I fili spezzati
Giuseppe Aragno - 18-06-2004

Dopo sai qualcosa di te, solo dopo che è accaduto davvero tutto. E molto ti pare di averlo sognato.
Dopo sai che un giorno qualunque e banale della tua storia è parte della storia di tutti, e che numerosi altri giorni, quelli che ti erano apparsi lucenti, sono opachi.
Dopo cosa?
Dopo che tutto il tuo passato si è fatto il presente: figlio di eventi di un altro presente, la storia si dice – futuro di generazioni lontane, presente che tu non conosci – figlio del caso, dell’accidente, delle scelte degli altri, talvolta di ciò che hai pensato di volere. Il presente consentito dal passato tuo profondo, dal grumo incapsulato di ciò che hai decolorato nel tempo ignoto della tua vita, che hai confinato negli incubi notturni e nelle cancellature della memoria, che medicano ferite entro la tua testa e mettono maschere ai fantasmi della tua vita.
Dopo che tutto hai vissuto istante per istante, senza sapere quasi mai mettere assieme i mille frammenti del tempo tuo, i molti giorni slegati tra loro, per coglierne la complessità, dopo, solo dopo che ogni cosa, da futuro ch’è stata s’è fatta passato, solo dopo sai un poco di te. Di te come ti hanno conciato, di te come ti sei ridotto, di te come non sembri e sei. Di te come non vuoi, ma appari.
Uno separato dall’altro, i brani di tempo che vivi non hanno un significato particolare e soprattutto non sembrano mai legarsi davvero l’uno con l’altro.

Così, tornando da Cava dei Tirreni ch’era quasi giorno, l’andirivieni di mia madre ancora lì nel suo mondo affumicato, non sembrava avere alcun nesso con la strada appena fatta di corsa e con quella di una notte lontana, di corsa ancora, una donna e un bambino, fino al buco nero che si apriva nella mente d’una donna. Mia madre persa per sé, sempre più difficile da ritrovare per me. Eppure, che io lo sapessi o no – e non sono in grado di dire se davvero non ne avessi il sospetto – il buco nero che aveva risucchiato al fondo d’una spirale il senso della sua vita apriva da tempo coni d’ombra agghiaccianti nella mia coscienza.
Due diverse corse, verso un solo traguardo.

Quel mattino l’invito ad un concorso per il quale non avevo fatto domanda di partecipazione fecero a mia insaputa di me un insegnante. Era solo questione di tempo e, d’altro canto, a mia insaputa ero stato ricondotto a scuola da studente.
Certo avrei potuto dire di no tutt’e due le volte. Ma è così: sai di te solo dopo ch’è stato.
La forza dell’inerzia, che fa spesso da binario a un’esistenza, mi condusse al concorso e talune qualità che, al bilancio finale, possono pesare più di mille difetti fecero il resto.
- Alla prova scritta ha incantato!
Così letteralmente mi disse poi un commissario d’esami filosofo, che amava Wittgenstein ma faceva italiano, stravedeva per Proust, sapeva a memoria Sanguineti e metteva in soggezione i colleghi con questa sua scienza variegata, che sospettai messa insieme alla rinfusa per certe sbavature logiche e la difficoltà nell’esser chiaro. Era un botolino pelato e frenetico, che ostentava una anacronistica cravatta a farfalla, portata con la sicurezza di chi sa di non avere nulla da perdere in fatto di stile e affida alla finzione d’un estremo snobismo la speranza segreta di farsi perdonare. Sotto le lenti tonde, che mi fecero pensare a Nenni fuoruscito, gli occhi cerulei esaltavano la fronte troppo ampia e aggrottata e il viso mal rasato era un campionario inesauribile di cenni d’intesa; non saprò mai perché quell’uomo volle a tutti i costi dare alla mia vita un futuro da insegnante. So che ci riuscì, annuendo alle mie osservazioni banali su questioni di pedagogia di cui non conosco che nomi, raddrizzando la montatura storta sul naso aquilino e facendo larghi cenni ai colleghi, se ne indovinavo qualcuna di più acuta sull’arte dello scrivere e sulla storia.
Volle e riuscì, il filosofo, persino quando un irritato e segaligno commissario di storia per fargli dispetto prese a tormentarmi con una petulanza provocatoria, pretendendo che gli dicessi nome e cognome di “noti garibaldini”. Era già nato un piccolo screzio, dopo che lo spilungone, che stentava a tenere le lunghe gambe piegate sotto la cattedra, aveva tenuto a correggermi quando avevo accennato alla spedizione dei mille:
- Mille e ventisette. Glielo assicuro – aveva sibilato stringendo occhi da cinese che gli davano un’aria inquisitoria.
Il filosofo aveva dato segni di insofferenza, ma io me n’ero stato calmo. Per me, che alla storia già pensavo come a ricerca in archivio, quella estrema precisione poteva sembrare anche giusta.
- Li avrà studiati tutti - pensavo tra me, facendo appello alla memoria che non ho mai avuto eccellente - magari esiste un elenco, un qualche registro degli arruolamenti… Ma si contenterà di quelli famosissimi… Bixio, Nievo, Abba… Carlo e Benedetto Cairoli, Crispi…
Infilavo un nome dietro l’altro, ma il commissario cinese mi guardava inespressivo, gli occhi taglienti sempre più stretti. Voleva ancora nomi, ed io chiamavo a raccolta la pazienza. Un sorriso stentato mi apparve sul volto mentre mi sforzavo di ricordare:
- Baratieri – dissi in un soffio – Fanelli…
L’ultimo lo pronunciai pianissimo e aggiunsi gelidamente: - morto pazzo, lo saprà di certo. Grande amico di Bakunin.
Il filosofo, che doveva aver messo in gioco la dignità di esperto di scienza della valutazione, fece segno che poteva bastare. Gli altri esaminatori parlavano tra loro, decisi a non immischiarsi e il commissario insistette, indecifrabile: qualche altro lo saprà!
- Non famosissimo – replicai stavolta, perché tutti ascoltassero, mentre facevo nome e cognome quasi sillabando – Giuseppe Aragno.
Lo conoscerà.

Esitò, come scorresse mentalmente un suo elenco, poi ebbe come un lampo:
- Che fa, prende in giro?
La replica fu calma, ma inoppugnabile.
- Il mio bisnonno. Garibaldino a Calatafimi.
Il filosofo scelse il tempo giusto e impedì la reazione:
- Passiamo a matematica!

Non avrei voluto passare l’esame. Non avrei voluto insegnare e pensai che avrei trovato al più presto altre vie.
Ho avuto con me tantissimi ragazzi. Qualcuno oggi è uomo fatto. Uno sconta un ergastolo per rapina e omicidio, un altro l’ho lasciato a terra, stroncato a vent’anni da un colpo alla nuca per questioni di droga. Ne ho avuti tanti. Sono una folla di cognomi e nomi, di volti che non esistono più, sono un interminabile elenco di errori commessi e di lezioni apprese. Sono fuori dal tempo, si confondono con me stesso, con i miei compagni di scuola, sono una parte della mia vita per la quale ho lottato, ho penato, ho gioito. Ho dato e mi hanno dato, ma sono stati la fonte di una intollerabile contraddizione. A fatica ho imparato ad insegnare come si possa amare una cosa che tuttavia si odia.
Non avrei voluto passare l’esame. A mia madre, che percorreva il suo mondo nelle nuvole di fumo di sigarette infinite, non l’ho mai detto. Ho avuto sempre nei confronti del suo rifiuto di continuare a vivere un rispetto irrazionale, ho nutrito la convinzione che fosse una sua interpretazione teatrale della vita, la finzione scenica d’una attrice che lavora fuori dal palcoscenico, l’odio estremo d’un amore tradito che non ha saputo perdonare. Ancora oggi, che conosco fino in fondo il gelo della depressione, non so dire dove inizi la finzione e dove cominci la realtà.
A Cava dei Tirreni non tornai mai più e armi non accettai di prenderne, nemmeno quando a molti sembrò che non ci fosse scelta. Più e più volte, però, sfogliai quell’album di famiglia di cui confusamente ebbe a scrivere Rossana Rossanda e mi fece impressione: ci portavamo appreso, noi, che dicevamo di voler fare la rivoluzione proletaria, un numero incredibile di borghesi anticomunisti. L’album di famiglia era stato truccato. Rozzamente truccato.
Mi crebbe dentro un senso di impotenza.
Uno ad uno gli scienziati della borghesia presero posto nelle trincee di retrovia e di là partirono alla conquista del posto per il quale erano nati. Le libere professioni, l’ambigua trafila da galoppini nei giornali della sinistra chic, l’occhio cautamente strizzato a un non senso - la “società civile”, ve la raccomando – la via sempre negata del “cursus honorem”, la vicenda sempre più oscura nella sinistra sindacale.


Se ne andò in quei giorni senza dar fastidio, Pino Grizzuti. Come un pesce fuori dall’acqua, s’era confinato nel limbo del Cilento, e i viaggi faticosi verso Napoli s’erano diradati. L’angustiavano sempre più la frattura scomposta della “sinistra vera”, la crescente pinguedine che gli affaticava il respiro, l’abbandono a cui l’avevamo condannato. Io quasi non me ne accorsi e giunsi tardi e di malavoglia a trovarlo in ospedale. Mi accompagnarono alla sala mortuaria e lo trovai pallidissimo e sereno. Non un capello in testa, nessuna croce. Io e lui da soli, dopo tanto tempo, un poco ci parlammo. Mi chiese dove contassi di andare, gli risposi che non lo sapevo e che mi sarebbe piaciuto parlarne seriamente un po’ con lui.
- Mi pare tardi, mi dovette dire, e non aveva torto. Mi tornò in mente com’era, orgoglioso dietro il grande striscione bianco di “Nuova Resistenza”: era una strada quella, che sarebbe stato bello rifare. Anche per questo era però tardi. Una merito gli riconobbi onestamente: se dietro non hai la gente non vai da nessuna parte, combatti per te stesso. Tu me l’hai insegnato compagno.
La parente che c’interruppe mi raccontò dei ragazzi che aveva conquistato a Celle di Bulgheria, della vita solitaria cui s’era ridotto, di certe crisi nervose che l’avevano tormentato. Qui al sentirla fuggii. Ogni bufera si annuncia.

I Nuclei Armati Proletari, ch’erano nati a Napoli nessuno saprà bene come, si sparsero per l’Italia e finirono allo sbando, lasciandosi dietro i morti di una guerra disperata. Qualcuno, cadendo, ebbe il potere inspiegabile di accendere gli animi e fece sognare. Poi il sogno divenne incubo e ci furono molti che decisero di andare fino in fondo.
Si urlava: “Walter, Martino, non siete morti invano. Riprenderemo presto i vostri mitra in mano”. Ma c’era un equivoco di fondo e ne avevamo fatto da anni uno slogan minaccioso:
Lotta di lunga durata, lotta di popolo armata”.
Ma il popolo non c’era e, quando qualcuno decise che poteva bastare e la fece finita, la furia della lotta si placò come d’incanto. Pagarono in molti, dall’una e dall’altra parte: sangue e galera. I rivoluzionari armati ingenui e feroci non servivano più. Era venuto il tempo di mettere dentro colpevoli e innocenti.
In archivio studiavo carte del “Soccorso Rosso”. Ebbi un’idea che mi sembrò praticabile. Ne parlai solo a pochi: fidati. Denunciammo più volte lo smarrimento o il furto della carta d’identità. Altro non ricordo. Passavano per molte mani i documenti smarriti; uno, l’ultimo a cui giungevano, attraversava il confine. Chi ne fece uso non aveva mai preso la pistola.
Giusto o sbagliato che fosse, la mia rivoluzione terminò così: a metà del guado. Dentro mi portai per sempre una nuova ed intollerabile contraddizione. Non avrei voluto che finisse così, ma non feci veramente nulla perché andasse davvero in un’altra maniera.
Le contraddizioni intollerabili, tuttavia spezzano fili dentro.


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 Roberta    - 20-06-2004
Guseppe, hai ben mantenuto l'arte di incantare..... Grazie.