - gruppo misto di religiosi ed ex fedeli del rais. «Attorno alle 19.00 di sera - dicono sempre dalla Croce rossa - Scelli ha fatto l'ultima telefonata dall'Italia a questo ufficiale. Lui ha confermato che l'ultimatum era stato sospeso in mattinata. Ma il commissario non si fidava e ha chiesto una prova dell'esistenza in vita di Baldoni. Alla telefonata era presente anche il fratello, Sandro. Circa tre ore dopo la famiglia è stata contattata da Al Jazeera».


Il video

L'ultimo punto che non torna è quello sulla prova video della morte di Baldoni. Giovedì notte si parlava di un video che documentava l'esecuzione in modo piuttosto cruento. Ora, tutti, e soprattutto Frattini ripetono che un video non è mai esistita, ha detto il ministro. «Ad Al Jazeera non è stato consegnato un video ma solo una foto digitale». E più esattamente un fermo immagine di 15 secondi. Su tutti i giornali di ieri, invece, si parlava di una colluttazione prima dell'assassinio. «Hanno riferito in modo non accurato le informazioni che avevamo dato» ha commentato al Jazeera. Ma se non sono stati i redattori di Al Jazeera, chi ha diffuso la notizia della colluttazione? Gli unici ad essere in grado di diffondere informazioni così dettagliate sarebbero gli uomini dei Servizi. E anche su questo punto i conti non tornano.


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Bruno Ballardini    - 28-08-2004
Sono un vecchio amico di Enzo Baldoni ed ho seguito tutto quello che è accaduto dall'inizio tenendo anche contatti con osservatori di Londra e medici iracheni. Vorrei dare un minuscolo e invisibile contributo alla ricostruzione dei fatti, nella speranza che per il mio amico Enzo venga ristabilita un po' di verità. Quello che colpisce è come mai la stampa italiana non sia in grado di fare giornalismo investigativo e collegare indizi peraltro già esistenti. Posso capire Pino Scaccia della RAI, con cui ho avuto diversi scambi, che, trovandosi sul posto non può andare oltre alle considerazioni concesse a qualsiasi giornalista "embedded". Ma voi potete fare senz'altro di più. Faccio un esempio.

Su La Repubblica del 25 agosto uscì la notizia: "ROMA - Baldoni potrebbe essere nelle mani degli ex servizi segreti di Saddam. Lo sostiene l'intelligence italiana che sta lavorando per la liberazione del freelance rapito in Iraq. Secondo una fonte qualificata, la priorità è in questo momento trovare il canale giusto per 'interloquire' con il gruppo di sequestratori formato "almeno in parte" da uomini degli ex servizi o comunque dai fedelissimi del raìs di Bagdad".

Mentre già dal 18 agosto Enzo scriveva sul suo Blog: "In macchina con noi c'è anche Salah, il braccio destro di Beppe, un iracheno dal volto mefistofelico che è stato maggiore nell'aeronautica e che rimpiange Saddam. Mi chiedo se è con noi per aiutarci o per controllarci. Chi lo sa. Ma così è l'Irak: è difficile sapere chi è davvero chi hai di fianco. In uno dei due camion c'è un alto esponente dell'Esercito del Mahdi (gli uomini di Mouktada As Sadr) che è la nostra assicurazione sulla vita. L'unica cosa che ci fa davvero paura sono gli americani".
( http://bloghdad.splinder.com/1092841749#2747411).

Lo sceicco Hassan al Atharii, portavoce di Sadr a Sadr City ha chiarito subito che la resistenza non aveva nessuna notizia di Baldoni. E allora chi poteva essere stato, in un'area dove TUTTO è sotto il controllo della resistenza da una parte o degli americani dall'altra?

A questo punto occorrerebbe chiedersi da dove spuntano gli "ex di Saddam". E' possibile che nessuno sappia per chi lavorino gli ex di Saddam? E se fossero loro a fare del lavoro sporco per conto degli americani? E' possibile che nessuno si chieda che fine ha fatto Salah? E che cosa ci racconterebbe oggi?.

Che cosa sa Beppe De Sanctis, della Croce Rossa, che era presente ed è stato immediatamente richiamato a Roma da Scelli?.

Perché non ponete questi quesiti per una volta in un articolo, anche se non avete voglia di indagare fino in fondo? Siete voi che dovreste farlo. Il mio amico Enzo, un po' per ingenuità un po' per caso, si è ritrovato così a fare la stessa fine di Ilaria Alpi. Suo malgrado.

Aveva dichiarato forse un po' incautamente, di voler intervistare Moqtada Al Sadr e questo non poteva essere permesso dagli americani che, oltre a voler portare a termine un'operazione su cui vigeva il più totale top secret e quindi non volevano testimoni scomodi in zona, non potevano permettere comunque che venisse fornito un canale mediatico alla resistenza.

Non credo assolutamente alla versione dolciastra di Pino Scaccia, che inizia e finisce con i "ladroni" che fanno business nella zona rivendendo i rapiti ai "gruppi terroristici".

Spero che qualcuno continui a farsi domande. Per qualche tempo ancora. Prima che il caso venga archiviato e non offra più nessun interesse perché "non è più d'attualità", o, peggio, prevalgano le versioni "embedded".


[ L'intervento ci viene segnalato dal sito www.inmovimento.it - red]

 Emanuela    - 28-08-2004
Grazie a Bruno per questa doccia: le domande siamo in tanti a farcele, e forse non vorremmo poi sentire le risposte, perchè sono "troppo". Ma così è.

Grazie alla moglie ed ai figli di Enzo per la loro incredibile presenza e per il senso che stanno dando a quanto accaduto.

Mi permetto un ricordo, di ormai otto anni fa: Veronica Guerin, giornalista irlandese assassinata nel '96, mentre cercava una giustizia che non fa sconti.

Un altro modo per ritrovare lo stesso senso.


 Grazia    - 29-08-2004
Domande. Sono tante le domande che attendono risposte chiare ed esaustive ... come quelle formulate da Enrico Deaglio su l'Unità

«Una congiura del silenzio sulla tragedia di Enzo»

«La tragedia di Enzo Baldoni è costellata da tanti, troppi silenzi. Silenzi sospetti. Non so se è giusto parlare di una congiura del silenzio. Quel che so è che la verità sulla morte di Enzo è tutta da ricercare». A parlare è Enrico Deaglio, direttore di Diario, il settimanale con cui Enzo Baldoni collaborava. «La morte di Enzo - sottolinea Deaglio - racconta di un Iraq in balìa di bande armate; un Paese nel quale non esiste un controllo del territorio. Un Paese-trappola dal quale dobbiamo andarcene».

Dalla Croce Rossa ai servizi di intelligence italiani.

C’è chi sostiene che Enzo Baldoni è stato abbandonato al suo tragico destino.

«Enzo Baldoni è stato sequestrato, rapito nell’occasione di un attacco militare alla sua macchina che apriva il convoglio della Croce Rossa italiana che tornava da Najaf a Baghdad nel primo pomeriggio di venerdì 20 agosto. La macchina è stata assaltata, l’autista - Ghareeb, un giordano palestinese - è stato ucciso, tra l’altro in maniera barbara. Subito dietro viaggiava il resto del convoglio della Croce Rossa, cioè un camion, altre macchine, un’ambulanza che sono passati velocissimamente, proprio a tavoletta. Qui non si può fare alcun addebito di omissione di soccorso, perché era impossibile fermarsi. Chi si fermava lì era inevitabilmente esposto ad altre sparatorie. Le “stranezze” sospette in questa vicenda sono altre...».

Quali?

«La cosa brutta è che di tutto ciò non è stata data notizia. Tutto questo convoglio appena arriva a Baghdad dà notizia, lancia l’allarme, dice siamo stati attaccati e abbiamo avuto un morto e un disperso. Lo dice alle autorità, lo dice all’ambasciata, lo dice a tutti. E nessuno di questi lo rende noto. Per quanto riguarda Baldoni, si va avanti per cinque giorni a dire “chi sa dove sarà Baldoni”, sarà andato per i fatti suoi, magari alla ricerca di uno scoop, mentre loro lo sanno che Enzo è stato rapito in questa circostanza e non lo dicono».

Qual è l’ipotesi che si sente di azzardare su questo lungo silenzio?

«Ci sono varie ipotesi e adesso ci stiamo lavorando. Prima di tutto, il problema è di capire perché è stato attaccato questo convoglio. In secondo luogo, occorre capire se all’interno di questo convoglio cercavano qualcuno in specifico, perché, per esempio, l’uccisione così brutale e accanita di questo Ghareeb è inusuale per tutte le storie di rapimenti in Iraq, e quindi chi era realmente questo Ghareeb. In terzo luogo, come al solito essendo in Italia ci possono essere delle spiegazioni minime, di quelle impiegatizie: siccome il convoglio non è autorizzato, forse è meglio non farlo sapere, per evitare dei guai...Un’altra ipotesi è che dietro questi silenzi c’è qualcosa di più, di più grave e inquietante, che investe la figura di un “cane sciolto”, e per questo meno controllabile, quale era Baldoni. Sta di fatto che tutte le persone che hanno visto, che sono state testimoni, hanno avuto abbastanza una consegna del silenzio, nel senso che nessuno di questi ha parlato, all’ospedale della Croce Rossa non si poteva entrare, non rispondevano...».

Si può sostenere che attorno alla vicenda, finita in tragedia, di Enzo Baldoni vi sia stata una congiura del silenzio?

«C’è stato il silenzio. Grave. Assordante. Sospetto. Se questo silenzio sia stato una congiura al momento francamente non lo so. Perché potrebbero essere una serie di piccoli interessi che hanno provocato questo silenzio; però qualcosa di più penso che ci sia stato. Il sequestro è avvenuto il venerdì pomeriggio del 20 agosto, se uno dà la notizia, come è stata data ai canali diplomatici, all’ambasciata, la stampa doveva esserne informata e i telegiornali della sera avrebbero aperto con la notizia: attaccato un convoglio della Croce Rossa italiana, un morto e un disperso. Questa è la notizia. E il disperso è un giornalista free-lance italiano che era assieme al convoglio. Questa cosa qui non è stata voluta. Non so se si possa parlare di una vera e propria congiura, ma certo si tratta di qualcosa di molto grave. Soprattutto è grave perché si è lasciato che nei numerosi giorni seguenti venissero alimentate tutte le ipotesi di dove fosse Baldoni, sarà qua, sarà là, sarà alla ricerca di uno scoop, era da solo...mentre la verità la sapevano già, sapevano che il convoglio era stato attaccato e che Enzo era stato rapito».

L’uccisione di Enzo Baldoni riattualizza, se ce ne era bisogno, la tragedia irachena...».

«Dal “pantano” iracheno occorre venirsene via. È la verità. Perché da questa storia si scopre che tutto l’Iraq è diverso da come ci viene dipinto, Da questa storia si scopre che non esistono strade sicure, che non c’è alcun controllo del territorio, che ci sono bande di predoni e di gruppi terroristi che dominano tutte le parti, che non si riesce a garantire una sicurezza minima. Io sono sempre stato contrario a mandare delle truppe lì, adesso a maggiore ragione mi chiedo cosa ci stanno a fare, se non danno neanche le notizie di quello che succede. Quando si dice “siamo in contatto con tutti”, “abbiamo attivato i nostri canali”, i servizi.... In realtà noi siamo molto, molto deboli in qualsiasi azione di intelligence, in qualsiasi iniziativa di controllo del territorio. Questa è l’amara verità. E la ricostruzione della morte di Enzo Baldoni testimonia questo. Ne tengano tutti conto».

Se dovesse raccontare ai lettori de l’Unità chi era Enzo Baldoni, cosa direbbe?

«Direi questo: prendi un uomo grande e grosso, di 56 anni, molto allegro, molto socievole, che quando parla con una persona si vede che quella persona lo interessa veramente. Enzo era una persona positiva, che voleva fare delle cose positive nella vita. Vuole arrivare, vuole vedere, vuole raccontare. Una curiosità a cui abbinava uno straordinario talento di raccontatore di storie e di persone. Questo era e resta per noi Enzo Baldoni: una bella persona».


 Marco Mostallino    - 29-08-2004
''Enzo Baldoni è stato abbandonato, nessun contatto mai avviato''

Il sequestro di Enzo Baldoni e l'uccisione del suo interprete hanno avuto dei testimoni: l'autista iracheno del primo mezzo del convoglio di aiuti ha visto nello specchietto l'attacco all'auto del giornalista italiano. Subito dopo, il corpo del palestinese Gahreeb, traduttore del reporter inviato di Diario, è stato raccolto da alcuni civili che si trovavano lungo la strada e portato alla polizia irachena. E' quanto risulta ai vertici della Mezza Luna Rossa irachena, interpellati oggi a Baghdad da Reporter Associati. Non solo: secondo l'organizzazione umanitaria irachena, Enzo Baldoni, una volta sequestrato sarebbe stato "abbandonato, e mai è stata avviata alcuna trattativa o operazione per riuscire a risalire ai suoi sequestratori". Baldoni inoltre, secondo le informazioni in possesso di Reporter Associati, aveva ricevuto l'incarico dalla Croce Rossa Italiana di documentare fotograficamente tutte le attività svolte in Iraq dai volontari e dai funzionari della stessa Croce Rossa.

LA MISSIONE

"La seconda missione della Croce Rossa italiana a Najaf - spiega al telefono da Baghdad la fonte della Mezza Luna, parlando dei fatti del 19 agosto - è partita senza alcun coordinamento con noi. Mezza Luna e Croce Rossa lavorano come una sola squadra e proprio per questo Mazen Al Samraa, responsabile per le relazioni internazionali della Mezza Luna in Iraq, aveva avvertito la Croce Rossa di non mandare nessun italiano a Najaf: in quell'aera la situazione è troppo difficile e nemmeno noi siamo in grado di dire quali gruppi operino".

"Al Samraa aveva anche detto alla Cri di non usare mezzi con il simbolo della Croce Rossa e di non usare nemmeno le Toyota: in quelle zone, quando appaiono questi mezzi c'è subito chi spara, perché gli americani si servono sia della croce che delle Toyota".

"Invece" - prosegue la fonte che chiede di non essere citata perché "questa è la politica della Mezza Luna con la stampa", ma il cui nome è nel taccuino del giornalista - il convoglio è partito senza nemmeno chiedere a noi le usuali informazioni sulla strada migliore da seguire e sui punti pericolosi da evitare. E abbiamo inoltre ragione di ritenere che, nonostante i nostri avvertimenti, la Cri abbia usato mezzi con il simbolo della Croce Rossa".

L'ATTACCO

L'imboscata è avvenuta sulla via del ritorno da Najaf. "La macchina con il giornalista italiano e il suo interprete Gahreeb era la seconda del convoglio. Quando sono stati sparati i colpi, l'autista iracheno del primo mezzo ha accelerato. Ma dallo specchietto ha visto che la macchina di Baldoni era stata colpita e si era fermata. Arrivato a Baghdad, l'autista ha subito avvertito Mazen Al Samraa che c'era stato un incidente".

"Il dirigente ha allora inviato a Najaf alcuni nostri volontari, per capire cosa fosse successo e cercare di aiutare Baldoni: siamo un'organizzazione umanitaria e ci adoperiamo per chi è nostro amico".

"I volontari - prosegue la fonte della Mezza Luna - hanno scoperto che il corpo di Gahreeb era stato abbandonato sulla strada dagli assalitori. Il cadavere del palestinese è stato quindi raccolto da alcuni civili che si trovavano là e portato, a quanto ci risulta, alla polizia irachena o in un posto di pronto soccorso".

La fonte non sa dire con certezza se queste persone abbiano anche visto chi ha attaccato l'auto di Baldoni: "Quando comincia una sparatoria la gente tende ovviamente a ripararsi, ma sappiamo che lungo quella strada c'erano dei civili iracheni". C'è poi l'autista, che dallo specchietto ha visto la vettura del giornalista colpita dai tiri.

I DUBBI

"Non sappiamo chi abbia rapito e ucciso Baldoni. Ma quello che è strano è che gli assalitori sapevano bene in quale vettura viaggiava il giornalista, sapevano quale era l'interprete, che hanno ucciso, e sapevano quale era l'italiano. Come hanno fatto?".

BALDONI E' STATO LASCIATO SOLO

"Subito dopo il sequestro - prosegue il funzionario della Mezza Luna - ci siamo attivati per cercare di aiutare il giornalista italiano. Abbiamo messo in moto i nostri uomini sul territorio, ma nessuno è riuscito a sapere quale gruppo lo avesse prelevato. Nulla, nemmeno una traccia. E che non ci fossero piste da seguire per capire chi è stato l'ho detto subito anche a qualche amico italiano, che ci aveva chiesto di adoperarci".

In Italia nel frattempo circolavano voci di contatti ben avviati. "Noi - prosegue la fonte - ci domandiamo perché nessun canale di trattativa sia stato aperto. Nessun canale di quelli che esistono, alcuni dei quali passano attraverso Internet".

La Mezza Luna Rossa irachena ci rivela che nessuno ha fatto nulla di concreto, neppure un passo, per aiutare Enzo Baldoni. "Noi non facciamo politica e non possiamo dire ufficialmente queste cose, ma sapiamo che il giornalista italiano è stato lasciato solo, abbandonato".

LA MACCHINA FOTOGRAFICA

La Croce Rossa italiana sostiene che Baldoni non lavorava per loro. "No, no, no", ribatte il funzionario: "Noi sappiamo che il giornalista aveva una macchina fotografica ufficiale con la quale documentava tutte le attività svolte in Iraq dalla Croce Rossa italiana".


[ L'intervento ci viene segnalato dal sito Articolo21.it - red ]


 Collettivo Bellaciao    - 29-08-2004
DOHA - I due giornalisti francesi dispersi da piu' di una settimana in Iraq sono stati rapiti da un gruppo integralista, l'ormai famigerato 'Esercito islamico in Iraq', che ha dato 48 ore al governo di Parigi per revocare una nuova legge che bandisce il velo islamico nelle scuole pubbliche.
L'annuncio del rapimento e' stato dato dalla televisione satellitare del Qatar Al Jazira, che ha mostrato due brevi sequenze nel quale compaiono i due giornalisti, Christian Chesnot e Georges Malbrunot. I due uomini affermano di essere stati presi in ostaggio dal 'Esercito islamico in Iraq', il medesimo gruppo che ha assassinato il giornalista italiano Enzo Baldoni dopo averlo sequestrato.
Secondo Al Jazira, i rapitori esigono che ''la Francia revochi, entro 48 ore, la legge che vieta l'uso del velo ''islamico nelle scuole pubbliche'', sottolineando che ''tale legge e' un'ingiustizia e un'aggressione nei confronti della religione islamica e delle liberta' individuali''. L'emittente non ha precisato se il gruppo ha minacciato di uccidere i due ostaggi se la Francia non accettera' la loro richiesta.
Nel video uno dei due giornalisti, Christian Chesnot, che indossa una maglietta grigia, afferma in un arabo approssimativo. ''Siamo con i fratelli dell'Esercito islamico in Iraq''. ''Io vorrei dire innanzitutto ai miei familiari che va tutto bene'', ha detto dal canto suo in francese Georges Malbrunot.
A Parigi, un portavoce del ministero degli esteri francese ha dichiarato alla Reuters: ''Non abbiamo nulla da dire. Stiamo cercando di analizzare le informazioni che abbiamo ottenuto nello stesso modo in cui le avete avute voi''.
Chesnot, collaboratore delle radio pubbliche Radio France e Radio France Internationale (Rfi), e Malbrunot, inviato speciale del quotidiano Le Figaro e del giornale regionale Ouest-France, sono scomparsi il 20 agosto. Quel giorno dovevano trasferirsi da Baghdad alla citta' santa sciita di Najaf, nel centro del Paese, dove erano in corso feroci combattimenti tra le forze americane e le milizie dell'imam ribelle Moqtada Sadr. Ma non e' affatto certo che siano arrivati a destinazione: nessuna loro traccia e' stata trovata nei due piccoli hotel frequentati dai giornalisti, nessun collega a Najaf li ha visti.
Ieri il redattore capo della cronaca estera di Le Figaro, Pierre Rousselin, aveva ipotizzato che i due fossero stati ''rapiti per errore''. ''Forse i rapitori non sapevano che erano giornalisti e di nazionalita' francese?'', si era chiesto, alludendo al fatto che la Francia, a differenza della Gran Bretagna, dell'Italia e di altri Paesi alleati degli Stati Uniti, non ha inviato un contingente militare in Iraq.
Quando l' 'Esercito islamico in Iraq' ha rivendicato il rapimento di Baldoni, martedi' scorso, ha imposto all'Italia un ultimatum di 48 ore per ritirare le proprie truppe dall'Iraq. Scaduto il termine, giovedi' sera, Al Jazira ha annunciato l'uccisione del giornalista italiano.
Con i suoi cinque milioni di musulmani, la Francia e' il Paese europeo con la piu' vasta popolazione islamica. La legge sul velo islamico - approvata dal Parlamento francese nel marzo scorso- proibisce l'esibizione ostentata di simboli religiosi -non solo il velo islamico, ma anche grandi croci, kippah ebree, turbanti- nelle scuole pubbliche del paese, in nome del principio della laicita'.
Il provvedimento, che ha destato aspre proteste tra i musulmani - in Francia e in altri Paesi - sara' applicata a partire dall'inizio dell'anno scolastico, in settembre.

La notizia continua in http://www.ansa.it

 Fausto Bertinotti    - 29-08-2004

In questa drammatica vicenda che ha visto la morte di Enzo Baldoni, le prime parole non possono che essere quelle della solidarietà e del dolore per una vita umana distrutta. Esprimiamo solidarietà e vicinanza ai familiari della vittima e alla redazione di "Diario", giornale per il quale lavorava Baldoni. La politica, soprattutto in questi tempi di guerra, deve sapere ad ogni passo ritrovare il senso di un'umanità che altri vorrebbero perduta. Ma la politica deve in special modo saper far fronte ai problemi del suo tempo. Tanto più drammatici sono questi, tanto più forte deve essere l'ambizione e la pratica della politica. Quella del governo del nostro Paese ne è la negazione più radicale.
Il governo Berlusconi ha portato il Paese contro la sua Costituzione e contro la sua vocazione di paese di pace e di dialogo nel Mediterraneo in una guerra imperiale. La guerra preventiva dell'amministrazione Bush rivela ogni giorno la sua natura incompatibile con un futuro di convivenza civile tra tutti i popoli del mondo, incompatibile con il diritto internazionale. Questa guerra fomenta l'odio, il rancore, la morte. All'origine di ogni tragedia collettiva ed individuale c'è ormai questa guerra.


L'uccisione di Enzo Baldoni da parte dell'esercito islamico dell'Iraq è un fatto drammatico e serio. Non si tratta del gesto inconsulto di un gruppo di pazzi, ma al contrario è la conclusione terribile e intollerabile di un disegno politico. L'esecuzione mostruosa di un uomo di pace in un teatro di guerra non ci deve precludere di afferrare dietro l'indignazione e la solidarietà per una vittima innocente, il disegno politico di chi si propone dentro la guerra di tenere sotto pressione i governi dei paesi che vi partecipano. Pressione che si esercita ancora più direttamente verso quei paesi la cui opinione pubblica è unanimemente schierata per la pace. L'uccisione terroristica non ha alcuna giustificazione. Ancor meno ne ha quella rivolta verso un uomo di pace la cui missione era in favore del popolo iracheno. Ma è la guerra la causa scatenante.

Il parlamento e il popolo italiano non possono più accettare l'ipocrisia di un governo che fa la guerra e che continua a ripetere che quella italiana è una missione di pace. La morte di un uomo che conosciamo perché appartiene alla nostra comunità ci deve aiutare a vedere i tanti morti che non conosciamo, le tante distruzioni e vittime innocenti che la guerra miete ogni giorno in Iraq, dobbiamo saper vedere l'odio che il conflitto alimenta in tante parti del popolo iracheno verso la guerra americana e coloro che vi partecipano. L'Italia fra questi.


E'ora di dire basta. E' troppo tardi ormai, ma almeno non lasciamo passare altro tempo. In tutta Italia si alzi la voce di tutte e di tutti per rivendicare la pace, per pretendere l'immediato ritiro delle truppe italiane dall'Iraq.


[ Notizia segnalata da Liberazione - red ]


 Pierluigi Sullo    - 29-08-2004
Razza: umana

La moglie e i figli, il padre e i fratelli di Enzo Baldoni hanno scelto il silenzio. Non vogliono esibire il loro dolore davanti alle telecamere. Si sottraggono al gioco cinico della cosiddetta informazione. Ed è una scelta che dice molto anche su chi era la persona che i sequestratori del cosiddetto "Esercito dell'Islam" hanno assassinato. Non proprio un giornalista, perché non si considerava un osservatore neutrale, né tantomeno era di quei giornalisti che fingono di essere neutrali mentre sono "embedded", arruolati, nell'esercito statunitense, come è capitato a certi inviati della Rai o di grandi giornali, che hanno ricoperto di vergogna il nostro mestiere. Nel luogo in cui era, Baldoni prendeva parte. Non per uno o l'altro degli eserciti o delle fazioni armate. Prendeva la sola parte che ogni essere umano dovrebbe prendere: quella di chi è sotto il fuoco incrociato.


Come il suo interprete, anch'egli assassinato, che aveva perso la moglie incinta e una gamba in uno dei mille episodi che i media registrano come normalità se riguardano non occidentali, una bomba su un'ambulanza. Perciò Baldoni si era adoperato per aiutare il convoglio della Croce rossa diretto a Falluja. Non si era limitato a farsi trasportare, era diventato autista e portabandiera nei passaggi più pericolosi, distributore di aiuti e di incoraggiamenti, con quella sua faccia che, dai filmati e dalle foto, sembra gentilmente ironica, consapevole di quanto relative siano le fedi, le missioni, le ideologie, le professioni. E infatti aveva fatto, come lui stesso racconta nel suo sito, cento mestieri, mosso semplicemente da curiosità, la virtù che, a poterne fare una classifica, prenderebbe di sicuro la medaglia d'oro. L'umanità, cioè volere la pace, indignarsi nei confronti dell'ingiustizia, cercare prima di tutto una relazione con gli altri, saper ascoltare, richiede prima di tutto curiosità.


E' certo che si potrebbe ricostruire la breve storia del suo rapimento e del suo assassinio come una vicenda di cialtronerie e cinismi, incapacità e indifferenze. Il direttore del giornale al quale collaborava, Enrico Deaglio del Diario, ha scritto che la Croce rossa lo aveva abbandonato, nel percorso da Falluja a Baghdad. Il "commissario straordinario" della Croce rossa, quello Scelli che compare in tv ad ogni momento, ha assicurato di avere avviato "contatti". Lo stesso ha dichiarato il ministro degli esteri, Frattini. Ma sappiamo che sono balle, dette più per apparire che per una effettiva ansia di trovare la via di uscita. Il clima è quello che è. Da Alleanza nazionale ai Ds, tutti hanno annunciato subito la loro "fermezza" di fronte ai "ricatti". Violante, Gasparri e Frattini, se fossero coinvolti in una rapina al supermercato, imporrebbero alla cassiera di immolarsi per difendere gli spiccioli dell'incasso di giornata. Poi uscirebbero nel parcheggio e direbbero alle telecamere che la cassiera si è comportata come una vera italiana.


Sono mostri che, grazie al loro mestiere, hanno perduto almeno parte della loro umanità (curiosità, desiderio di pace e di giustizia, capacità di vedere ed ascoltare gli altri). Sono parte del meccanismo che ha stritolato Baldoni, l'uomo che prendeva parte e non si schierava. Che oggi viene grottescamente descritto, dal Corriere della Sera, come un emulo di Fabrizio Quattrocchi, quello che morì dicendo "ecco come muore un italiano". O almeno così si è raccontato, perché la propaganda è essenziale, alla guerra, visto che di per sé è solamente orrore, come diceva il colonnello Kurtz di "Apocalypse now" e come sanno bene i mille soldati statunitensi uccisi nell'ultimo anno e i cento fedeli raccolti in preghiera nella moschea di Kufa massacrati l'altroieri da un colpo di mortaio sparato dai nordamericani, o dal nuovo esercito iracheno, o non importa da chi, ormai.


Sono momenti, questi, in cui prende lo sconforto. Enzo Baldoni era uno come noi. Uno dei milioni che in questo paese provano disgusto per la retorica di guerra, per le menzogne che l'accompagnano (noi siamo lì per regalare quaderni ai bambini iracheni, dicono le tv), per il clima feroce che si è creato nella nostra società (quello che ci consente di osservare gli annegamenti di migranti, i centri di detenzione o le idiozie del ministro degli interni Pisanu, dai "due milioni" di "clandestini" sulle coste libiche ad al Qaeda che si annida sui barconi). Siamo disgustati e cerchiamo in genere di prenderla con ironia, per non sentirci sopraffatti, per riuscire a fare un passo di lato e non essere investiti da una ufficialità demente e da notizie insopportabili, come quelle che, tra una medaglia d'oro e una partita di calcio, sgocciolano velenose da un paese virtuale chiamato Iraq.


Per Enzo non era un paese virtuale, come per alcuni altri coraggiosi che continuano a cercare di stare con le vittime, ossia la gran parte degli esseri umani che vivono laggiù. Ci sentiamo feriti, oggi, come membri di una famiglia molto più numerosa di quella fatta di moglie e figli, padre e fratelli. Molti anni fa, quando chiesi a uno dei fratelli di Enzo, che allora era l'inventore delle campagne pubblicitarie del manifesto, un "titolo" per un incontro nazionale sul tema appena emerso delle migrazioni, una "convenzione" che organizzammo insieme a Tom Benetollo, lui propose questa semplice scritta: "Razza: umana". E' questa la famiglia che oggi sta piangendo l'assassinio di Enzo Baldoni. Perciò speriamo che, se e quando vi sarà una cerimonia o un funerale, là vi siano molte, moltissime persone con il solo simbolo che non richiede di violare la libertà altrui o di attentare alla sua vita o ai suoi beni: i colori della pace.


[ Segnalazione da www.carta.org ]

 Anna Pizzuti    - 30-08-2004
Dall'Unità

La Farnesina ammette: abbiamo saputo subito dell’attacco a Baldoni

di Leonardo Sacchetti

Nessuna smentita, ma solo una precisazione. La Farnesina e il governo italiano, per bocca dell’ambasciatore a Baghdad, Gian Ludovico de Martino di Montegiordano, hanno nei fatti confermato la ricostruzione fatta da l’Unità: la nostra rappresentanza in Iraq sapeva, fin dal pomeriggio di venerdì 20 agosto, che l’auto con il freelance italiano Enzo Baldoni e il suo interprete Ghareeb era stata colpita sulla strada tra Najaf e la capitale. «Non abbiamo niente da dichiarare - sono state le parole ricevute, ieri, Farnesina -. Fa testo quel che ha detto il nostro ambasciatore».

Il governo italiano sapeva, ma ha passato giorni ad avvalorare la versione di un giornalista sui generis (Baldoni) alla ricerca di scoop. Per la Farnesina, la versione di un rapimento - con la conferma della gravità dell’esplosione che aveva colpito l’auto all’interno del convoglio umanitario non autorizzato della Croce Rossa italiana - è diventa tragicamente palese con il video di Baldoni, sequestrato dall’«Esercito islamico in Iraq». L’ambasciatore de Martino, nella lettera di precisazione che pubblichiamo affianco, tira in causa la Croce Rossa italiana: «Sulla base degli elementi forniti dalla Cri la dinamica dell’accaduto non era certa». La dinamica dell’agguato a Baldoni è fissata dalle testimonianze oculari dei volontari (come la gallese Helen Williams) che partecipavano al convoglio. E la dinamica è stata confermata dal commissario straordinario Maurizio Scelli nel suo colloquio col direttore di Diario, Enrico Deaglio.

Forse non nei minimi particolari (a tutt’oggi da confermare), ma l’Ambasciata italiana sapeva della gravità dell’accaduto. Informata la famiglia di Baldoni, la rappresentanza diplomatica italiana a Baghdad seguì l’iter relativo alla scomparsa di un italiano all’estero, ma informò anche l’unità di crisi della Farnesina e, di conseguenza, il governo Berlusconi.
Per quanto riguarda il ruolo della Cri, però, alcuni dubbi rimangono. E proprio per questo, il pubblico ministero di Roma, Franco Ionta, dopo aver acquisito la relazione fatta a Scelli, ascolterà il capo-missione della Croce Rossa a Baghdad, Francesco De Santis. È lui che, dando il via libera al convoglio (di cui faceva personalmente parte) e avvertendo l’Ambasciata di quanto accaduto a Baldoni, potrà far luce sull’agguato e sull’inizio del mistero del rapimento. Il reporter italiano era ancora vivo al momento dell’agguato sulla strada per Baghdad? I sequestratori hanno sottratto il suo corpo oppure lo hanno rapito per poi lanciare l’ultimatum del ritiro delle truppe italiane dal Paese? Qual era il ruolo di Ghareeb e degli altri iracheni (Ali) che partecipavano al viaggio umanitario? Ionta è anche in attesa di acquisire la relazione fatta alla Farnesina da Giuseppe Buccino, ambasciatore italiano in Qatar, dopo aver visionato le immagini in possesso di Al Jazira sull’omicidio di Baldoni.

Proprio sul tipo di materiale visivo in possesso della tv del Qatar, anche ieri i responsabili di Al Jazira hanno nuovamente chiarito che l’«Esercito Islamico» aveva consegnato loro, la sera di giovedì scorso, un unico fermo-immagine su nastro video. Il nastro è della durata di 15 secondi. Un video composto da una sola foto. O una foto «lunga» 15 secondi, in cui «il corpo parzialmente sepolto dalla sabbia, in cui sono visibili solo il volto, il collo e parte di una spalla».

Per un mistero che si chiarisce, altri sembrano sbucare dalle nebbie irachene. Secondo alcuni giornali italiani, infatti, nel fascicolo fornito dai servizi segreti al pm Ionta ci sarebbero «almeno 10 nomi» dei rapitori di Baldoni. Una pista legata alla ricostruzione di quella che è la composizione dell’«Esercito Islamico», forse alla luce del rapimento e dell’ultimatum dei due giornalisti francesi. Ma, ieri, è stato lo stesso Ionta a smentire la presenza di nomi nel dossier dell’intelligence italiana. Delegando la Digos di acquisire tale «carteggio» contenente l’attività d’intelligence svolta in Iraq nei giorni seguiti al rapimento di Baldoni dagli uomini dei servizi segreti di Roma nella zona di Baghdad, il pm Ionta ha smentito che all’interno di questa sorta di dossier ci siano indicazioni precise: nessun nome dei possibili rapitori. Né, tanto meno, una lista di sospettabili dell’«Esercito Islamico in Iraq».