Elena Tindaride
Annalisa Rossi - 07-05-2004
“C’è fiato e uomo nell’aria stasera: tra le case bianche, sopra cui s’addormenta la luce s’avverte un artificio d’Amore.
Respiro profondo: sensazione di cuore in silenzio, sensazione d’eterno.
Intravedo ombre di uomini che s’attardano pigre: forme scure, senz’ombra di fronte alle soglie argentate.
Non ricordo da quando soggiaccio a questa specie di sogno: fiamme rapaci s’accendono in mezzo alle urla di bambini morenti.
Bombe che cadono, macerie che fumano e là, sulla rocca, quell’uomo, metà mostro di plastica, metà inguainato in corazza ed elmetto, che alza ben alto un bambino, rosa tenero di carni di donna, per buttarlo nel vuoto.
Mi sveglio sempre sudata: l’orrore di una realtà percepita di morte totale, di guerra, di annullamento seriale.
Allora mi alzo.
Clitemnestra, che dorme con me, continua i suoi sogni di certezza e assoluto.
Lei è bella e già donna.
Io sono ancora un insulso virgulto alla casa.
Polideute, il gemello di Castore, ieri ha intagliato nel legno per me una bambola magra.
I fratelli ogni tanto si voltano a guardarmi in mezzo alle loro quotidiane prove di guerra: dei due, però, solo Poli ha per me gesti d’affetto. Castore, invece, mi sfugge. Intravedo, a volte, il suo sguardo lubrico da dietro una colonna di crema. Mi scosto a lasciarlo passare.
La nostra è una casa solitaria. Poche le ancelle, meno ancora i servi.
L’intrico metodico dei gesti non basta a smorzare gli intrecci degli inferni privati.
Soltanto sul tetto, la sera, svegliata dai sogni di battaglie incendiate mi sento rivivere.
Stamane, però, al galoppo su un destriero focato è arrivato quell’uomo.
Mia madre l’ha accolto a guisa di Messalina rinata. Dietro Clitemnestra, le ancelle e poi io.
Ha lanciato le briglie ad un Castore assai allibito.
I capelli lunghissimi, legati intrecciati, han sbattuto più volte sul suo dorso nudo e squadrato.
Non ha guardato nessuno.
Fissò su di me unicamente occhi d’aquila nera: un cacciatore di taglie.
Un guerriero, dal nome famoso. Grande uccisore di mostri, un Buffalo Bill d’indiscusso valore. Il suo nome non fu pronunciato, tant’era la fama di questo Clark Gable di roccia.
Solo al banchetto lo venni a sapere: TESEO.
Prima di scendere a mensa, con sguardo di nebbia, Poli arrivò alle mie stanze: “Imbrattati il viso. Metti un vestito da serva. Raccogli i capelli e buttaci cenere sopra. Non mi piace come ti guarda quell’uomo e come nostra madre guarda lui!”.
Ubbidii senza capire: nulla si spiega, del resto, a una bimba.
Alla tavola grande mi fermai nell’angolo oscuro, lontana dal fuoco delle torce, che da sempre temevo.
Mangiai in silenzio, cercando di confondermi insieme allo sfondo di canne.
Sentii le parole corrusche di sale che Teseo pronunciò: “ E’ inutile che voi la mettiate nell’angolo oscuro. E’ lei stessa la torcia, il solo vederla scalda il cuore di qualsiasi uomo mortale!”.
Raggelai dal di dentro.
LA FIAMMA ERO IO!
ERA MIA LA NATURA DEL FUOCO!
Ero io la guerra rapinosa, il caldo che uccide.
Fuggii in mezzo al palazzo, cercando la grande fontana per spegnere subito tutto l’ardore del rogo del sangue.
Gridando m’immersi.
Lo straniero fu lì in un soffio, guardandomi dall’alto: immagine tremolante, fantasma nell’acqua.
Sorrise e mi strappò all’abbraccio gelato, portandomi all’altezza dei suoi occhi d’inchiostro,. Con una carezza gentile mi scostò i capelli bagnati, ma di nuovo oro fuso, dagli occhi: “Ah! Elena bella, non scappare da te. Sei davvero l’incendio per il cuore di qualunque vivente. Ardi dentro. Bruci ed accechi gli occhi degl’altri. Nessun uomo potrebbe mai scansarsi dal calore che emani, nera Afrodite, occhi di mare, capelli ambrati di seta, profilo francese!”.
Fu Poli a strapparmi da lui, cullandomi piano e portandomi, poi, nel mio letto.
Asciugata, mi stesi a dormire.
Il pericolo, però, rimaneva.
Dovevo, in qualunque modo, evitare d’esser fiamma che uccide. LA TORCIA DI FUOCO.
Ecco!. .
Adesso sul tetto il caldo scirocco m’avvolge.
D’esser bella nulla m’importa.
Voglio solo che la vita sia mia.
Né premio, né mezzo per nessun coraggioso che pensi, solo perché o più ricco, o più forte di altri, di poter dominare la fiamma.”




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