breve di cronaca
Pena Capitale
Galileo news - 29-04-2004
Moratoria incompiuta
di Roberta Pizzolante



Quasi 3000 condanne a morte in 63 nazioni e oltre 1000 esecuzioni accertate in 28 paesi. La palma dei "paesi boia" va alla Cina, all'Iran, al Vietnam e agli Stati Uniti, che da soli totalizzano l'84 per cento delle esecuzioni. Spesso i condannati a morte sono minorenni, innocenti o malati mentali. Non mancano i casi di persecuzioni per motivi sessuali o per il colore della pelle. Sono questi alcuni dei dati sulla pena di morte registrati nel 2003 da Amnesty International e presentati a Ginevra nel corso dei lavori della Commissione diritti umani delle Nazioni Unite. Che proprio ieri, 21 aprile, per l'ottavo anno consecutivo, ha approvato la risoluzione contro la pena di morte e per una moratoria delle esecuzioni capitali, presentata dall'Irlanda presidente di turno dell'Unione Europea. Rispetto all'anno scorso hanno cambiato posizione votando in favore il Bhutan, che nel marzo di quest'anno ha abolito con un decreto la pena di morte, e il Gabon, paese abolizionista di fatto.
"L'approvazione da parte della commissione diritti umani dell'Onu, anche per quest'anno, della risoluzione contro la pena capitale è un grande passo avanti", ha dichiarato Sergio D'Elia, segretario dell'associazione "Nessuno Tocchi Caino", che dagli anni Novanta è impegnata in una campagna per la moratoria universale delle esecuzioni capitali. "Ormai sono sempre di più i paesi membri che votano a favore di questa iniziativa, che attende solo il passaggio all'Assemblea Generale dell'Onu, la massima autorità dei governi". Perché il passo avanti sia sostanziale, infatti, la discussione deve essere fatta nelle camere politiche dell'Onu, per una acquisizione definitiva del no alla pena di morte da parte della comunità internazionale.

Passo che, però, per otto anni consecutivi non si è mai concretizzato. Ci aveva provato l'anno scorso il governo italiano durante il semestre di presidenza europea, ma senza fortuna. Dopo aver più volte ribadito la convinzione e l'impegno in questa battaglia, il nostro governo si è fatto convincere dal dissenso di alcuni dei paesi membri europei. Così il testo completo e definitivo con la proposta di moratoria non è mai giunto al Palazzo di Vetro. Eppure le previsioni di voto parlavano di una garanzia di successo sicuro.

"Se non si è riusciti mai a portare il problema in Assemblea Generale non è, come dice l'Unione Europea, per il timore di non avere l'approvazione dell'Onu", spiega D'Elia. "Credo piuttosto che ci sia la volontà di non andare contro paesi come gli Stati Uniti e la Cina o i paesi islamici. Riguardo a questi ultimi si parla della pena di morte come di un fatto religioso ma in realtà questa è una questione di democrazia". Dei 60 Stati in cui è ancora in vigore la pena capitale, infatti, il 98,5 per cento è costituito da paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. E per i quali spesso i dati sulla pena di morte devono restare un segreto di Stato. In Cina, per esempio, paese boia per eccellenza, nel 2003 le cifre ufficiali parlano di 726 esecuzioni. Ma, conclude Sergio D'Elia, delle fonti provenienti dal sistema giudiziario cinese parlano addirittura di 5000 persone mandate a morte.

Anche quest'anno le cifre per credere in un'approvazione della risoluzione da parte dell'Assemblea generale ci sono tutte. Già nel 1994, infatti, una proposta di moratoria del governo di Silvio Berlusconi perse in sede Onu per soli otto voti. Da allora però nel mondo ci sono state ben 35 abolizioni di diritto o di fatto della pena di morte. Tra i paesi membri dell'Onu, 79 sono abolizionisti sulla carta e di fatto, 13 lo sono per i crimini ordinari, la Russia ha preso l'impegno ad abolire la pena capitale e osserva una moratoria delle esecuzioni, infine 31 paesi sono abolizionisti di fatto. Secondo le previsioni di "Nessuno Tocchi Caino", quindi, i voti a favore sarebbero tra i 96 e i 103, le astensioni tra le 21 e le 29 e i voti contrari tra i 60 e i 66. Una ampia maggioranza, insomma, che costringerebbe gli Stati che mantengono la pena di morte ad adeguarsi per poter far parte della comunità internazionale.


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