Dal mito alla storia: voci di un passato remoto
Annalisa Rossi - 15-03-2004
Da qualche tempo nello Speciale Racconti, alla voce Thalassa, leggiamo storie di donne che, nate dentro il mito, intrecciano simboli del passato con realtà dell'oggi, sentimenti ed emozioni con eventi e politiche, in uno specchio nel quale è facile ritrovare frammenti di noi. Abbiamo chiesto all'autrice da dove è nato tutto questo e la ringraziamo per la risposta che ci ha regalato. (Red)

Nascita di un percorso poetico per dare voce alle donne


Avendo compiuto studi classici, mi sono spesso interrogata se abbia ancora senso , oggi, tentare un rapporto con il mito. Il mito, anche se per lo più dimenticato dalla cultura del nostro presente come testo che trasmetta un senso, rimane comunque la grammatica, il terreno comune a tutta la civiltà Occidentale. Non credo casuale, infatti, che i grandi sistemi ideologici, che vogliono appunto contrapporsi al sapere mitico, tradiscano spesso strutture o fondamenti che con il mito hanno profonde affinità: dal millenarismo marxista all'identificazione Freud-Mosè, dall'uso della leggenda di Edipo in Totem e tabù al sottofondo apocalittico dell'opposizione Natura-Cultura in Lévi-Strauss. Per questo motivo ho pensato che all’interno di questo immenso patrimonio, che poi alla fine lo stesso Freud ha riconosciuto come inconscio collettivo dell’occidente, sia possibile ritrovare alcune coordinate che possono diventare gesti, strutture, non da sovrapporre al mondo, ma da inserire nel mondo. Mi è sembrato necessario, allora, non tanto tentare una attualizzazione del mito, cioè farlo diventare Storia ( tra i due esiste una insanabile frattura), quanto piuttosto fare leva sulla sua forza originaria , cioè il livello pre-verbale, che nella scrittura può soltanto esprimersi attraverso una prosa poetica che non diventi mai racconto vero e proprio, ma rimanga sintassi su cui costruire tutti i modelli possibili di un personaggio. Per questo motivo le donne del mito che in questi scritti prendono la parola, oppure sono come interpellate da una voce esterna, in effetti, potrebbero essere anche voci da teatro, con controcanti esterni a loro che ne commentano e chiariscono le emozioni, ma sempre portando in sé la consapevolezza dello svuotamento della forma-romanzo e delle sue ambizioni totalizzanti. Credo sia evidente che l’Occidente, dopo i Greci, abbia esaurito il suo repertorio mitico, forse lo ha solo completato attraverso le commistioni con i miti ebraico-cristiani e, in parte, con quelli nordici ( che, però, alla fine, si sono rivelati cugini primi di quelli generati in Grecia ).
Il repertorio, dunque è sempre lo stesso, ma va detto che esso mantiene ancora la capacità di generare un senso, non solo perché passibile di interpretazione, ma perché il suo significante continua a funzionare in rapporto a tutte le interpretazioni stesse e in relazione con tutti gli altri miti. Ogni riscrittura proietta, di fatto, il proprio senso su tutta la produzione precedente. La raccolta di “ Voci” femminili, che paiono provenire da un passato lontanissimo, vuole dunque soltanto ed esclusivamente tracciare una sorta di ponte tra quel passato e noi, donne di oggi, attraverso la Storia, ma non per mezzo di essa, per scoprire, in fondo, le pulsioni inconsce, che continuano a farci recitare le nostre parti. Non è casuale, del resto, che la cornice alle voci sia rappresentata da un testo a metà tra il surreale e il fantascientifico, poiché in effetti il ponte può esistere anche al di sopra di noi e al di là di noi.

Buona vita a tutti.

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