breve di cronaca
Vogliono cancellare la Resistenza
ANPI - 28-08-2004
C’è chi vuole farla finita con la Resistenza.
L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) è nata nel giugno 1944, quando era ancora in corso la guerra di Liberazione dall’occupante nazista e dalla dittatura fascista. Noi che verso la metà del secolo scorso ci battemmo perché all’Italia venissero restituite la libertà e la dignità di cui il fascismo l’aveva defraudata, ci impegnammo a far sì che restasse viva e venisse tramandata la memoria storica della Resistenza e che i princìpi ispiratori, i valori e gli ideali della lotta di Liberazione divenissero patrimonio del popolo italiano ed essenziali nella formazione e maturazione delle generazioni successive alla nostra.

Eravamo - e siamo tuttora - profondamente convinti che la nostra esperienza possa essere di esempio e di monito per far comprendere il valore della Libertà, il rischio di perderla, il sacrificio che occorre per riconquistarla; per far nascere nelle coscienze, quindi, la volontà di affermarla, difenderla, arricchirla. Dunque abbiamo difeso sempre gli ideali dell’antifascismo e della Resistenza.

Ideali trasfusi in gran parte nella Costituzione della Repubblica, ci siamo battuti contro ogni rischio di ritorni autoritari, abbiamo contribuito alla formazione di una coscienza civile che è il più saldo cemento dell’identità e dell’unità nazionale, garanzia di pace e di collaborazione tra i popoli.

Oggi l’Anpi è fortemente impegnata perché il 60° della guerra di Liberazione sia degnamente celebrato in tutta Italia. Finora ha dovuto far fronte con mezzi esclusivamente propri agli enormi oneri che ne derivano - non è stata ancora approvata la legge per il 60° - e per giunta si vede sostanzialmente privata anche del contributo statale che pure era stato sancito da una legge a suo tempo approvata dai due rami del Parlamento. Infatti, l’attuale maggioranza ha ridotto di ben il 55% un modesto contributo che era già stato decurtato del 10% nel 2002. Questo in vigenza di una legge triennale, scaduta proprio con il 2003, quindi senza nessuna garanzia per i prossimi anni.

A questo si aggiunge lo scandalo del recente voto con cui la commissione Difesa del Senato ha approvato il disegno di legge di An, che riconosce come legittimi belligeranti gli appartenenti al cosiddetto esercito della sedicente repubblica sociale italiana. Ricordo che queste formazioni furono costituite da un ente, la Rsi, che non è mai stato un governo legittimo, ma sorto per volontà del nazismo e alle sue dirette dipendenze. E che quelle formazioni ebbero quasi esclusivamente funzione antipartigiana, al servizio e sotto il comando del Terzo Reich, contro cui il legittimo governo italiano aveva dichiarato guerra nell’ottobre 1943. I militari della Rsi parteciparono a numerose efferate stragi di civili perpetrate nei venti mesi della lotta di Liberazione, collaborarono all’arresto e alla deportazione di cittadini italiani e stranieri di religione ebraica, furono responsabili di collaborazionismo con il nemico e di torture e sevizie contro i combattenti della libertà. Un insulto, insomma, alla memoria dei Caduti e ai sentimenti di chi si battè per la libertà. Una grave ferita alla Costituzione e alla storia dell’Italia libera e democratica.

Sono due episodi, a torto considerati minori, che hanno un forte valore simbolico e pratico, avvenuti entrambi in Parlamento. Ecco perché appare difficile non ipotizzare che dietro questi fatti ci sia un preciso disegno politico per farla finita una volta per sempre con la Resistenza, la memoria storica, il ricordo di pagine che a taluno possono essere indigeste. E che quindi vorrebbe cancellare e riscrivere.

L’ANPI lancia una sottoscrizione nazionale, facendo appello alla sensibilità di tutti gli antifascisti, di quanti operano nelle istituzioni, nel mondo del lavoro, nell’associazionismo, perché possa continuare una battaglia che riguarda tutti i cittadini sensibili ai valori fondanti della nostra Repubblica.

La sottoscrizione potrà essere effettuata presso le sedi provinciali e comunali dell’ANPI o a mezzo c/c postale n° 36053007, intestato: Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Comitato Nazionale – Via degli Scipioni, 271 – 00192 Roma


Arrigo Boldrini
Presidente ANPI





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 ilaria ricciotti    - 28-08-2004
Ma quante cose si vogliono cancellare!
Se lo faranno, sarà soltanto un atto cartaceo, che , se pur gravissimo, non riuscirà a cancellare la memoria storica. Memoria che speriamo venga alimentata anche dagli insegnanti e da quanti dovranno informare e formare i giovani, perchè sappiano e siano educati a vigilare, affinchè si viva sempre in uno stato democratico, libero, dove ognuno venga rispettato per quello che è, e non per ciò che possiede.

 Pierangelo Indolfi    - 31-08-2004
Da l'Unità, riporto questa intervista a Tina Anselmi

Nessuno Tocchi la Resistenza

TREVISO Sta in una bella villa moderna, alla periferia di Castelfranco. Cancello e porta sono socchiusi: di attentati grandi e dispetti piccoli gliene hanno fatti abbastanza da scoprire l’inutilità delle porte chiuse. In salotto tiene un unico ritratto: Aldo Moro. Dentro casa, corre una delle sue nipotine. Anche per lei, ha scritto «Zia, cos’è la Resistenza?», racconto di come ha vissuto la lotta di liberazione Tina Anselmi, la spericolata staffetta della brigata autonoma Cesare Battisti, giovanissima studentessa che una mattina fu portata dagli insegnanti, con la sua classe, in gita scolastico-politica: a vedere i 43 martiri di Bassano, impiccati per rappresaglia, penzolanti dagli alberi di un viale.
Pochi giorni dopo, Tina era la partigiana «Gabriella». Lo è ancora: iscritta all'Anpi, presidente onorario dell'Istituto Storico della Resistenza. A 77 anni, è entrata nel mirino del Ministero delle Pari Opportunità, che ha commissionato una acidissima biografia inclusa nel recente volume «Italiane». L'ultimissimo giudizio sul suo conto l'ha scritto «Mondolibero», un foglio di destra: Tina Anselmi, a sentirla parlare, «suscita conati di vomito istintivi». Insomma: è sempre brava, dà sempre fastidio.

Arrigo Boldrini, il presidente dell'Anpi, ha scritto un appello disperante: questo governo riconosce i repubblichini e taglia i fondi ai partigiani, non si sa neanche se e come sarà celebrato il sessantesimo anniversario della Resistenza...
Questo appello è la condanna di un paese che non guarda alla verità, che non la cerca.

Lei, personalmente, come si sente?...
Più che altro sono presa dallo stupore. Stupore per questo desiderio di cancellare una storia. Non può essere fatto impunemente.

Però lo fanno. Lo avrebbe immaginato, sessant'anni fa?...
È incredibile. Incredibile, sessant'anni dopo, dover difendere la Resistenza. Tanto più incredibile per chi la ha vissuta. È una pagina di storia che dovrebbe sprigionare luce.

Invece?...
C'è chi cerca le ombre per attenuarne la luminosità. C'è anche chi, per fortuna, nei paesi, nelle comunità, nelle scuole, avverte il dovere di trasmettere la storia, per quanto amara. Mai come negli ultimi due anni sono stata così intensamente invitata a convegni, dibattiti, incontri con le classi. Si copre una lacuna molto grave, si colma un vuoto e si apre un interesse nuovo. I ragazzi, alla fine, mi chiedono: ma perché non ce le avete dette prima, queste cose?

Merito dei programmi del ministro Moratti?...
No, non glielo posso dare, questo merito. Merito degli insegnanti. Finalmente: dopo tanti anni passati, dalle nostre parti, a parlare solo di ‘15-’18, di Piave e Brenta, del re con la mantellina, di cose anche un po’ folkloristiche.

Agli studenti, lei che messaggio dà?...
Che stiano attenti: che la dimenticanza non scolori fatti avvenuti. Avvenuti davvero, intendo: non suggestioni. Perché questi tentativi di cambiare la storia...

Il revisionismo?...
Certo. Il modo in cui il discorso è stato riaperto, era pericoloso. Si assimilavano fatti e realtà non assimilabili
.
Con la suggestiva tesi: i morti sono tutti uguali....
Ecco: questo no. Una ricerca storica è sempre doverosa. Ma chi è morto per un'idea, per dei valori, non può essere assimilato a chi è morto combattendo quell'idea, quei valori. Per fortuna queste tesi hanno trovato un alt che gli storici non si aspettavano: proprio nella gente, nei paesi, nelle comunità, tra i giovani. C'è gente che ha avviato una mistificazione che si poteva evitare.

Lei non approva il riconoscimento di fatto - anche economico - dei combattenti repubblichini....
No. No.

Lei come lo celebrerebbe il sessantesimo della Resistenza?...
Facendo cultura storica. Cancellando quella che pare ancora un'ombra che dalla Resistenza si proietta sulla vita democratica: c'è quasi il timore di parlare, di sottolineare il rapporto diretto tra Resistenza e Costituzione. Eppure è un legame vivo, di storia viva, non può essere nascosto. Bisogna andare a viso aperto. Qualcuno pensa che la storia, come l'abbiamo scritta, non sia vera? Torniamo pure a studiare, senza timore, e vedremo che la verità non renderà la Resistenza meno luminosa, meno importante.

Ognuno di noi ha una verità accumulata: la dica.
Ma come si fa, concretamente? L'appello di Boldrini accusa il disinteresse del governo, la mancanza di mezzi, previsioni, finanziamenti....
Io non do giudizi morali sul disimpegno delle istituzioni. Esigo però, come cittadina, di avere elementi storici non deformabili. Tutto ciò che aiuta, va potenziato. Chiunque pensa che un'opera di verità sia utile, collabori.

Come andrà a finire?...
Queste domande meglio non farle.

Perché?...
Dovrei rispondere scegliendo tra speranza e realismo...

Dica allora cosa spera....
Io credo nei giovani. Non dobbiamo lasciar cadere le cose in cui credono. La pace, la collaborazione tra i popoli, ormai sono valori penetrati, io non credo che siano cancellabili: e sono gli stessi che ci ispiravano sessant'anni fa.

 gp    - 03-09-2004
Pietro Ingrao dall'Unità

I ricordi personali, la rievocazione di una storia che è patrimonio di tutti, la guerra partigiana e la difesa della Costituzione. Pietro Ingrao è al fianco dell’Anpi: «Una vergogna togliere quei pochi soldi a chi lavora per mantenere la memoria della lotta di un paese per la sua libertà».

«Vogliono cancellare la Resistenza», denuncia il presidente dell’Anpi, Arrigo Boldrini. Vediamo i fatti. Vi sono due leggi ferme in commissione Difesa al Senato che finanziano il 60° della Liberazione e l’attività delle associazioni partigiane, bloccate dal governo. L’ultima annualità della vecchia legge di finanziamento è stata decurtata del 55% in finanziaria. E c’è una legge di An, votata dalla maggioranza in commissione, che riconosce lo status di combattenti ai repubblichini di Salò.

Tutto ciò, secondo Boldrini, ha un preciso significato: c’è il disegno politico di farla finita con la Resistenza e la memoria storica che qualcuno vorrebbe cancellare o modificare. Secondo te?

«Mi sembra evidente che è così, purtroppo. Ed è gravissimo. Per una ragione essenziale. Perché la Resistenza sta alla base dell’Italia repubblicana, è un patrimonio fondativo e costituente del Paese in cui viviamo oggi, rappresenta la piena conquista dell’Italia alla libertà. Su questo non si può transigere. E bisogna mettere in campo ogni strumento per opporci a questa porcheria».

Cosa sono stati i partigiani? E qual è stata la novità della guerra partigiana in Italia? Tu che hai vissuto quegli anni puoi testimoniare di quella sorta di rivoluzione che fissò poi nella Costituzione i diritti del lavoro, i principi di libertà, il ripudio della guerra di aggressione.

«La partigianeria è stata un grande evento a più facce. Era un atto di libertà. Il paese era invaso da un nemico terribile, il nazismo, e stava sotto il tallone dei suoi eserciti. Era aspro e difficile combatterlo. Per di più in un paese già massacrato dalla guerra. Che aveva vissuto un periodo angoscioso di disfacimento. Ricordiamo l’8 settembre, la fuga del re e di Badoglio, lo sfasciarsi dell’esercito italiano, l’assenza di una autorità centrale dello Stato che aiutasse questo popolo invaso dai tedeschi a reagire e a salvare il salvabile, comprese le vite umane. È stato allora che è avvenuto qualcosa di straordinario e di grande fascino. Dal popolo e dall’esercito spezzato, frantumato, è sorto, direi spontaneamente, anche se questa parola non è del tutto esatta, uno sforzo umano: prendere le armi, rispondere all’invasore e cacciarlo da quella che io chiamo volentieri Patria. La partigianeria è stata non solo eroismo ma una straordinaria invenzione del popolo italiano. Tante persone allora hanno imparato a difendere la Patria, a prendere il fucile e a sparare, ad arrampicarsi sulle montagne, a tentare l’azione gappista contro l’esercito hitleriano, uno dei più terribili al mondo. Lì c’è stato il riscatto del popolo italiano. Il rifiuto di accettare la soggezione ai nazisti e soprattutto il rifiuto che la libertà da riconquistare fosse affidata esclusivamente alle mani amiche degli eserciti anglo-americani. I partigiani hanno detto: lo difendiamo noi questo paese, dobbiamo fare la nostra parte per difenderlo. Un esercito partigiano sorto dal nulla. Ragazzi di 16, 18 anni che hanno imparato a combattere sfidando ogni giorno la morte...».

Come hai fatto anche tu...

«Ne sono uscito salvo. Ricordo che avevo paura soprattutto di una cosa, non di essere preso e fucilato come è avvenuto a quella immensa schiera alle Ardeatine, ma che mi prendessero, mi mettessero sotto tortura e lì io potessi cedere rivelando il nome dei miei compagni di lotta. Era questa l’angoscia...».

Insurrezione di popolo, spontanea fino a un certo punto, dicevi...

«Sì. Sarebbe ingiusto dimenticare la presenza dei partiti antifascisti. C’erano componenti della vita politica italiana, comunisti, socialisti, democristiani, azionisti, liberali, che durante gli anni della tirannia avevano costruito partiti che combattevano il fascismo. Io sono cresciuto nelle organizzazioni giovanili fasciste ma ho incontrato persone che mi hanno insegnato l’amore per la libertà e anche il modo di combattere. Il paese era nelle mani dei fascisti e dei tedeschi, ma era rimasta una avanguardia, una minoranza, che lavorava ad educare, a formare, ad attrezzare per la lotta clandestina ancora prima che scoppiasse la guerra e che durante la guerra ha inventato la partigianeria, l’esercito irregolare, le bande. Le abbiamo chiamate così: le bande. Per indicare l’elemento volontaristico e creativo. E che alla fine hanno sconfitto l’impero tedesco, Hitler e Mussolini. Questo è un patrimonio di tutti. Ora vogliono togliere quei pochi soldi all’Anpi, a chi lavora per mantenere questa memoria? La memoria della lotta di un paese per la sua libertà. Cos’è un paese libero se manca la coscienza attiva della sua storia?».

Dunque, tenere vivo questo ricordo presso le giovani generazioni, celebrare la data della Liberazione è ancora utile? Alcuni nel centrodestra parlano di reducismo da superare perché l’antifascismo che guidava i padri costituenti ormai non può più essere, dicono, il perno intorno al quale ruota un patto di convivenza civile e democratica. Che cosa rispondi?

«Ricordo un libro della fanciullezza: il libro “Cuore” di De Amicis. Certamente non era un’opera d’arte ma aveva un significato simbolico. Raccontava le battaglie per la libertà d’Italia. In modo ingenuo e semplice voleva tenere vivo l’evento per cui l’Italia era diventata Nazione libera, riscattandosi dagli austriaci, dai francesi, dai borbonici. Noi abbiamo bisogno della memoria. Costruire la Patria significa anche tutelarne la storia, il cammino, perché continui negli anni e nelle nuove generazioni. L’Anpi non è una associazione qualunque. E non è una raccolta di reduci. È l’organizzazione che si è assunta il compito storico di tenere viva questa memoria, questo “accaduto fondante”».

C’è oggi una spinta a dire rispettiamo tutti i morti e a mettere sullo stesso piano i combattenti di Salò e i partigiani. Che ne pensi?

«Dopo la fine della guerra andai a fare il redattore all’Unità. Ricordo la campagna che fece il giornale a favore di quelli che erano stati coinvolti nella Rsi e che correggevano sé stessi, riconoscevano l’errore. La nostra campagna era tesa a dire che questa domanda di riscatto andava accolta e che bisognava aiutare a ritrovare la strada anche quelli che erano stati gravemente e colpevolmente dall’altra parte. Scrivemmo: apriamo le porte a chi comprende. Ma non si può mettere sullo stesso piano chi difese e costruì la nuova Italia e chi voleva impedirlo stando al fianco dei tedeschi. Questa è una cosa da matti oppure è una enorme ipocrisia. Repubblichini e partigiani non sono la stessa cosa solo perché presero il fucile. Alcuni lo presero per una causa giusta, gli altri, quelli che oggi An vorrebbe legittimare, erano il nemico. Questo non si può cancellare. Altrimenti cancelliamo il senso di una tragedia che è stata mondiale. Vogliamo opacizzare la tragedia che ha vissuto il mondo negli anni in cui abbiamo avuto la paura folle che Hitler potesse vincere? E quello che c’è voluto per salvarci da questo pericolo? Il mondo era spaccato. C’era chi voleva prenderlo tutto nelle sue mani e chi ha difeso la libertà. Mettere tutto sullo stesso piano è inaccettabile. Anzi la ritengo un’azione subdola per cancellare la portata vera del conflitto che abbiamo vissuto. Quella guerra mondiale era scontro tra parti, con nome e cognome, e storia incancellabile per ognuna di esse: i combattenti avevano e praticavano dottrine, visioni del mondo, programmi proclamati dinanzi al mondo e sostenuti con la lotta».

C’è un filo che collega il ridimensionamento della Resistenza e la spinta a modificare parti importanti della Costituzione che secondo il premier è intrisa di sovietismo e secondo pensatori cosiddetti liberali (ad esempio Piero Ostellino sul “Corriere della sera”) è molto datata e improntata al pensiero “non liberale” cattolico e comunista?

«Le Costituzioni sono grandi atti fondativi nella vita di un paese. Quella italiana è stata un atto unitario. È uscita da quella storia di cui parlavamo sopra. È stata elaborata in una Assemblea straordinaria eletta dal popolo, frutto di un incontro fra i pensieri comunista e socialista, liberaldemocratico, cattolico. Assenza di pensiero liberale? Ridicolo. Quella Costituzione è figlia di una lotta per la libertà, portatrice di valori elaborati insieme da forze di diversa matrice che avevano radici profonde. Altro che Berlusconi. Figlia di un patto, di un punto di incontro. Dossetti, La Pira, Ruini, La Malfa... personaggi che venivano da una storia lunga di pensiero e hanno lavorato a trovare il punto di incontro fra le loro storie. Quella Carta vale proprio in quanto dura, fissa valori stabili che non possono essere cancellati. In nessun paese del mondo accade che le Costituzioni si mettono nel cestino. Io protesto, semmai, perché ci sono parti della Costituzione che vengono violate».

L’articolo 11 ad esempio?

«Esattamente. È un articolo solenne. Obbliga questo paese in maniera inequivocabile a non fare guerre che non siano di difesa. Purtroppo è stato violato clamorosamente in varie vicende, compresa l’ultima, in Iraq, da cui anche gli americani non sanno più come uscire. Ma qui le responsabilità non coinvolgono solo i nostri governanti in senso stretto. Parecchi hanno chiesto conto al capo dello Stato, hanno invocato la tutela dell’art. 11 che stride profondamente con l’invio di soldati italiani nell’inferno iracheno. Chi doveva intervenire e ricordare il rispetto della Costituzione era proprio il presidente Ciampi. Invece ha permesso che questo avvenisse. Una sciagura».

Si obietta che quella dell’Italia è solo una missione umanitaria.

«Lì sparano e ammazzano. Sono andati con le armi. La grande potenza americana si è cacciata in quel guaio per desiderio di conquista. Certo, c’era Saddam. Ma c’erano mille modi per liberarsi di Saddam senza fare la guerra. Invece è stata presa questa strada che ha portato allo scempio e all’escalation del terrorismo che abbiamo sotto gli occhi. Una grande tristezza e amarezza...».

 Pierangelo Indolfi    - 07-09-2004
Bruno Trentin da l'Unità

Attenti al revisionismo

ROMA “Bisogna sostenere l’Anpi per tenere vivo il ricordo della Resistenza e aiutare i valori di libertà e democrazia contro ogni revisionismo”. Sono le parole appassionate di Bruno Trentin, che la guerra di Liberazione l’ha vissuta in prima persona, e non ha intenzione di cedere di fronte a chi oggi la vuole cancellare dalla memoria.
L’Unità ha aderito all’appello per la raccolta di fondi a favore dell’Anpi, che dal 1944 mantiene in vita il ricordo della lotta partigiana e oggi vede i suoi contributi ridotti dal governo del 65% in due anni, senza garanzie per il futuro.

Qual è per lei il valore di quest’associazione?
Il valore dell’Anpi non è solo di testimonianza ma è la riproposizione quotidiana della concezione democratica fondata sulla partecipazione, e quindi sulle persone, non sull’autoritarismo. È un anticorpo molto forte contro chi professa altri valori e altri ideali, come questo centrodestra.

In che senso?
Serve a ricordare, lotta perché il paese non dimentichi, e neanche il Parlamento. Che dovrebbe reagire a questi tentativi di revisionismo e stanziare i fondi per finanziare l’associazione e tutti coloro che organizzeranno manifestazioni in piazza per il 60° anniversario della guerra di Liberazione. Che Berlusconi venga oppure no ha poca importanza, ma ci deve essere la testimonianza anche se ci sarà la diserzione del centrodestra.

Secondo il presidente dell’Anpi, Arrigo Boldrini, non c’è solo paura degli ideali ma un disegno ben preciso per riscrivere la storia. Condivide questa lettura?
Condivido pienamente la reazione appassionata di Boldrini e capisco la paura della destra di fronte all’importanza della Resistenza, che è stata un grande fatto di popolo, che ha mobilitato le masse, che ha sconfitto l’autoritarismo grazie ai valori di democrazia e libertà. E’ ovvio che fanno di tutto per cancellare questa memoria.

Lei c’era, era in Francia come partigiano e poi in Italia, dal 1944 al 1946, come comandante di una brigata del gruppo “Giustizia e Libertà”. Che cosa significava essere partigiani? Che cosa ricorda di quei giorni?
Essere partigiani significava prima di tutto combattere contro il regime e per la democrazia. Io ho attraversato esperienze diverse, in Francia facevamo atti dimostrativi, l’atmosfera era grigia, l’opinione pubblica apatica. Più tardi, in Italia, l’intera popolazione partecipava alla lotta di Resistenza aiutando e nascondendo i partigiani. Ho rischiato la pelle più volte. Ma ci tengo a ricordare, come ha detto Vittorio Foa, che noi eravamo persecutori del fascismo e non perseguitati. Ma non è il momento di fare il reduce, l’Anpi è tutt’altro che un’associazione di reduci. Molti dei nuovi aderenti sono giovani, non hanno fatto la Resistenza ma coltivano questo ricordo per volontà e coscienza civile. Non vogliono raccontare le battaglie sulla montagna ma il valore democrazia.

Uno di quelli che la Costituzione ha conservato fino ad oggi, insieme al ripudio per la guerra.
La vita ci fa cambiare molte volte, non si deve interpretare strettamente l’articolo 11, ma applicarlo al momento storico. Durante la Resistenza c’è stata una grande battaglia in difesa della democrazia, e laddove le democrazie venivano schiacciate le forze di sinistra chiedevano l’intervento militare. Questo non giustifica assolutamente la guerra preventiva, non è ammissibile esportare la democrazia ma bisogna sostenere le forze di opposizione locali. Solo di fronte allo sterminio di queste forze, agli olocausti, bisogna intervenire.

Lei infatti era favorevole all’intervento militare in Bosnia e Kosovo.
Sì, ma in quell’occasione la sinistra ha fatto un grave errore. Doveva creare una campagna di discussione, vivere quella scelta con i militanti, difendendo le ragioni di un intervento che per noi era un fatto nuovo.

Torniamo ad oggi. La commissione Difesa al Senato ha approvato il disegno di legge di An che riconosce come legittimi belligeranti i repubblichini di Salò. Ma secondo lei tutti i morti sono uguali?
I repubblichini collaboravano con l’esercito nemico. Non è possibile accomunare quelli furono combattenti utilizzati non per sconfiggere il nemico ma per reprimere i partigiani in montagna e in città.

Un altro tentativo revisionista?
Stiamo arrivando a forme di revisionismo che plagiano fortemente l’opinione pubblica. Penso ai libri di scuola, e in questo periodo soprattutto ai giornali. Dobbiamo denunciare la campagna contro il 60° anniversario che stanno facendo alcuni quotidiani, per esempio il Corriere della Sera, con echi di revisionismo inaccettabili. Questo centrodestra si presenta come democratico-liberale ma in realtà hanno dentro di loro un ostacolo insormontabile.
Quale?
La loro posizione restauratrice rispetto ai valori fondanti della Costituzione.

Che intanto stanno riscrivendo...
La stanno attaccando sotto tutti i fronti. Io non credo che la loro riforma passerà, nonostante gli atti contro chi cerca di difendere questo strumento di democrazia.

Ma questa Costituzione ha veramente bisogno di essere “rimodernata” e in che punti?
C’è bisogno di qualche modifica. Nella precedente legislatura si è tentato di farlo, per esempio nell’articolo 5, ma con risultati discutibili. Si può e si deve lavorare per una vera unità federale. Per esempio nell’educazione, la sanità, la previdenza. La Repubblica italiana deve rispondere solidarmente a questi bisogni senza che ognuno decida le proprie peculiarità.

Giulio Andreotti denuncia dalle pagine de l’Unità che questa riforma Costituzionale è pericolosa e oltre a fermare l’iter bisogna chiamare a consulto le Università, i magistrati, il Cnel. Che contributo potrebbe dare il Consiglio nazionale di cui lei è membro?
Tutte le strutture assembleari possono dare un contributo importante. Ma in questo momento devono aiutare l’Anpi a tenere vivo il ricordo della Resistenza per arrivare ad una mobilitazione di tutti i democratici nel 60°anniversario. Per creare una testimonianza, e aiutare il valore democratico che è in pericolo.

 Pierangelo Indolfi    - 07-09-2004
da l'Unità

07.09.2004
Anpi la nostra battaglia
di Piero Fassino

Caro Arrigo Boldrini,
ricevi i più sinceri auguri miei e di tutti i Democratici di Sinistra per il tuo ottantanovesimo compleanno.
Auguri che assumono oggi un significato particolare alla vigilia del 60° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo e nel momento in cui questo governo, con il varo della nuova finanziaria, si prepara a tagliare i fondi all’Associazione Nazionale Partigiani Italiani e alle organizzazioni della Resistenza, confermando così l’inaccettabile arroganza di chi vuole rimuovere dalla storia dell’Italia i valori e i principi della Resistenza su cui sono fondate la nostra Repubblica e la Costituzione.
In questo particolare momento, che vede il mondo sconvolto da terrorismo, violenza, guerre e dal loro atroce carico di dolore e angoscia, è necessario più che mai coltivare la memoria, perché nessuno sia dimenticato, nulla sia rimosso e quel che ieri ha funestato l’Europa e il mondo non accada mai più. Di fronte a chi vorrebbe stendere una coltre di silenzio sulla storia dobbiamo avere la forza di riuscire a tramandare alle nuove generazioni l’eredità della Resistenza.
L’esercizio della memoria è il miglior modo per consentire ai giovani, attraverso la conoscenza del passato, di capire quanto accade oggi ed evitare così che abbiano a ripetersi ancora una volta i tragici errori che sconvolsero la vita dei nostri padri.
Per questi motivi, caro Arrigo, ti assicuro che ci impegneremo con tutte le nostre forze per impedire la riduzione dei fondi necessari all’Anpi e alle organizzazioni della Resistenza per proseguire nelle loro attività e nell’opera preziosa di accurata indagine storica e storiografica. E ci impegneremo affinché il 60° anniversario della Liberazione sia celebrato dall’Italia e dalle sue istituzioni nel modo più alto e più degno.
Ci aspetta una difficile battaglia, ma al fianco del Comandante Bulow siamo pronti a condurla fino in fondo.
Ti saluto con grande affetto e ti rinnovo tutta la nostra amicizia.
Un abbraccio forte,