Antigone
Annalisa Rossi - 19-06-2004

Antigone, figlia di Edipo, è una principessa tebana: una donna giovane, sensibile, vitale; che ama corrisposta, il nobile Emone.
Davanti a lei, si apre un futuro ricco di felicità.
Eppure, rinuncia a tutto questo: pur di restare fedele ai propri valori, non cede ai cinici compromessi dettati dalla "ragion di stato" e sfida - a costo della vita - la legge amorale della sua città legge che le impone di non dar sepoltura al fratello Polinice, certo colpevole d'aver assediato la città di Tebe, ma - agli occhi di Antigone - pur sempre un uomo e suo fratello.
Antigone ora è diventata una ragazza di Nassyria, condannata per lo stesso motivo: per aver cercato la pietà nella logica della guerra.




Il muro di calce della prigione di Nassyria non impedisce al calore d’ entrare.
Là, nell’angolo, in mezzo ai ratti che cercano morsi di anima, GIACI, Antigone, velata di nero, le mani rapprese nell’estrema preghiera.
Ti schiaccia il dolore.
L’ayatollah ha decretato che dovrai morire per mano degli stessi amici di gioco, i bambini che con te esplorarono per la prima volta la vita.
Hai raccolto trai morti il cadavere di quel tuo fratello traditore e aggressore, nemico d’Allah.
“CHE GIACCIA IL SUO CADAVERE DISFATTO DALL’IRA DI DIO IN MEZZO ALLA PUZZA DI QUESTA GUERRACLOACA”
Hai urlato, Antigone, fiera in mezzo alle ombre della moschea, che mai, MAI, lo avresti permesso: nessuna legge può annullare né la memoria, né l’amore.
Hai raccolto i tuoi veli da sola.
Hai parlato con Lui, il tuo sposo promesso dal solito muro, coperto dal fico, dove, da quando sei donna, Lui viene ogni sera, soltanto per te.
Non ti ha maledetto, non ti ha detestato, malgrado l’immagine avversa che hai tracciato del tuo piano.
Né ha pianto o tremato di fronte alla certezza che andavi dispiegando, per non accettare le variabili del sistema di violenze, le lotte di sempre di un mondo che non possiede ricordi o rispetto per l’uomo: un mondo capace soltanto di gettarsi via nell’ansia di guerra. Un mondo che non ti appartiene.
Tu non hai mai saputo che pensare di te.
Il velo t’ha coperto da quando sei ragazza.
Non ci sono specchi nelle stanze delle donne.
La legge di Dio vieta ogni contatto con l’aspetto che hai.
E’ la legge d’Allah.
Da sempre hai sentito di far parte di una costellazione immaginaria dove i saperi si confondono insieme alle tue certezze.
Tuo padre, Edipo, non può proteggerti ora. Non è riuscito nemmeno a protegger se stesso dal suo destino.
Molte rotte e cammini solcarono questa estate di guerra.
Non accettasti la legge.
Di notte, senza temere né ladri né cani randagi, cercasti il cadavere di Polinice.
Fu un angelo grigio il mulo su cui caricasti quella parodia d’uomo dalla sabbia dorata.
Una luna americana si profilò nel cielo traditore, mostrandoti il pianto e il riso di quel bambino che Polinice fu, privato troppo presto di futuro e passato, come te e Ismene, più piccola ancora.
Eteocle, invece, fu accolto tra i grandi, i barbuti. Crebbe disprezzando se stesso e rinnegando voi e la colpa di tutti.
Ti guardi le gambe bianche sotto la veste nera, tornite e nervose, da cavalla araba d’alto lignaggio.
Con te, Edipo, tuo padre, commise la colpa più grossa: t’insegnò il percorso delle stelle di notte, t’insegnò la speranza, ti legò ad una memoria d’orizzonti non assimilabili.
Quale luna malata, nella notte del furto, irradiando, ha trasudato la sostanza oleosa in cui t’invischiasti, trascinando il tuo mulo al di là della siepe, del muro, del fico?
La tua giovane anima ribelle piangeva, fragile e ferita in mezzo ai grappoli luminosi delle solite bombe in quella notte normale, a Nassyria.
Lo hai allora lavato con acqua profumata di fumo.
Gli hai pettinato i riccioli belli: lui, il fratello orgoglioso, quello che, però, ti cercava alla notte, sognando tua madre.
Gli hai chiuso gli occhi sbarrati nell’impellente ultima impressione del mondo.
Hai composto le sue membra disfatte confuse e piegate, strettamente vicine. Quando arrivava correndo da te, grattugiato dai sassi o bluastro dai colpi lo accoglievi così, tenendogli strette le mani e baciandogli gli occhi.
L’uccello dal corto volo dritto al di là delle sbarre t’annuncia che gli uomini stanno venendo, le mani piene dei sassi d’Allah.
Non t’importa.
Hai un guanto d’argento e uno di seta per coprirti la faccia.
Morirai - fiume che ha lavato l’odio, travolgendo le sponde, scuri limiti d’una legge divina.
La legge divina non condanna la guerra? Già la morte ci ammazza di qualunque colore, di qualunque villaggio.
Alléluia! Alléluia! De profundis clamavi te, Domine!
Il cielo è solo e desolato.
Polinice sepolto e pulito
Il gemito di zafferano, che porta i passi dei nuovi soldati, canta la sepoltura e la pietà d’una donna.
Dal cranio aperto da un ciottolo acuto, dal cranio d’Antigone, morta ammazzata da una morte deserta, stanotte, sono uscite bianche colombe di pace sulla terra d’Iraq.

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