A Luce Irigaray, che non sa chi sono.
Raffaele Ibba - 01-06-2004

Ritorno dall’esilio
(dopo “Amante marina” di Luce Irigaray)


Essere giungere toccare
trovare sterzate di strada
in impensati alberi d’arance
prosperate indiscrete
a primo rosso di brusche primavere
indisciplinate
dissennate
acerbe
vitali,
come sangue che scorre da ventre
di femmina
per estendere aprire schiudere
donare ferite
senza lacerare carni, mai
di lame coltelli stiletti
e aspre unghie raspanti cuori;
percorrere transitare passare
non arrivare
non essere traguardi
intenti progetti disegni, grandi
calcolati
con l’insana maestria
di ciechi viandanti
che stanno a guardar tragitti
per inventarli in scaltre fiabe
a uditori sordi;
avere indossare portare
cucire altre vittorie nude
di inni e lutti maestosi
di sangue di spada,
ma figlie di altre terre
senza fili spinosi o muri di ferro
libere al libero fluire di acque
inarrestabili, pericolose, feconde
buone
di quella bontà che sa
e non sa di pianti e risa;
farsi, crearsi, arrendersi
al semplice sentire snervante
di un’attesa che aumenta
nella tua carne la tua carne,
dolorante al piacere di essere felice
nella fortuna di nascere
semplicemente
donna.

E umani?



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