breve di cronaca
Fratelli di Spagna
L'Unità - 24-04-2004

Dice A. : Sono orgoglioso di essere spagnolo!
Risponde B. : Come, spagnolo? Sei nato a Roma nel 1933, nel periodo più fulgido del regime fascista, e hai vissuto più o meno sempre in Italia, come da anni non smetti sempre più noiosamente di ricordarci, e bla e bla e bla. Dunque, che c’entra spagnolo?
A. Sì, è vero: è tutto vero quel che dici. Nato in Italia, vissuto in Italia, morbosamente attaccato alla storia, alla natura, al gene di questa Nazione. Cionondimeno, avverto un bisogno enorme, che m’inquieta da anni, di sentirmi orgoglioso di qualcosa. Tu ti sentiresti di dire che sei orgoglioso in questo momento d’essere italiano?
B. Beh, questo no, non esageriamo. Abbiamo un governo che fa schifo, un presidente del Consiglio che usa lo Stato e il Parlamento solo per i propri (spesso sporchi) interessi privati, una maggioranza parlamentare di cui fanno parte forze tra le più ostili alla dignità e all’interesse nazionale.
Di che potrei essere orgoglioso? Tuttavia, diversamente da te, preferisco tacere: se non posso avere orgoglio di patria, lasciate almeno che coltivi carità di patria.
A. Capisco. E per certi versi sarei tentato di condividere. Ma oltre un certo limite un dignitoso silenzio s’intreccia, fino a confondersi, con una vile collusione. Caro B., ogni tanto bisogna dire quel che si pensa; e persino quel che si sente senza pensarci. Anche se questo dovesse spiacere a molti.
B. Va bene. Poniamo che tu abbia ragione. Ma spiegami: perché spagnolo e non, putacaso, francese o tedesco?
A. Sì, lo ammetto, nell’una o nell’altra situazione avrebbe potuto essere o l’uno o l’altro. Ma in questo momento spagnolo rende meglio il mio pensiero, anzi, scusami, il mio sentimento (che tuttavia comprende e motiva il mio pensiero).
B. Allora, perché spagnolo?
A. Per tre motivi. Innanzi tutto, perché abbiamo avuto la prova che in Spagna i politici, anche di sinistra (il che è tutto dire!) dicono quel che pensano, fanno quel che dicono, sanno quel che fanno. Non è poco.
B. Altro che poco: sembrerebbe quasi tutto. Ma prosegui.
A. In secondo luogo, perché tra il comune sentire del popolo spagnolo e quello dei suoi governanti c’è ora, chiaramente, un rapporto strettissimo, quasi una sintonia profonda. I politici (anche quelli di sinistra!) osservano la gente - e ne rispettano le opinioni.
B. Quasi non ci posso credere. Una cosa del genere finora l’avevo trovata solo nei racconti di fate - e non in tutti. Infine...
A. Infine, abbiamo visto che in Spagna, quando è in gioco la dignità nazionale (quella vera, quella autentica) si va avanti per la propria strada, senza tener conto di rispetti servili nei confronti di chicchessia, quand’anche potente o addirittura potentissimo.
B. Questo lo capirebbe a volo chiunque. Vuoi dire che l’Italia è governata in maniera servile e che anche la politica estera, attraverso cui in genere si manifesta di più un’identità nazionale, è messa al servizio degli interessi del premier?
A. Voglio dire esattamente questo. Non c’è dignità nazionale, quando si è infeudati a un’altra potenza, dalle cui decisioni totalmente dipendiamo. Il nostro premier non colloquia: scodinzola.
B. Non c’è dubbio che i tuoi argomenti almeno in parte siano fondati. Cionondimeno, esprimo una perplessità. Non c’è una solidarietà nazionale, un orgoglio patriottico, che prescindano da tutti gli errori, da tutte le vergogne e persino (scusami la parola grossa, ma sovente adeguata) da tutte le schifezze?
A. Un momento. Certo io ci tengo a restare italiano, anche se il presidente del Consiglio è (scusami la parola grossa, ma ahimé adeguata) un Silvio Berlusconi. Bisogna però vedere dove e come io alimento e coltivo il mio essere italiano anche se e quando non posso dirmene orgoglioso.
B. Per esempio?
A. Per esempio? Per esempio: questa storia è già accaduta, basta ricordarla. Quando nel 1922 i fascisti presero il potere e crearono il regime totalitario, che da loro prese il nome, chi avrebbe potuto ragionevolmente dirsi orgoglioso d’essere italiano? In Italia c’era un regime vergognoso, di cui era giusto provare vergogna. A dir la verità, qualcuno ci fu che a buon diritto poteva continuare a dirsi orgoglioso di essere italiano: gli esuli, che lasciarono il paese per non sottostare al regime; gli antifascisti in patria, spesso in carcere o al confine. Ma l’onore d’Italia non era più a Roma: era a Parigi, a Londra, a Mosca, a New York, a Lipari, a Ventotene, a Turi. Capisci?
B. Sì, capisco... Ma fino a che punto si può spingere questo dissenso sull’orgoglio? C’è un limite oltre il quale l’orgoglio torna unico, diventa uno solo, l’«orgoglio italiano»?
A. No, non c’è. Chiamiamo in causa di nuovo la Spagna, che in questo momento mi sta nel cuore. Sai cos’è Guadalajara?
B. No, non lo so.
A. Guadalajara è una cittadina della Castiglia nuova. Lì nel 1937 (io avevo appena quattro anni, ne ebbi notizia da mio padre solo qualche anno più tardi, ne dovevano passare ben quaranta prima che tu nascessi) il corpo di spedizione italiano, ben armato ed equipaggiato, inviato da Mussolini ad aiutare la scellerata impresa eversiva di Francisco Franco, si scontrò con i volontari italiani inquadrati nelle Brigate Internazionali e ne uscì sonoramente sconfitto. Capisci, italiani contro italiani. E vinsero i più deboli, i naturali predestinati alla sconfitta, le eroiche minoranze dei dissenzienti. La Repubblica italiana nasce a Guadalajara, in terra spagnola. Ma la stessa storia si potrebbe raccontare della Resistenza: partigiani italiani contro miliziani fascisti italiani, oltre che contro i tedeschi nazisti. Bene: da che parte stavano l’onore e l’orgoglio italiano a Guadalajara?
B. Non ho dubbi: dalla parte dei volontari italiani inquadrati nelle Brigate internazionali.
A. Ah sì? Vallo a dire agli onorevoli Berlusconi e Fini e vedrai cosa ti rispondono. È facile fare della retorica con le formule generali: “il fascismo male assoluto” e altre cavolate del genere. La domanda vera è: dove sareste stati a Guadalajara?
B. D’accordo. Così mi persuadi. Io da parte mia potrei aggiungere: da che parte sareste stati, qualche anno più tardi, in Val d’Ossola o intorno a Belluno e sul Carso o nelle strade di Roma, di Firenze, di Bologna, di Milano, di Genova, di Torino e di mille altre città e cittadine italiane? E tuttavia: quale posto occupano nel tuo ragionamento gli italiani delle guerre perdute, delle sconfitte annunciate, dei grandi e spesso involontari massacri, delle tante imprese senza scopo ma eroiche? L’orgoglio può essere solo delle minoranze sconfitte oppure delle avanguardie di un ordine che forse ci sarà ma potrebbe anche non esserci? Non può esserci un orgoglio nazionale nel senso più ampio del termine?
A. Sì, certo, può esserci: ma alle condizioni spagnole. Eroismo c’è dappertutto. Ma, scrisse Italo Calvino in uno dei suoi tanti splendidi libri, poi «c’è la storia»: la storia che mette un segno positivo (oppure no) sull’eroismo e rende l’orgoglio non il sentimento sterile e alla fin fine un po’ vile dell’«ultimo mitra» ma una forma di consapevolezza seria e responsabile di partecipare a un movimento generale, fondato sulla solidarietà e la giustizia. Insomma: si può essere orgogliosi, ma solo di un ordine serio, onesto, solidale. In questo senso ci può essere (e c’è stato) un orgoglio di massa, un senso forte dell’identità nazionale e, oggi, europea. Altrimenti si cade nella retorica o nell’esaltazione della violenza (anche mentale) fine a se stessa. Il fine dev’essere nobile, perché l’orgoglio non diventi vanagloria, orpello, arroganza, ostentazione delle virtù puramente individuali, insomma, quell’insieme di caratteristiche, che stanno al fondo di qualsiasi cultura populistica e/o autoritaria. Anche un fascista - ammettiamolo - può essere un eroe, se se ne guardano solo le manifestazioni esteriori. Ma quell’eroismo lì non dà frutti; oppure dà frutti avvelenati, come ai tempi, lontani ma spesso ricorrenti, dello squadrismo. Capisci?
B. Sì, ho capito. Insomma, vuoi dire che bisogna dirsi oggi orgogliosi d’essere spagnoli per poter tornare un giorno a dirsi legittimamente orgogliosi d’essere italiani.
A. Sì, proprio così.
B. Allora, viva Spagna.
A. E viva Italia.

Alberto Asor Rosa
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 gp    - 26-04-2004
Credo sia necessario intendersi - cara Unità - su quali siano i "fratelli di Spagna" ai quali si allude in questo articolo.

Perché se questi "fratelli" sono quelli consigliati da "specialisti" del calibro di Antonov-Ovssenko e Geroe e che i rivoluzionari italiani (un nome fra tutti: Camillo Berneri) hanno visto "in azione" nelle giornate di maggio del '37 a Barcellona (ma anche in Catalogna, in Andalusia, nelle Asturie ...) non ci siamo ...