A proposito di sindacato
Cosimo De Nitto - 22-05-2004
Impotenza e rabbia spesso sono compagne di viaggio per chi il mondo è destinato a vederlo dal basso in alto. Senso di onnipotenza, arroganza, ipocrisia, disprezzo per la diversità plebea, cinismo sono spesso degna compagnia di "lor signori". Così è la vita, o per lo meno così talvolta ci appare. Ma forse è più complessa, la storia lavora più a fondo, i movimenti talvolta sono talmente molecolari che tutto sembra essere fermo, e così non è. Poi avvengono accelerazioni e ciò che prima sembrava granitico, non scalfibile ed inattaccabile, si rivela debole, contraddittorio e viene superato ed altre stagioni si avviano.

Da quando è nato, ahimè (per l'età) ne sono testimone diretto, il sindacalismo, quello confederale soprattutto, ha avuto una doppia personalità. Una sorta di Dr Jekyll e Mister Hyde che lo ha visto dibattersi tra una sorta di minimalismo contrattualista (il sindacato faccia il suo mestiere!) ed un'anima riformista che mette l'accento sulle condizioni prime codificate in leggi del rapporto di lavoro.
Senza negare l'importanza del contratto (si tratta pur sempre di sindacato), si individua quello delle riforme di sistema come un terreno non interamente delegabile alle istituzioni politiche e come elemento determinante che attribuisce "senso" anche ai miglioramenti economici, cogliendo ed affermando la non scindibilità (almeno per ciò che concerne la scuola) delle condizioni retributive rispetto a quelle che definiscono la scuola, il suo modo di essere, di funzionare, la sua "mission" sociale, il modo in cui essa si rapporta all'insieme delle istanze economiche, sociali, istituzionali, territoriali; insomma al sistema paese. E non scindibile nemmeno dalle condizioni che definiscono il modo di essere e di esercizio della funzione docente.
Mi scuso per la schematismo.
Queste due anime, a partire dall'inizio degli anni settanta, si sono spesso confrontate, scontrate, integrate in momenti che a volte hanno visto prevalere la mediazione e l'accordo, altre volte l'una è sembrata prevalere sull'altra. Qualche volta il sindacato è sembrato un soggetto tecnicamente politico, qualche altra volta un puro agente contrattuale.
Questo approccio può fornire un parametro di valutazione (certamente discutibile) degli atteggiamenti e della storia del nostro sindacalismo scolastico.
Se lo prendiamo per buono si potrebbe dire che in questa fase (uno sciopero piccolo piccolo) stiamo assistendo ad una regressione contrattualista del sindacato. Si ha l'impressione (io sicuramente ce l'ho) che i gruppi dirigenti dei sindacati, davanti all'arroganza pasticciona di questo governo, ed alla fretta tutta ideologica di "marcare" il territorio, (non avendone fra l'altro le capacità e la profondità di idee e cultura senza cui questa operazione è destinata ad essere una forzatura che si può solo cercare di imporre, ma senza creare condivisione e consensi), non abbiano valutato a fondo i guasti che questa riforma sta portando nella scuola italiana. Qualche sindacato per ritardi culturali, altri per scelta, credo, hanno avuto paura dei movimenti spontanei, hanno avuto timore di alzare il tiro della critica e della lotta per non esporsi alle accuse di "fare politica", non hanno valutato la portata destabilizzante e "sovversiva" di un'idea di scuola, di professione, di servizio che si sta imponendo per legge, anzi per delega, e che è destinata a cambiare, a stravolgere il contratto di tutti i contratti, la Costituzione.
E, per la verità, non mi pare che l'abbia capita tanto a fondo nemmeno l'opposizione politica.
Torno all'inizio. Rassegnarsi e consegnarsi a RABBIA-IMPOTENZA? No.
Continuare con il lavoro "molecolare", costruire "casematte" per una guerra di trincea che il nemico non è in grado di reggere, saper passare dalla guerra di movimento alla guerra di posizione. (Mi scuso per la metafora che emerge dal profondo della mia memoria, ma in questi tempi può sembrare, e forse è, proprio inopportuna).
Noi, come pesci nell'acqua dei problemi concreti, abbiamo la possibilità di misurare l'inaccettabilità, la dannosità della riforma Moratti e far crescere la consapevolezza della distanza tra scuola reale e scuola legale che sola può portare all'alternativa. Discuterne, lavorare, organizzarsi, mettere in piedi iniziative a tutti i livelli per far capire non solo a "lor signori", ma anche agli amici del sindacato e dei partiti politici, che l'opposizione non si predica ma si pratica. La centralità della questione scuola non è uno slogan elettorale, ma il terreno su cui consegniamo il futuro ai nostri figli anche con l'apprendere e praticare l'arte del "retto conversare cittadino".

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