Maria Olandese ringrazia
Giuseppe Aragno - 01-05-2004

Maria Olandese lascia Napoli, dov’è nata l’uno dicembre del 1889, quando ormai festeggiare il primo maggio significa fare i conti con gli squadristi, il manganello, l’olio di ricino e il pugnale. Ci ha provato per ultimo Umberto Vanguardia, levandosi in piedi sul tavolo d’una bettola a cantare l’inno di Turati, ed è stato immediatamente spedito al confino politico che di lì a poco l’ucciderà.
E’ il 1926, l’anno delle “leggi fascistissime” che mettono in ceppi il dissenso e gli tolgono l’aria. Moglie di Carmine Cesare Grassi, avvocato e socialista, casalinga e madre di tre figli, Maria non respira più, violata nell’intimità dei sentimenti, oppressa da una sorveglianza che le accorcia progressivamente il fiato, come un’asma che non le dà pace; teme per il marito, che non ha rinunciato ai “segreti conciliaboli”, e lo sa bene: i cani fascisti sono pronti a saltargli alla gola.
Buenos Aires l’accoglie luminosa col marito e i bambini – Aurelio, Renato ed Ada – e la donna si acquieta, lasciandosi alle spalle tutto intero un mondo e i fermenti d’una ribellione morale destinata a germogliare. L’Argentina immensa ed ospitale è generosa e non ci vuole molto per sentirsi accolti. Carmine ritrova se stesso e il gusto del dissenso che si esprime: - “in gabbia gli uomini liberi appassiscono e l’intelligenza s’inasprisce” osserva la donna con dolcezza – e, con lo pseudonimo di “Rocco Sileo”, attacca il fascismo dalle colonne del foglio “sovversivo” “L’Italia del Popolo”, anima la rivista mensile “Nostros”, commemora Matteotti, pubblica opuscoli contro il regime e, aiutato da Maria, stringe contatti sempre più stretti con gli antifascisti riparati in Francia. Aurelio, Renato e Ada, crescono così, sereni e consapevoli; mangiano il pane salato dell’esilio volontario e si formano nell’ambiente stimolante della Concentrazione Antifascista di Buenos Aires, alla scuola ideale di uomini come Matteotti. Antifascisti per un dato quasi genetico, militanti per esperienza di vita, per l’aria respirata e per un’ispirazione ideale che sostanzia la quotidianità, lavorano assieme in un comitato contro la guerra d’Africa e il pronunciamento di Franco trova l’intera famiglia impegnata in un patronato d’aiuto alle vittime dell’antifascismo, che Carmine presiede col consueto dinamismo.
Cosa passi per la loro mente in quei giorni, cosa si dicano prima di decidere, non sapremo mai, ma sarebbe davvero bello poterli ascoltare, oggi che il primo maggio incontra una sinistra pavida che sfila in nome di soldati mercenari. Sta di fatto che a settembre del 1936 Maria Olandese, superata l’istintiva paura per la vita dei figli, accetta di attraversare nuovamente l’Oceano per tornare in Europa. Barcellona è la meta, via Anversa, nella Spagna insanguinata dalla guerra civile. Lasciano l’Argentina dopo dieci anni e dieci feste del lavoro vissute serenamente. Hanno deciso. Prendere le armi vuol dire non amare la pace? Decidano le bibbie pacifiste e, in quanto alla sinistra delle foibe, ricavi dal racconto la lezione.
Maria seguì le truppe al fronte da crocerossina, Aurelio e Renato combatterono nell’esercito popolare come telegrafisti, Ada fu annunciatrice a Radio Barcellona e Carmine colonnello repubblicano a Valencia e traduttore presso il Ministero degli esteri.
Corse il sangue, certo. Nessuno seppe evitarlo, nessuno sa mai evitarlo e, alla fine, conta la parte dalla quale ti metti.
Maria Olandese fu soldato repubblicano fino al 1939. Quando Barcellona fu presa, passò in Francia con tutta la famiglia. Assieme furono arrestati, assieme destinati ai campi di concentramento che li separarono: lei con Ada, rinchiusa a Saon et Loire e poi ad Argeles Sur Mer, Carmine, Renato e Aurelio a Gurs. L’inizio d’un calvario. Aurelio divenne quasi cieco, Renato finì a Lannemezan, in un ospedale psichiatrico, e Maria, separata da Ada e spedita da sola nel campo di Rives Altes, conobbe la disperazione.

Per riunirsi, si rivolsero alla Commissione Italiana per l’Armistizio. Ada però, che aveva nel frattempo sposato un medico spagnolo, scelse di rimanere ad Argeles Sur Mer ed a Renato fu vietato di lasciare l’ospedale. In tre, Maria, Carmine ed Aurelio, varcarono il confine a Mentone nel marzo 1941 e furono immediatamente arrestati e assegnati al confino. Una nuova terribile separazione: Maria a Melfi, Aurelio e Carmine a Ventotene.
Qui ne perdo le tracce, ma probabilmente tornarono liberi e si riunirono dopo la caduta del fascismo.
L’Italia che hanno contribuito a far nascere, però, questo Paese che non ha memoria, che non sa e non vuole sapere, oggi si scusa coi carnefici di Salò e li mette sullo stesso piano degli antifascisti.
Maria Olandese ringrazia il suo Paese.


Nota

Le notizie su Maria Olandese ed i suoi familiari sono ricavate dall'Archivio di Stato di Roma, Ministero dell'Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Affari Generali e Riservati, Confino Politico, Fascicoli Personali. Brevi notizie si trovano anche in anche Rosa Spadafora, Il popolo al confino. La persecuzione fascista in Campania, Napoli, 1989. Per Umberto Vanguardia, valorosa figura di agitatore politico e organizzatore sindacale, la fonte principale è il fascicolo personale conservato nell'Archivio di Stato di Roma, Ministero dell'Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Affari Generali e Riservati, Casellario Politico Centrale busta 5312. Un breve profilo del Vanguardia, scritto dall'autore di questo articolo, si trova nel Dizionario Biografico degli anarchici italiani, Vol. II, Pisa 2004.

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