Liberazione e cultura di governo
Giuseppe Aragno - 22-04-2004

Per il 25 aprile racconterò una storia a Fassino e a Violante, socialisti moderni e pragmatici, internazionalisti della ragion di Stato che, nel cielo dei sogni coperto da nuvole di smog, hanno smarrito per sempre il “sol dell’avvenire”. A loro, certo, che avete visto in gramaglie per uomini in armi travolti dalla barbarie della guerra scelta per mestiere. La guerra, che i socialisti pragmatici e moderni hanno dovuto fare alla Serbia senza mandato dell’Onu – lo chiedeva la Nato - e non farebbero all’Irak, se la ragion di Stato consentisse di dire in Parlamento un no secco e chiaro. Non la vorrebbero la guerra, Fassino e Violante, ma come si fa? Ci sono i caduti a Nassirya, i funerali a Roma, con gli elettori in tricolore e la nazione ferita… Come si fa?
Nemmeno alla Serbia l’avrebbero fatta, non c’è dubbio, ma c’era la pulizia etnica e nessuno avrebbe potuto immaginare che sarebbe continuata anche dopo la guerra. E’ così anche oggi: Fassino e Violante non farebbero la guerra, ma occorre aiutare gli iracheni e tutelare i poveri imprenditori onestamente impegnati nella ricostruzione. Certo, si potrebbero usare i mercenari, ma i “banditi iracheni” li passano per le armi e c’è poco da dire: ci condannano a restare.
Colpa loro, dei banditi iracheni.
Ancora un poco e sarà il 30 giugno. Le Nazioni Unite, che non volevano la guerra, sono un grosso impiccio, come la Costituzione, ma quando si tratta di battezzare un crimine col crisma della legalità, non c’è nulla di meglio che un mandato dellOnu.

Per il 25 aprile racconterò a Fassino e Violante la storia di Moroni, milanese d’altri tempi, militare, classe ’92, solo pochi anni in più di quella sventurata del 1899, che la ragion di Stato, le bandiere sventolate e i santi imprenditori che vanno incoraggiati mandarono al macello dopo Caporetto. Anche allora bisognò dire sì e non ci fu scampo. La guerra, la "grande guerra", costò lutti infiniti, ci regalò il fascismo, il secondo conflitto mondiale – 60 milioni di morti è stato calcolato – la guerra civile in Europa tra partigiani e nazifascisti e costò lo sforzo supremo di riscatto che condusse infine al 25 aprile.
Moroni si trovò militare quando il Banco di Roma e la smania dei nazionalista imposero a Giolitti di aggredire la Libia. Aveva alle spalle una storia di militanza in difesa di valori che faranno certamente sorridere Fassino e Violante, che hanno cultura di governo e senso dello Stato. Era antimilitarista Moroni – viveva delle illusioni superate e dei garbugli ideologici che hanno condotto allo sfascio la nostra povera sinistra, penseranno i nostri bravi deputati – e così com’era, tipografo e di scarsa cultura, poco più che le classi elementari, qualche libro letto e giornaletti male appresi, si proclamava anarchico, sicché a giusta ragione – sugli anarchici Fassino e Violante potranno chiedere lumi al collega Pisanu – la squadra politica poteva annotare: “giovane di spiccata tendenza antimilitarista, si rende pericoloso per il carattere impulsivo”. Aveva fegato, insomma, e non temeva d’affermare pubblicamente i suoi ideali, perciò finì in galera – e ci rimase per tre mesi – nel gennaio 1911, “durante le dimostrazioni per gli anarchici giustiziati in Giappone”. In carcere, però, il giovane tipografo non meditò abbastanza se, di lì a poco, tra settembre e ottobre, finì di nuovo in manette durante un corteo di protesta contro il militarismo e se a novembre, nel buio d’un cinema che proiettava un filmaccio sulla guerra, si mise ad urlare a squarciagola “Abbasso l’esercito e viva la Turchia!”; e ci volle del bello e del buono per sottrarlo alle percosse dei nazionalisti.
Giunto il suo turno, lo infilarono a forza dentro una divisa, ma non ebbe incertezze: - In Libia non ci vado e piuttosto diserto! - dichiarò senza esitare.
Spedito difilato a Jesi, in una “compagnia di disciplina" – un inferno in divisa – Moroni tenne duro e finì a Capri: quattro gatti isolati in balia d’un aguzzino e, in prospettiva, la prima linea, dove il pericolo fosse maggiore e qualcuno finalmente potesse ammazzarlo.
Testardo, però, il tipografo trovò modo di mettersi ancora nei pasticci e fece giungere all’Avanti! – spedita dio sa come a mano, complice un compagno – una forte denuncia che non esitò a firmare. L’A vanti! non si fece pregare e pubblicò. La lettera, diretta da Moroni al fratello, raccontava: “Ti scrivo come posso, perché mi hanno messo in una stanza semiscura, solo giorno e notte. Dicono che è venuto ordine da Milano. E’ una vera congiura della polizia con l’autorità militare […] perché ho avuto il torto di dichiarare la mia fede alta e bella davanti al colonnello del 40° […]. Mi sorvegliano come un brigante. Io denuncio ciò che mi accade, acciò che il mio grido di dolore e d’indignazione abbia eco fra i compagni che mi amano. E’ dal giorno del mio arrivo che sono ammalato. […] Mi tormenta una tosse bronchiale e una febbretta insistente, mi fanno stare in un antro senza luce e quindi umido con una finestra a inferriata mancante di un vetro e un giaciglio con due coperte formano tutto il mio arredo. Credo che mi facciano scontare la condanna per Tripoli, ma sarebbe un vero abuso perché dovrebbero mandarmi al carcere, dove starei dieci volte meglio. Eppoi dicono che le condanne civili si scontano dopo il militare. In ogni modo io non ci capisco più niente. Al Tribunale Militare, dopo le dichiarazioni messe a verbale, mi assolvono dicendo che non procedono per delle opinioni avute da borghese, e sì che l’apologia della diserzione in tempo di guerra fatta da una recluta come me è tutt’altro che un’opinione da borghese. Qui invece il famigerato colonnello mi chiama patricida! E qualche cosa di più. Mi avverte con tanta boria patriottica che lui può spezzarmi la vita (è la sua parola) se io ho il coraggio di manifestare le mie idee! E siccome per ripicca gli dissi che sono anarchico e che nulla valevano le sue minacce. Ecco che il giorno dopo arriva l’ordine da Milano di segregarmi! E si dà ordine al corpo di guardia di tenermi ben d’occhio e mi si fa seguire da una sentinella armata persino quando prendo un po’ d’aria. I soldati che non sanno mi prendono per non so qual malfattore”.
Ne presero le difese - allora si usava così e non c’era bisogno della scuola di partito: si difendevano i militari che rifiutavano la guerra e non i mercenari che la facevano per soldi – i giovani socialisti, che – serve dirlo onorevoli? – assolutamente privi di cultura di governo e scriteriati della più bella acqua – se ne vennero fuori con un ordine del giorno che recitava testualmente: “I giovani socialisti rivoluzionari, riuniti in assemblea il 23 dicembre, protestano contro la reazione militaresca che colpisce il compagno soldato Antonio Moroni; deliberano di iniziare, d’accordo coi partiti d’avanguardia una viva e seria agitazione che serva ad impedire che la caserma si converta in strumento di tortura e di pena a danno di giovani rei di professare idee ritenute sovversive”.
Processato a Cagliari, e assolto, Moroni fu subito “tradotto alla compagnia di disciplina di San Leo”. L’agitazione nata dalla sua ribellione però prese corpo e scosse lungamente il paese, attraversato per mesi da cortei, agitato da comizi. No alla guerra fu la parola d’ordine. Giunsero a pronunziarla con fermezza persino migliaia di emigrati che inviarono in Italia lunghi elenchi di firme raccolte da militanti operai attivi in Sudamerica: ce ne sono ancora tantissime conservate in archivio, scritte persino a matita. Troppo per Salandra, che aveva come voi cultura di governo e senso dello Stato. Nel giugno 1914 la protesta fu stroncata nel sangue e ci furono decine di morti e centinaia di feriti. In piazza, in quei giorni - i libri di storia la chiamano Settimana Rossa - fece le sue prime prove il giovanissimo Pietro Nenni: ne ho trovato in archivio tracce commoventi. Potesse guardarci, Nenni, tribuno bollente e lucido politico, l’uomo del “vento del Nord”, in questo 25 aprile del 2004 se ne starebbe smarrito, circondato da Moroni e dai giovani socialisti, seguito da un’intera generazione passata da una guerra “necessaria” all’altra e approdata sui monti della Resistenza. Ascolterebbero le vostre scuse per le Foibe, sentirebbero parlare di una seconda repubblica che sostituisce i valori della Resistenza con quelli dell’anticomunismo e si scusa per la guerra civile, saprebbero del voto che vi lega a Fini e Storace per la pacificatrice giornata della memoria e vi domanderebbero conto di questa vergogna.
Essi non ebbero – e non vorrebbero avere – questa vostra ruvidissima cultura di governo.


Le notizie su Antonio Moroni sono ricavate dall'Archivio di Stato di Napoli, Questura, Gabinetto, Seconda parte, Schedario Politico, Prima serie, busta 1592.
Il supplemento al n° 22 di "Volontà" è conservato nell'Archivio Centrale di Stato di Roma, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Affari Generali e Riservati, 1915, busta 26, fascicolo "Ancona 1 Varie".


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