breve di cronaca
L' eterna promessa della riforma
Repubblica - 10-08-2004
NICOLA ROSSI

Caro direttore, che cosa può spingere qualcuno a suggerire oggi di non immaginare l' abrogazione della riforma appena varata? Il fatto che questa sia "meglio di niente"? No. è bene ribadire che quella voluta dal ministro Maroni è una riforma mal pensata e ancor peggio scritta. Il che, per inciso, dovrebbe suggerire al centrosinistra italiano di non dimenticare per il futuro un semplice principio: mai lasciare che la destra faccia ciò che il centrosinistra potrebbe e dovrebbe fare. Se dunque la riforma è, oggettivamente, una cattiva riforma perché tenersela? La risposta è semplice. Questo nostro paese sta perdendo ogni punto di riferimento. Tre anni sono stati più che sufficienti a iniettare nella società italiana dosi massicce d' incertezza e insicurezza che si sono rapidamente trasformate in sfiducia e staticità. In questo quadro, se si potesse condensare in due parole il messaggio che il centrosinistra dovrebbe inviare al Paese queste sarebbero: rassicurazione e promozione. E non si rassicura promettendo il quinto tentativo di riforma previdenziale (o la terza riforma fiscale in dieci anni, per fare un secondo esempio). Quale sarebbe la nuova riforma del centrosinistra (o qualcuno realisticamente pensa che ci si potrebbe limitare ad abrogare quella in vigore)? Chi ne sarebbe colpito e chi no? Quando entrerebbe in vigore? Si rassicura, invece, dando certezze. Non solo in negativo. Ma anche in positivo. Ponendo le pensioni dei lavoratori flessibili e la riforma degli ammortizzatori sociali in cima all' agenda del prossimo Governo ma anche chiarendo agli italiani che potranno contare su una scuola pubblica capace di creare dei cittadini e di ridistribuire veramente le opportunità. Che potranno contare su una sanità pubblica efficiente e omogenea sul territorio. Parliamoci chiaro, tutto questo costerà. Il solo debito sommerso della sanità non è lontano dall' importo della prossima manovra settembrina. E le tendenze demografiche comportano costi crescenti per la sanità (solo in parte compensati da una tendenziale riduzione della popolazione scolastica). Garantire alle voci di cui sopra le risorse di cui avranno bisogno dopo aver attaccato gli sprechi che ancora perdurano sarà la maniera per riequilibrare la nostra spesa sociale e per ricostruire l' insieme dei punti di riferimento della società italiana. Ma rassicurare non basta. Servirà - anche per garantire gli equilibri di bilancio - restituire al Paese la voglia di muoversi. Ampliando, laddove possibile, il campo di operatività del mercato. Facendo della tutela della concorrenza un punto irrinunciabile (e quindi, su questo non dovrebbero esserci dubbi di sorta, abrogando la Gasparri e riscrivendo le norme sul conflitto d' interessi). Promuovendo il merito. Nelle università, nel sistema della ricerca, nella scuola, nella pubblica amministrazione. Non per introdurre la "competizione selvaggia" di cui molti parlano ma per incrinare quegli equilibri sociali, economici, generazionali che sono spesso il principale freno alla capacità di movimento di questo nostro Paese e alla sua mobilità sociale.


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