La scuola e le religioni
Luciano Zatta - 26-08-2004

Nelle scorse settimane i mezzi di informazione hanno riservato un ampio spazio all’esame di un progetto didattico elaborato dal CISEM e dal liceo statale milanese G. Agnesi. L’iniziativa prevedeva la costituzione di una classe prima formata esclusivamente da studenti di religione islamica e recepiva la richiesta di alcune famiglie egiziane. Il Ministero dell’Istruzione, con un provvedimento adottato il 13 luglio, ha annullato il progetto, in quanto esso contrasta con la nostra Costituzione.
La soluzione del “caso Agnesi” non deve però indurci a ritenere di aver individuato la risposta definitiva alle richieste avanzate da famiglie islamiche, e soprattutto non deve farci credere che la scuola italiana sia ormai in grado di favorire la piena integrazione degli alunni stranieri. Certo, la scuola si sta impegnando a rimuovere gli ostacoli linguistici e culturali all’integrazione, ma a mio avviso questo prezioso lavoro rischia di essere compromesso dall’ordinamento che regola una materia “sui generis”: l’insegnamento della religione cattolica.
L’Accordo tra la Repubblica italiana e la Santa Sede firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modifiche al Concordato lateranense dell’11 febbraio 1929, stabilisce che : “Nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori, è garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica”.
Nella fase di applicazione di questo punto dell’Accordo è stato stabilito che gli studenti, nel caso in cui non intendano avvalersi, all’inizio di ciascun anno scolastico devono segnalare se intendono seguire l’ora di una materia alternativa individuata dall’istituto nel quale si iscrivono oppure se preferiscono destinare quell’ora allo studio individuale.
A distanza di vent’anni, il bilancio relativo all’applicazione di questo punto dell’Accordo è, a mio avviso, totalmente negativo. Fondo tale valutazione sulla mia esperienza, ormai quasi ventennale, di docente di lettere in un liceo scientifico statale; in questa veste ho avuto modo di osservare da un lato il progressivo svuotamento di senso dell’ora di religione, percepita come una materia di “serie B”, e dall’altro lato la riduzione dell’ora alternativa a ora vuota. Oggi gli alunni che in numero sempre crescente chiedono di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica optano per lo studio individuale, e spesso sono riuniti nella biblioteca di istituto da dirigenti scolastici costretti ai salti mortali per assicurare la sorveglianza.
A chi giova questa situazione? Perché la Chiesa cattolica assiste impassibile al progressivo svuotamento delle aule scolastiche nel momento in cui entra in classe il docente di religione? ( Nelle scuole superiori milanesi ammonta a più del 50% il numero degli studenti che non si avvale e si tratta di una media, perché nelle ultime classi la percentuale può arrivare all’80%.) Perché i politici non valutano l’aderenza ai tempi di accordi che sono il frutto di una lontana stagione politica e culturale? Perché il Ministro dell’Istruzione non prende atto che la normativa riguardante l’insegnamento della religione cattolica è, di fatto, strumento di separazione tra gli studenti? Perché le Organizzazioni sindacali non reclamano per i docenti di religione uno stato giuridico che contempli diritti e doveri in tutto e per tutto equivalenti a quelli di tutti gli altri docenti? Perché i docenti tutti non sollevano pubblicamente la questione della preoccupante ignoranza dei giovani (e non solo) su fondamentali aspetti della cultura religiosa?
Per superare questo preoccupante stallo, credo sia giunto il tempo di sostituire l’insegnamento della religione cattolica con un insegnamento incentrato sulle religioni, sui rapporti che esse hanno con le culture di cui sono parte integrante, sulle risposte che esse offrono alle questioni di fondo dell’esistenza umana. Il nuovo insegnamento, proprio perché rivestirebbe per tutti gli studenti una grande rilevanza sotto il profilo non solo culturale ma anche formativo, dovrebbe essere obbligatorio, dovrebbe essere soggetto a criteri di valutazione del tutto equivalenti a quelli delle altre materie, dovrebbe quindi essere annoverato tra le materie previste per gli esami finali.
I docenti della nuova materia dovrebbero essere selezionati e valutati con gli stessi criteri che valgono per tutti gli altri docenti e dovrebbe essere cancellata ogni forma di controllo da parte di qualsiasi Autorità religiosa, il cui contributo dovrebbe invece orientarsi sulla formazione e sull’aggiornamento dei docenti del nuovo insegnamento. Si stabilirebbe così in questo campo quella separazione tra lo Stato e le Autorità religiose che garantirebbe la piena laicità della scuola italiana. Oggi invece, in virtù di quanto stabilito dal Concordato modificato nel 1984 e da una recentissima legge del 2003 , è l’autorità ecclesiastica a riconoscere e a revocare l’idoneità all’insegnamento dei docenti di religione cattolica, il cui stato giuridico non è quindi pienamente compatibile con una effettiva e piena laicità della scuola.
Sarebbe importante che in occasione della grande assemblea interreligiosa in programma a Milano dal 5 al 7 settembre, promossa dalla comunità di Sant’Egidio e significativamente intitolata “Religioni e culture, il coraggio di un nuovo umanesimo”, la voce dei rappresentanti della Chiesa cattolica, in primo luogo del Cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi, non si limitasse a sostenere il valore del dialogo e del confronto tra le diverse religioni, ma proponesse almeno per la scuola italiana una concreta opportunità di sperimentare quel dialogo e quel confronto, come credo sia quella che ho cercato di illustrare nel mio intervento.



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