8 agosto 1945: la BOMBA cambiò tutto......
Rolando A. Borzetti - 08-08-2004
Segnalo: l'8 Agosto 1945, per me era quella la data!


Dopo la bomba, di Rossana Rossanda, il Manifesto, 1 agosto 1995


Nei molti bilanci delle idee del secolo non trovo come crinale lo sganciamento delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Non in Steiner, non in Furet e nei molti necrologi dei comunismo. Neppure ne Il secolo breve di Hosbawm, che pure le ricorda. Non è una rimozione? Ricordo l'8 agosto 1945, quella per me è la data. La notizia arrivò forse il 7, ma dilagò quel giorno. Era un segno di vittoria; eppure ci fu una sospensione, un movimento di riduzione, un ritrarsi. Era una bomba speciale, ma quanto speciale? Non lo sapemmo subito. Che voleva dire due città rase al suolo, ma diversamente da Coventry, Dresda o Berlino? Neanche gli americani sapevano la devastazione che avrebbe prodotto. Eppure, dopo quella guerra, in Italia raddoppiata dalla guerra civile, credevamo di aver veduto tutto; avevamo una tale nausea di morte che ci sentivamo più convalescenti che felici. Contavamo i nostri morti, sapevamo vagamente di quelli altrui. Di morte eravamo come avvelenati. E poi, perché quella bomba adesso? Per noi la guerra era finita il 25 aprile, in Germania il 2 maggio con la bandiera rossa sul Reichstag ‑ le date ufficiali non sono le stesse della memoria collettiva. L'Asse non esisteva più, il Giappone era parte dell'Asse, era finito, questioni di settimane. Ignoravamo di avergli testé dichiarato guerra (io lo apprendo ora, dalla RAI, e da un signore che mi informa come Tokyo fosse l'ultima a «difendere l'onore dell'Asse») e se lo avessimo saputo ci avrebbe fatto ridere. L'Italia era mezza morta, raccoglievamo i cocci, c'era tutto da rimettere in piedi, le nostre esistenze incluse.

Così la bomba su Hiroshima ci lasciò senza fiato. Ne capimmo lentamente la magnitudine, la catastrofe, non ne capimmo il senso, quel che capimmo a poco a poco ci ammutolì. La guerra finiva, la distruzione no. Nei mesi successivi, quel fungo mostruoso continuò a implodere nei corpi, nei luoghi; la radioattività entrò nel nostro lessico. Quella non immaginata distruzione era stata compiuta in più dalla nostra parte. Avevamo trovato oscena la parola fascista "coventrizzare", non sapevamo ancora di Dresda. L'atomica era impensata. Ma l'impensabile che si verifica diventa pensato per sempre, possibile e riproducibile. La pace cominciava con una distruzione immane. Era una pace ambigua. Poco dopo ci saremmo sentiti in guerra fredda, non ricordo chi per primo la chiamò così. Ma in meno di due anni l'avevamo in casa.



In quella stessa strana estate arrivarono le immagini dei campi di sterminio. Credo che le prime venissero dalla quinta armata di Eisenhower: anch'esse ci ammutolirono. Avevamo veduto tanti morti, conoscevamo i fronti di guerra, avevamo alle spalle l'incontrollabile rotta dell'Armir nel gelo delle pianure russe, avevamo veduto i corpi dei fucilati o impiccati dai tedeschi, tenuti per strada per qualche giorno, sorvegliati dalle sentinelle avanti e indietro, perché ne fossimo avvisati. Erano corpi come abbandonati, dislocati in un sonno a occhi aperti, il volto fisso sul cielo o sul selciato. Non avevamo conosciuto quella morte a pacchi, quella gigantesca discarica di cadaveri scarniti, già senza più lineamenti. La prima guerra mondiale era stata una macelleria e noi pensavamo ancora in quei termini, erano anche quelli che ci avevano consegnato libri, gli espressionisti, Otto Dix, poi Picasso con Guernica. Solo Guernica tiene testa a quel che apprendemmo l'estate del 1945. Hiroshima e Nagasaki stavano a Coventry come quelle vagonate di cadaveri dei campi alle membra stanche e al volto fisso e riconoscibile dei compagni rimasti agli angoli delle strade. Atomica e campi non si contrapposero, si sommarono. A due mesi dalla pace, eravamo iniziati a una dimensione della guerra che non stava nella nostra mente.



Fatico a mettere a punto che cosa fosse per me, prima, il limite della distruzione. Sapevo che la guerra non risparmiava le popolazioni civili, ma per lungo tempo era sembrata una sbavatura, un eccesso. Poi l'ultima guerra aveva colpito "anche" i civili. La bomba su Hiroshima colpiva "soltanto" loro. Il Giappone aveva colpe orrende e non le ha mai riconosciute; tuttavia, vedendo le immagini di quei giorni, mi par di capire l'impossibilità, per quelli che sfuggirono e vagarono in cerca di una città irriconoscibile, di piegare le ginocchia davanti al mondo, come fece Willy Brandt. Non so se ad ammutolirci fosse la quantità delle vittime. Furono forse 130.000, ma già ne contavamo in guerra decine di milioni. Né il dolore, il dolore altrui è una razionalizzazione. Fu, credo, l'impossibilità di raffigurarci quell'evento. Il volare in polvere in una vampata, il bagliore accecante, poi l'oscurità e il silenzio. Abbiamo nuovamente sentito in questi giorni il racconto dei sopravvissuti, per decenni a parte dagli altri, come infetti. Ascoltiamo ma non sentiamo. Non si può, forse è vitale non potere. Ci sono zone dove non si va. Anche alcuni di loro dicono: perché parlarne? Non avverrà più, come dire: quasi non è avvenuto. E ci colpì che la nostra parte avesse usato la bomba. L'atomica americana doveva venire prima di quella di Hitler. Fu accelerata, ci si misero i migliori. Si doveva? Fin dove si può arrivare nello sterminio per salvarsi dallo sterminio? Se lo chiesero gli scienziati, ma non ci hanno lasciato molte risposte. Più tardi vedemmo con un sorriso Il dottor Stranamore, perché era un pericoloso deficiente. Ma la bomba non la costruirono dei deficienti; non furono dei pazzi a farla sganciare su Hiroshima e Nagasaki. Se fosse stata pronta nell'inverno del 1944, sarebbe stata gettata su Berlino? Nel chiedermelo mi par di avvicinare la dimensione di quell'orrore. Un orrore da perpetrare lontano, non fra noi, su "altri". Forse sbaglio.



Dovemmo prendere atto che la guerra poteva essere distruzione assoluta. Messa a rischio della vita sulla Terra. E che questo diventava uno strumento della politica. Non era stato nel conto, prima. Chi è nato dopo l'ha nel conto. L'ha trovato nel suo orizzonte. Per questo non ci capiamo: la gente come me è quella del prima e del dopo. Credo che mio padre e mia madre siano morti giovani perché il carico della prima e della seconda guerra mondiale non era umanamente portabile. Credo che per questo oggi la distruzione ci abita con tanta leggerezza e i ragazzini si dilettano al computer in wargame che non somigliano al gioco degli indiani.

Non credo che sia un frutto obbligato della tecnica. Questa è la tesi del grande pensiero di destra e nichilista, ripresa da Heidegger, e vedo che torna a rifletterci su «la Repubblica» Umberto Galimberti. Credo che la tecnica abbia sempre seguito la decisione o il bisogno di distruggere. Da quando gli uomini hanno scoperto la techne, prima della storia, le armi sono state il prodotto più avanzato e si sono tirate dietro manufatti, merci, tecnologia, scienza. La guerra non è la continuazione della politica, viene prima e ne è un sostituto. In quel concetto ormai informe che chiamiamo "modernità" stava l'idea che potessimo costituirci in patti vivibili, scommettere sulla libertà come fondatrice di un ethos, di un'economia di sé e delle cose. La seconda guerra mondiale nacque da molti interessi, ma anzitutto da una violazione a monte del patto dei moderni ‑ l'arcaico fantasma di dominio del Terzo Reich come risposta alla crisi e paura di un comunismo possibile. La natura estrema della posta ha spinto a tecniche estreme di distruzione. Gli ebrei non furono mandati ad Auschwitz perché esisteva lo Zyklon B, furono gasati perché erano troppi ad Auschwitz. Il comandante del campo, Hiss, ha raccontato come andò. In altre forme la soluzione finale prendeva troppo tempo. In Uomini semplici un giovane storico americano che lavora sugli archivi tedeschi racconta come le prime esecuzioni degli ebrei deportati dai villaggi polacchi fossero compiute non da SS ma da anziani riservisti ognuno dei quali doveva prelevare un ebreo per volta, spingerlo fino alla fossa e sparargli alla nuca. Ci metteva qualche minuto, lo vedeva in viso, e sangue e cervello spappolato gli schizzavano addosso. Bisognò cambiare sistema. Bisogna ammazzare in fretta gente anonima o resa tale. Tale è sempre il nemico nelle guerre moderne. Ma certo le camere a gas e la bomba sganciata dall'Enola Gay furono un gran passo avanti. Dopo, la bomba H avrebbe superato in virtualità tutt'e due.

Le generazioni dopo la mia hanno visto questo paesaggio quando levavano il capo dalle private faccende. La pace è stata per loro sinonimo di equilibrio del terrore. Quando è finito, non è stato per un disarmo bilaterale che della pace poteva essere una prima, modesta imitazione, ma per il crollo dell'URSS, come se la fine del pericolo di guerra fosse legata alla fine del simbolo, suo malgrado, d'una società altra. Fine per noi, si intende: per gli altri le guerre restano, anzi le alimentiamo.

Anche l'immaginario è segnato dal trascolorare dei conflitti in distruzione totale di nemici senza volto, o anche zero nemici ma distruzione come senso ultimo dell'esperienza. Non vediamo con interesse se non fiction di morte. Le ramificazioni del vivere non esercitano la stessa attrazione, e il "bene" ci imbarazza, ci annoia, sa di perbenismo, è melassa. Uscendo da Usual suspects, come l'anno scorso da Natural born killer, ma anche dalla più innocente Arma letale, mi dico che forse prima del '45 non ci sarebbero state. E non per insufficienza tecnica.


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