breve di cronaca
Unico obiettivo: il mercato



Tutte le riforme del sistema dell'istruzione, dall'infanzia all'Università, messe in campo dal governo, hanno un tratto comune e un unico fine: la trasformazione di una impresa cognitiva in un'azienda. Un'azienda produttiva la cui efficienza è misurata nel numero di diplomati e laureati che sforna, indipendentemente da una verifica di efficacia. Di più, questa riduzione a mercato, o meglio a supermercato del sapere, discrimina l'opportunità/diritto all'apprendimento, legandolo alla condizione sociale e al potere d'acquisto degli utenti-clienti; i docenti nella loro attività di produzione e di trasmissione del sapere devono rispondere alla domanda del mercato; la stessa natura del sapere che viene richiesto di produrre cambia, diventando strettamente funzionale all'immediata «applicabilità profittevole» di un mercato condizionato da un sistema economico militare che vede la guerra permanente preventiva come forma delle relazioni internazionali e della gestione delle risorse. Anticipo, fine del tempo pieno, canalizzazione precoce, precarietà e dipendenza della ricerca e dei ricercatori universitari, sono alcune delle ragioni della mobilitazione che attraversa il paese e che vede mobilitati insegnanti, amministratori locali, genitori e ricercatori universitari. Ma giorno dopo giorno c'è una consapevolezza nuova che sta emergendo. Ci si rende conto che sta venendo meno il sistema scolastico pubblico e la sua funzione costitutiva del patto sociale: la produzione della cultura della cittadinanza condivisa. Ogni differenziazione, tanto nell'offerta didattica quanto nei percorsi individuali degli studenti, risulta arricchente della funzione costitutiva dell'impresa cognitiva proprio a partire da un insieme di diritti, di percorsi e di luoghi condivisi. L'alternativa, in nome di una società basata sul ruolo sovraordinante della «famiglia», è una atomizzazione identitaria che prelude ad appartenenze di clan e alle differenze ideologiche e/o religiose come alterità assolute.

Non si tratta, però, di difendere il «migliore» dei sistemi di istruzione possibili dalle logiche devastanti della Moratti. Proprio il senso dei cambiamenti messi in atto dal centrodestra, ma che non hanno preso il via solo con il governo Berlusconi, non consentono una reazione difensiva-contrattuale di tipo sindacale, ma richiedono una consapevolezza e un coinvolgimento più ampi. Per questo occorre raccogliere la sfida nominale dell'innovazione tecnologica e scientifica e dell'organizzazione sociale e urbanistica nella globalizzazione per declinare altrimenti una proposta capace di coniugare saperi e sapienze con il rispetto dell'autonomia dei luoghi della didattica e della ricerca. Una proposta che, a partire dalla propria autonomia, si definisca in relazione con tutti i soggetti istituzionali e sociali di un territorio, non solo con le imprese. Una proposta capace di misurarsi con i presupposti per la produzione di sapere e la condivisione di conoscenza non solo epistemologici ma normativi. Quindi con le logiche della brevettabilità e della proprietà intellettuale nell'era digitale della rete. Una proposta che abbia la capacità di porsi il problema della formazione, del reclutamento e della selezione del personale docente fuori dalle logiche delle sanatorie periodiche, della subordinazione ai notabili e della precarietà definita in relazione alle esigenze delle imprese committenti. Lo sciopero generale del 26 può costituire una prima occasione di espressione di questa volontà politica, ma occorre che le migliaia di incontri che si stanno tenendo nel paese inizino a dare vita a uno scambio aperto che promuova un'articolazione di proposte alle quali il centrosinistra debba necessariamente riferirsi. Perché bisogna avere la consapevolezza che anche nel sistema dell'istruzione e della conoscenza, il governo Berlusconi più che una causa della devastazione si rivela il prodotto di una crisi e di una mancanza politica e culturale del centrosinistra.

* FIORELLO CORTIANA *
senatore dei Verdi

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