breve di cronaca
Perché restiamo?
Il Manifesto - 24-08-2004
Il reporter italiano in Iraq è scomparso. Il suo autista è stato sicuramente ucciso e ciò induce a pensare al peggio. E prima ci sono stati i carabinieri uccisi o feriti, costretti a ritirarsi fuori della città di Nassiriya. La situazione è pessima e voglio ricordare che giovedì sera in una trasmissione televisiva, in collegamento con Nassiriya non ho resistito alla tentazione di chiedere al capitano Ettore Sarli, portavoce ufficiale delle nostre truppe, «Ma perché continuate a restare a Nassiriya con la sola funzione di fare da bersaglio a tutti gli irakeni che hanno voglia di sparare?». Il capitano Sarli, ovviamente, ma con molta gentilezza, mi ha risposto che sbagliavo, che loro sono soldati professionisti e fanno cose buone e utili.

Sono rimasto delle mie idee e ho replicato che non capivo perché allora ci sia il bisogno di mandare carri armati pesanti e uno straordinario coccodrillo corazzato e anfibio, che può attraversare l'Eufrate e sorprendere quelli che ci aspettano sui ponti.

L'interrogativo, «ma che ci stiamo a fare», però non è solo mio. E non è solo mio perché la guerra in Iraq sembra diventata una guerra senza fine. In Italia anche Cossiga e Intini hanno manifestato il loro dissenso e il 27 di agosto il governo dovrà pur dire qualcosa sulla nostra inutile (autolesionista) permanenza in Iraq.

Il convincimento comune di molti non pacifisti è che le guerre si possono anche fare, non con i piedi, ma con la testa, almeno con un po' di testa. Proprio ieri Edward Luttwak, che proprio pacifista non è, in una intervista a l'Unità, dice che questa guerra è stata impostata al peggio. «Dopo le elezioni, che vinca Bush o vinca Kerry, gli Stati uniti non avranno altra scelta che perseguire la tattica del disimpegno in Iraq; gli americani sono sulla soglia dei mille soldati morti. Viene da chiedersi, ma noi italiani, che questa guerra non l'abbiamo promossa, dovremo restare impegnati fino a quando gli Usa non si disimpegneranno?

La risposta la dà sempre Luttwak: Berlusconi, seguendo la strada apertagli da D'Alema con l'intervento in Kosovo, ci ha marciato alla grande, con il risultato di diventare il beniamino di Bush. Grande successo. Ma Luttwak conclude: «La situazione degli italiani in Iraq è la stessa di chi prenota una vacanza ai Caraibi, finisce in una topaia d'albergo in una settimana di pioggia infame, ma vince al casinò». La vittoria sarebbe quella di essere diventati i favoriti di Bush: esultanza.

La settimana prossima, il 27 di agosto, il governo dovrebbe chiarire le sue intenzioni: con tutta probabilità traccheggerà, dirà e non dirà, qualcuno ricorrerà anche al latino del pacta sunt servanda. Le opposizioni, che tanto parlano di programma comune, fermandosi solo al titolo, avrebbero l'occasione di esistere come forza unitaria, almeno per un giorno, e dire: facciamo tornare a casa i nostri concittadini soldati. Aspettare qualche altro morto sarebbe piuttosto criminale e soprattutto inutile.

VALENTINO PARLATO

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