L' Aquila (prima parte)
Annalisa Rossi - 21-04-2004
Che città asmatica!
Francesco, seduto davanti alla finestra del suo ufficio, sorrise alla signora Fissore che s’affannava allo sportello nel tentativo di spiegare all’impiegata che dieci lire lei non poteva pagarli per spedire le medicine a Dogliani, ma che suo figlio doveva averle. A tutti i costi. Era malato. Glielo aveva scritto. Aveva preso la pioggia per tutta una notte e tossiva. Colpa di quella tota (1) lì. L’impiegata, tota anche lei, mostrava un interesse alquanto professionale. La lasciava parlare.
Francesco ascoltò la cantilena ritmata che ormai capiva assai bene: 20 anni di Piemonte lo avevano allenato a tutte quelle vocali dolci così chiuse e a quelle S e Z addolcite, ai monsu (2) e ai ciarea (3).
A 70 anni suonati Francesco era ancora un uomo forte, grande di mani e d’acuto intelletto.
Nella cittadina piemontese non si era mai integrato del tutto. Da 20 anni dirigeva l’Ufficio Postale. Il suo ultimo figlio era nato lì. Lo rispettavano tutti: faceva parte di quella categoria di persone avvolte in un alone di leggenda.
Si diceva che fosse lì in punizione, lui direttore delle Poste di Tripoli, per non aver ritirato un esposto a Italo Balbo, l’allora prefetto di Libia. Qualcuno mormorava anche che mai avesse preso la tessera del fascio, ma che, nato a due passi da Predappio e conoscendo il Duce fin da piccino, non aveva mai subito rappresaglie pesanti, riuscendo persino a mantenere un posto nella Pubblica Amministrazione.
Francesco sorrise, scuotendo il capo. D’altronde sapeva benissimo che quei piemontesi dai nomi strani (Fissore, Boglione, Sartori - tutti ex bottegai! - che diamine!) dovevano per forza costruirgli intorno una storia: lui era uomo da storie.
Peraltro gli impiegati lo conoscevano bene e sua moglie, malgrado non parlasse ancora con un degno accento italiano, parlava. Mio Dio! se parlava! altroché se parlava! Parlava sempre. Parlava troppo. Parlava male. Anche di lui!
Francesco sogghignò al pensiero di quando Madama Genta lo aveva visto tornar da Torino, in quel lontano ’39, inverno freddissimo, e lo aveva spiato salire le scale con la coppia di cocorite africane, che, aveva detto piangendo madamin
(4)
Pina, costavano come il palazzo dove abitavano.
Chissà, poi, come aveva goduto, nella sua bottega di sementi a piano terra, quando lo aveva sentito urlare e dare di matto, perché la femmina era morta - in quel maggio freddo! - : non si seppe mai se per l’incuria di Dolores, la sua figlia maggiore, che non aveva mantenuto abbastanza caldo l’ambiente, o se - come sospettava Francesco - stroncata da un “ITALIANI!” di troppo alla radio
Di sicuro la Genta aveva informato mezza città di come, calatosi il cappello - un vecchio Borsalino nero - sugl’occhi, fosse uscito, gettando fiamme da ogni pupilla e giurando di abbandonarli tutti, di non tornare mai più, con la Pina che piangeva con l’uccello morto in mano, ferma sul pianerottolo.
Si ricordava ancora, Francesco, di quel giorno in ufficio: aveva persino maltrattato quel povero postino nuovo che si chiamava Barbero - che lui chiamava, scherzando, il Barberino, senza che nessuno capisse la battuta - che poi, partito per la Russia, non era tornato.
“Muoiono tutti,uomini e animali” - pensò Francesco, che le cocorite le aveva davvero pagate come il palazzo dove abitava.
Amava gli uccelli, li aveva sempre amati.
Da bambino, a Sant’Arcangelo di Romagna, lo chiamavano il rozzo d’uzello , perché ai giochi chiassosi dei coetanei e dei fratelli preferiva la piana, alla ricerca di nidi, per guardare da vicino il mistero di quei voli, di quegli equilibri così alieni a lui, bambino costretto a terra.
S’immaginava come potessero vedere la terra di lassù, passeri, rondini e falchetti che sapevano sfruttare così bene tutte le correnti.
Il grande amore, però, lo colse all’improvviso, come sempre succede, di lì a qualche anno.
Suo padre, Direttore della scuola elementare, quando Francesco aveva otto anni, fu trasferito a Matera, dove sua madre - quella Elisabetta, che poi suo padre venerò come santa per tutta la vita, ma che per lui rimase per sempre un profumo di latte e vaniglia - morì, dando alla luce un bambino già morto.
Francesco non riuscì mai a capire suo padre. Non capì mai perché non volle più lasciare quel posto. Avrebbe potuto sfruttare l’amico De Amicis per andar verso Nord, tornare in Romagna, ma lui si rifiutò, ostinato, di lasciare quella città di sassi, per non abbandonare senza un custode il corpo della bella sua Betta.
Francesco non capiva l’amore o - almeno - non quello assoluto così!
Tanto più che quella caparbietà paterna li costrinse tutti a un Sud che nessuno di loro amava davvero.
Se ne andò, prima, l’ Italia, sposa a un baronetto locale. Grande pranzo fu quello! Francesco se lo ricordava tutto, malgrado fossero passati sessantuno anni e dell’Italia non sapesse più nulla da dopo la guerra. S’era sposata, diciannovenne, con un debosciato, ma ricco. Gli aveva fatto una dozzina di figli, tutti rossi di capelli - a meno: così gli aveva scritto, perché lui era arrivato al terzo dei figli, prima di partire per Napoli, per l’Università.
Ma forse l’Italia era morta - che diavolo! - avrebbe dovuto avere adesso almeno novant’anni compiuti!
Suo fratello Umbertino - quell’ INO stava perché, pur essendo il più vecchio dei maschi, aveva della bella Elisabetta fattezze e natura d’uccello -, andato a Palermo, per diventare avvocato, un anno dopo l’Italia sposata, s’innamorò d’un francese, ma un conte, e veleggiò con lui per le terre d’oriente. L’ultima volta che scrisse, in piena guerra, era al Cairo. “Povero Umbertino -disse suo padre - in mezzo a tutti quei mamelucchi!”. Al che il Libero, il maschio che stava tra lui e l’Umberto, gridò sorridendo ” Che facciano attenzione a lui, piuttosto, i mamelucchi. L’Umberto non è poi così schizzinoso!”
Il Libero aveva gridato da sempre. Era lui l’unico, vero, romagnolo di casa. Aveva sei anni in meno di Francesco, una larga mascella, naso dritto, capelli d’un fulvo leone e occhi raggianti di forza.
Diventò il gerarca fascista di Reggio Calabria
Era lui che conosceva bene Benito. E fu lui a salvare Francesco dalle ire di Balbo. Fu lui a implorare soltanto un rimpatrio immediato e un “confino” lontano.
Fu lui che dirottò i controlli per quella mancata tessera al fascio, che nessuno, in famiglia, mai prese. Fu lui che morì, combattendo convinto, per fermare gli Americani in Sicilia.
Il Libero, tutto fiamme dannunziane, che suo padre irrideva da buon risorgimentale pragmatico.
Il Libero, che s’innamorò come un bambino di quella sartina - o modista - di Napoli, che sposò di nascosto a suo padre. Il Libero, che partì per la guerra, insieme a tutti quei matti esaltati, sulla scia del Vate. Il Libero, che , infuriato, tornò dal Carso con due dita in meno, ma che diceva d’aver lasciato in culo agl’austriaci.
Tornò a casa, quell’anno, anche l’ Eria, la seconda femmina, che stava - Bha! - in un posto imprecisato tra l’Italia e l’Umberto.
Suo padre, al vederla, così bianca e minuta, con gli occhi verdissimi dell’Umbertino - che erano quelli di Betta, la bella - si commosse fino alle lacrime. Gli sembrò Elisabetta rinata.
Fu per quello che la vampirizzò, che la costrinse, malgrado il numero di spasimanti, a rimanere zitella. “Madonna ladra! -gridava il Libero, che voleva farla sposare a un suo amico, medico di provata fede fascista - Madonna santa! Eriuccia, ma mandalo a quel paese, ma mandalo!!”
E lei rispondeva sommessa, bisbigliando “Eh! No, come faccio? Gli son già stata tanto lontana! Poi, sai, mi ha fatto studiare! Gliene devo esser grata!”, perché Eria era rimasta a Forlì in un collegio di monache ed era diventata maestra.
Fu subito assunta dal comune di Matera, che col Direttor Federico c’era poco da fare.
Vabbè! era una donna, ma figlia, e nubile, del Direttore .
Francesco scostò la tendina: pioveva. La stufa, caricata a carbone, mandava un odor di miniera.
Nelle gabbie, appese al soffitto del suo Ufficio, i rarissimi pappagallini del Madagascar sussultarono, inquieti.
Francesco trillò, con le labbra socchiuse: loro guardarono giù. Di quei sei che gli rimanevano, ce n’era una , quella col becco più chiaro e le penne sempre arruffate, che girava la testa in un modo che gli ricordava la Pina da giovane.
Era bella la Pina. Una fata !
Quasi bella come l’aquila legata in quel giardino di Napoli che lo innamorò.
A Napoli era andato col Libero a cercare pensione, prima dell’Università.
Fu un caso se videro l’aquila.
Era alta, in mezzo a un cortile, con la zampa al ferro, come un carcerato comune
Eppure era davvero una Regina. Prigioniera, ma pur sempre Regina.
Il Libero quando la vide gridò, sprezzante “Guarda che grande! ma sta serva ad un uomo!”
Francesco, quasi piangeva. Tornò tutti i giorni a spiarla. Sapeva che Lei lo vedeva. Durò per tre mesi. Poi la Signora sparì. Di lei non seppe mai nulla di più. Fu lì che decise che un giorno avrebbe volato con un uccello così.
In quella Napoli di fine secolo non c’era facoltà di botanica o di veterinaria: le due sole che Francesco avrebbe potuto amare. S’iscrisse a Legge e s’annoiò a morte.
Poi conobbe Marino Lo Cascio, Grand’Ufficiale del Regno, margravio - così l’apostrofava Francesco( parola che l’altro ignorava, ma che, sembrandogli bella e importante, se la lasciava affibbiare) - delle Regie Poste Italiane. Gli procurò un impiego. Tanto così, per mantenersi.
Almeno: questo fu quanto scrisse alla Eria e a suo padre. Al Libero confessò il suo sconforto e gli confidò di voler raggruzzolar qualche lira, per poi partire in America.
Ma fu mandato a Messina, già direttore, o, meglio, come allora si diceva, Appaltatore Postale.
Messina era bella e incantata, su un mare di lapislazzulo scuro, profumata, dalle donne opulente.
Francesco conobbe qui Amalia e Amalia conobbe Francesco.
Aveva trent’anni, Francesco, Amalia meno di venti. Vendeva caramelle di zucchero a mezzo centesimo l’etto. Francesco ingrassò qualche chilo. Amalia lo sposò un anno dopo.
Sua suocera - non aveva mai capito, Francesco, se vedova giovane o grande puttana - morì con sua figlia e il nipote, due anni dopo, quando Messina collassò su stessa nel grande terremoto del 1908.
La notizia raggiunse Francesco a Palermo, dove, invitato da Libero, era andato a veder parlar Marinetti.
Partì, subito, in treno, poi a dorso di mulo, a piedi l’ultimo tratto. Ci impiegò cinque giorni. La città ancora fumava di polvere e degli ultimi fuochi. Una puzza tremenda.
Un coro impossibile di voci, impressioni di volti , mani, mattoni e bestie ferite o azzoppate.
Si fermò ad un isolato dall’Ufficio Postale.
Sentì un lamento, come un guaito o un pianto di bimbo, da dietro una porta staccata... Scavò con rabbia, con vuota incoscienza, fino a farsi sanguinar braccia e mani.
Lo trovò ansimante, una zampa spezzata, ma vivo, già magro di suo, un randagio.
Il dolore lo avrebbe di sicuro accecato di rabbia. Francesco arrotolò la giacca al braccio per evitare il morso che sarebbe arrivato a tirarlo fuori di lì.
Invece no.
Quel bastardo era molto più intelligente di quello che dava a vedere - d’altro canto era sopravvissuto e cresciuto in una città d’affamati e da cinque giorni resisteva, impavido, al dolore ed a un terremoto - Francesco lo sollevò piano. Il cane guaì appena.
Fu Diaz, per sempre.
Non cercò, invece, sua moglie e suo figlio. Diede appena un’occhiata alle ferite dei muri, conscio che eran mortali.
Diaz partì con lui, la gamba steccata e lo stomaco pieno: lo amò per diec’anni.
La guerra passò su Francesco, senza toccarlo. In famiglia l’eroe già c’era.
Tornò a Matera, col cane, la sorella maestra e il padre demente. Furono anni bellissimi.
Insegnò per circa sette anni ai bambini.
Il Signor Maestro. Tutti pensavano fosse un po’ tocco per via di quel cane che viveva con lui e con il quale parlava.
Francesco raggiunse quarant’anni da solo, ma era bello. Un uomo alto, dal fisico asciutto, con occhi verdissimi. Intagliava presepi di legno a traforo. Il parroco diceva che aveva doti d’artista.
Fumava soltanto toscani. Era famoso al bordello. Tutti i mercoledì riceveva un gruppo d’amici(farmacista, dottore, notaio) per un giro di carte. Quasi sempre facevano l’alba.
Fu in una di quelle serate che il farmacista Di Nardo gli raccontò della bella Andalusa ventenne, figlia di un suo cugino di Pueblo, anche lui farmacista, che il padre non riusciva a sposare, perché il suo figlio più vecchio s’era sparato.
A Francesco piacque la storia- gli erano sempre piaciute le storie!- e divertito gli disse ” E faccetela venire!
S’interrupe di colpo - a quell’ espressione così vivida nella memoria perché gl’aveva cambiato la vita - il flusso dei suoi ricordi.
La madama Fissore stava piangendo.
Francesco s’alzò: glieli avrebbe prestati lui ‘ste dieci lire basta che la facesse finita. ”Madamin - l’apostrofò, con quel suo accento d’Ulisse di paese - non s’accori così. Signorina, li metterò io ‘sti soldi, ma il Tonio, se torna, mi deve un favore: ho giusto due o tre cose da fare e un trespolo grande là alla salita degli Orti, all’utin (5)!”
L’utin era un pezzo di terra con un ciabutin (6) -tutto INO, come l’Umbertino - dove Francesco andava di domenica pensare, a guardare gli uccelli e, da qualche mese, a studiare il disegno, dell’ala del grande Leonardo, che con infinita pazienza aveva copiato per giorni a Torino, alla Gran Biblioteca, e che ora stava disteso sul tavolaccio di legno, dentro al ciabutin.
Francesco sorrise di nuovo: chi aveva detto che il più grande non può star dentro al più piccolo?
Madama Fissore intanto si sprofondava in inchini “ Ma sa, direttore, monsu, che lei l’è propî ën brav’om (7). Di certo il mio Tonio tornerà per costruirle ‘sto trizolo, basta che lei c’abbia i disegni. Lo sa che lui è intelligente e capisce. Si fidi che glielo dico non appena ritorna”
Partirono le medicine. Il “trizolo” poteva ancora aspettare. Erano decenni che aspettava.
Sentì, per un attimo, un solo secondo, il peso degl’anni.
Sogghignò in faccia alla morte, che di certo stava già ad aspettarlo, le orbite vuote e il ghiaccio alle mani.
Ebbe un brivido. - Accidentaccio! - ‘Sto Coke che mandavano, chissà da quale “perfida Albione” veniva : non scaldava, o era lui ad avere sempre più freddo?
S’alzò per andare a controllare i postini. C’erano alcuni reclami e qualch’ingiunzione ancora da consegnare. Ma dov’era Giachino? Lo chiamò a gran voce, la sua voce tonante, da potente baritono, unica eredità in comune col Libero.
Corse Giachino, biondo e rubizzo, con le mani grassocce sempre sudate. ” C’a cumanda, monsu!(8)
“Quante volte t’ho detto di non divider la posta: la ingrassi! Piuttosto: dai carbone alla stufa, fa freddo!”.
Giachino era sempre sudato, anche d’inverno non metteva le maglie. D’estate pativa le pene di tutti gl’inferni. Non discusse, perché da vent’anni serviva quell’uomo diverso da tutti.
Se qualcuno chiedeva perché mai il monsu tenesse tutti quegl’animali così strani e ridicoli, che non servivano a niente, lui rispondeva, seccato: ”Il monsu direttore non è che sia strano, è solo che viene da tanto lontano. Ha visto dei posti che neanche le Masche san dove stanno!” e se gli altri insistevano ancora, Giachino, per farli tacere del tutto diceva: “Pensate che una volta mi ha fatto vedere le foto - dico le FOTOGRAFIE ( che lui chiama foto )-ma vere! - di donne che sembravano nere di pelle! Quelle faccette nere lì, lui proprio le ha viste e anche FO-TO-GRA-FA-TE ! Il monsu!” Allora tacevano tutti.
Da uno che faceva le FO-TO-GRA-FIE alle negre d’Etiopia o di Libia (nessuno sapeva quale differenza ci fosse) ci si poteva aspettare di tutto, compresi quei cani col muso schiacciato, che lui chiamava cinesi, anzi no, pechinesi: anche lì non c’era poi tanta distanza.
Negli ultimi anni, in effetti, subito dopo la guerra, Francesco aveva conosciuto uno strano studente di Legge, sfollato da un posto vicino ad Alessandria, figlio di uno di quei casinè (9) ricchi dell’oltrepo’. Fu lui ad andare a Milano a comprargli Regina e Cavour, i due primi. Poi vennero gli altri : sette in due anni.
Fu una fatica tremenda a dar loro i nomi...
I suoi figli, i quattro che gli eran rimasti su dieci che ne erano nati (6 li aveva uccisi la gastroenterite sul suolo di Libia, compresi i gemelli, quelli che arrivarono a ben cinque anni e che aveva chiamato Patroclo e Achille) non volevano i cani.
Vittorio, il bello, anche lui affiliato ai fascisti, laureatosi in Lettere alla Regia Facoltà di Torino, non valeva un unghia del Diaz, il suo primo nero bastardo.
L’anno prima, a trent'anni, aveva trovato una ricca, più vecchia di lui. L’aveva sposata e viveva a Torino, in collina d’estate e in centro d’inverno. Scriveva ogni tanto. Diceva di fare qualcosa del tipo “rappresentante di polveri mediche”.
Dolores, la grande, aveva sposato un ebreo. Li avevano deportati insieme, senza che il Libero potesse far nulla, in un campo, al di là di Trieste. Era tornata da sola. Distrutta.
Aveva mani d’artista, quella figlia legnosa e scontrosa, malata nell’anima. Faceva ricami che parean dipinti. Le grandi signore venivan da lei con teli di seta, di lino e cotone pregiati. Lei guardava e diceva: ” Su questo faremo dei fiori d’un azzurro pulito, come il mare d’estate”
“Quest’altro diventerà un intarsiato tronco di palma, marrone e dorato, come la sabbia di Libia”
E loro accennavan di sì, non capivano, ma la lasciavano fare. Sapevano che il risultato sarebbe stato un incanto. Lei ricamava e fumava, nazionali senza filtro, e alla fine lavava i ricami insieme a sua madre, per togliere loro l’odore di fumo. Fumava e tossiva, sempre più spesso e beveva caffè, quando c’era (ma c’era sovente per il “sciur diretur”), insieme a sua madre.
Francesco non riuscì mai a capire come fece a sposare di nuovo quel ragazzo , di ben dieci anni più giovane, con quel grande palazzo, laggiù, verso Asti.
La stufa di nuovo eruttò un vapore di fumo, che agitò i pappagalli. “Giachino! ‘Sta stufa
bofonchia !” . Corse Giachino, anche se non capì quel ”bofonchia” sapeva soltanto che munsü aveva qualcosa contro la stufa.
“Andate pure. E’ mezzogiorno. Tornate alle due”. Gli impiegati lo guardarono grati. Uscirono. Lui chiuse la porta. Fuori era tutto d’un grigio autunnale, anche se s’era già a marzo del millenovecentocinquanta.
Ancora le donne s’attardavano in strada. Passavano lesti gli impiegati di banca nei pastrani un po’ lustri. Qualche operaio delle concerie, finito il suo turno, tornava, passando dal centro, su una bicicletta un po’ sghemba.
Sua figlia, la Ada, la professoressa, girò l’angolo della via Cavour, dove c’era il negozio di Girani che vendeva cappelli. Camminava veloce. Somigliava a sua madre, solo molto più brutta. Però, quella sì, che era intelligente!
Rise di cuore, Francesco, pensando a Giachino il giorno - erano ormai dieci anni! - quando gli disse che l’avrebbe mandata a Torino, a fare l’ U-NI-VER-SI-TA’.
Erano gli anni quaranta
Era iniziata una guerra : ma sarebbe stata veloce, insieme alla grande Germania. E lui - nus sniur! (10) - voleva mandare una donna - anzi no! - una RA-GAZ-ZA a Torino, a studiar MA-TE-MA-TI-CA, che persino il figlio di Sartori, l’ingegnere, se n’ era guardato.
S’immaginò che cosa avesse dovuto inventare Giachino per giustificarlo.
E lei? Quella scema?
Era di nuovo dovuto andare a Torino, col treno, in uno di quei pomeriggi nebbiosi, a prenderla, a trascinarla via dal Maria Ausiliatrice, dove voleva diventar suora. SUORA: SU-A FI-GLIA!!!!
E quella più intelligente!!!
Ma - ahimè! - un anno di disintossicazione in famiglia, bevendo caffè con sua madre non sortirono affatto l’effetto dovuto.
E dopo il quarantatrè nessuno s’arrischiava a viaggiare, ad andare lontano da casa.
Partigiani, tedeschi e quella terribile notte quando la gente assaltò la caserma Trevisan, abbandonata dagli ufficiale e le truppe!
Lui li spiava dalle imposte socchiuse, sorseggiando il caffè della Pina. C’erano tutti: servi e padroni.
Lui guardava estasiato quella strana commedia sul Pasch, la piazza dove s’apriva il suo grandissimo alloggio: alle persiane teneva attaccate un centinaio di gabbie di canarini.
La Pina diceva il rosario con Ada, in latino. Dicevano una sacco di castronerie, e lui ci godeva, pensando a quanto dovesse incazzarsi quel Dio, che voleva sua figlia, a tutte quelle idiozie.
Raoul, il più piccolo, già nato a Bra, aveva dormito per tutta la notte, malgrado il bordello.
C’erano diciotto anni tra lui e Dolores, la prima. Allora pensava che sarebbe stato un piacere vederlo aprirsi alla vita, malgrado la guerra, malgrado la fame e le annonarie, malgrado ‘sti tedeschi di merda, malgrado i fascisti.
Perché, in fondo, lui, l’Ufficiale Postale, il figlio del Direttore Didattico - gran schiatta di buoni burocrati! - era un anarchico nato e tale era rimasto. Anche se non lo sapeva.
Fu quell’anno che comprò il pappagallo. Magnifico. Era l’unico termine che gli s’addiceva.
Gli dissero che aveva sessant’anni: lui sette di più. Si chiamava Giacobbe. Lo mise su un trespolo grande, in cucina. - “ Con te non se ne puote più” – gridava la Pina, facendo quel suo strano aromatico caffè arabo, nel quale metteva uno zucchero dal sapor vanigliato, che lei preparava e su cui manteneva un rigoroso segreto. A Francesco piaceva, perché gli ricordava sua madre, e lasciava gridare la Pina.
La Pina. Ne aveva viste la Pina con lui! Mio Dio! Non osava nemmeno più urlarle dietro qualche nomaccio. Non ne aveva diritto. Compiva, quell’anno, a dicembre, cinquantasett’anni.
Era bella! Una fata! In trent’anni, all’incirca, lui l’aveva ridotta a una vecchia sformata, che puliva le gabbie dei suoi canarini
A Tripoli, invece, dove eran stati unidici anni, -lì sì! - era stata una vera signora. Avvolta di veli, in mezzo alle serve, ai mille profumi sfornava due figli in un anno, ma non s’era mai lamentata.
Anche lui lì era stato felice. Aveva un cortile pieno d’ animali, che mai aveva visto in Italia, ma l’uccello, l’upupa, fu la sua grande conquista. Al mattino si svegliava e lo guardava nella immensa voliera: incredibile e saggio, voltava la testa ogni volta a guardarlo. Lo fissava, intenso, con un occhio per volta, poi ricominciava a mangiare, sdegnoso, sdegnato.
Fu l’unico che liberò, prima d’essere rimpatriato dall’oggi al domani per non aver ritirato l’esposto a Italo Balbo. Non l’avrebbe mai fatto, anche a costo di rovinarsi del tutto: chi era quel tronfio tacchino, che tutti osannavano come grande aviatore, che cosa poteva saperne, quell’oca giuliva, lui, delle piume d’uccello?
Tutti gli altri, i bambini, la Pina, insieme agli animali, che lui aveva così raccomandato, imballata la casa, s’imbarcarono un buon mese dopo.
Ci fu una tempesta tra Tripoli e Napoli. Il carico venne buttato a mare.
Sbarcarono a Napoli, la Pina coi suoi tre bambini e quattro valigie. Senza casa e animali.
Francesco li attendeva sul molo. Già sapeva del suo destino: al Nord, lontano anche dall’amata Romagna. Li vide scendere soli. Lei, nel suo strano italiano, peggiorato da sette anni di arabo, l’informò d’essere senza più niente.
Lui si girò: guardò sperduto û ciello e Napule.
La lasciò sul molo con i tre bambini. Camminò tutto il giorno. Dal Vomero al porto tornò solo la sera: lei era lì ad aspettarlo. Con niente. Tre bambini e quattro valigie.
Lui aveva cinquantaquattr’anni. Lei venti di meno, ma dietro ai fianchi un poco sformati e il lungo vestito di mussola nera, lui le scorse negl’occhi l’antico splendore, di quando la vide dieci anni prima, seduta su quel canapè del Di Nardo.
Anche lei, come Betta la bella, era minuta d’ossa come un uccello. Ma se sua madre era stata un parrocchetto colorato, la Pina era un passero nero. Umidi gl’ occhi da pettirosso spaventato, neri, lunghi, lussureggianti i capelli, che la coprivano tutta, invadendone ogni anfratto del corpo, un rosso amaranto la bocca, un naso perfetto, d’opale la pelle .
Mai si sarebbe aspettato tutta quella grazia di rondine in una donna sola. Si sposarono tre mesi dopo: lui vedovo d’anni, un cane e un padre imbecille, una sorella maestra e zitella; lei che non parlava italiano, ch’avrebbe potuto esser sua figlia, un fratello suicida.
Tante volte Francesco ci aveva pensato: se ‘sto scemo non si fosse ammazzato, il suo passero nero qualcun’ altro più giovane l’avrebbe involato.
Scrisse subito al Libero, già gerarca fascista. Riprese il suo posto. Per due anni diresse l’Ufficio Postale di Napoli. Nacquero lì i gemelli e poi anche Dolores.
L’Africa arrivò l’anno dopo.
Il treno li portò a Bra , nei primi mesi del millenovecentotrenta. Un amico del Libero gli aveva affittato un alloggio enorme, luminoso, nella piazza più grande.
Quante gabbie d’uccelli ci sarebbero state!
E, in effetti, ci stettero sempre, e anche i cani, che vennero di lì a poco.
Prima un bastardo minuscolo e furbo, che la madama dei semi voleva ammazzare. Poi Badoglio ( detto Baddi, perché nessuno ne intuisse il nome all’intero), raccolto morente sulla salita che andava a San Michele.
Venne anche Dulcinea, che trovò la strada da sola, perché i cani captano prima degl’altri animali dove c’è un amico sincero. Risolse il problema delle figliate( due maschi e una cagna) con il sistema dei cammellieri, imparato anni prima: tre sassolini piccini e ci si toglie il chagrin, come dicono qui.
Imparò in fretta , Francesco, la scostanza fredda di quella gente cortese e silenziosa che lo guardava “di strano”. Il suo più piccolo nacque. Anche lui in un giorno di pioggia e di neve, il ventinove febbraio, dell’anno millenovecentotrentadue.


continua



NOTE
1.
In piemontese: signorina
2. In piemontese : signore, detto con rispetto
3. In piemontese è un saluto intraducibile,del tipo ciao, ma detto anche con chi non si ha confidenza
4. In piemontese si indicano col termine Madamin le donne sposate giovani, e con Madama quelle che sono o in età o hanno raggiunto la maturità. ma qui il fatto che alla Pina, malgrado già decisamente “matura” venga dato della “Madamin”, allude al fatto che era una donna minuta.
5. In piemontese si traduce con “piccola vigna”, ma in realtà il termine è passato ad indicare quei piccoli appezzamenti di terra, che gli abitanti delle città, utilizzavano per fare l’orto o mettere qualche pianta da frutto. In genere si acquistavano appena fuori della città dove s’abitava, per essere comodi e potere raggiungere a piedi in fretta il proprio terreno
6. In piemontese indica quella casetta che i contadini costruiscono come ricovero per gli attrezzi
7. ”Ma lo sa, Signore, che lei è proprio un brav’uomo?”
8. ”Comandi, Signore”
9.Proprietario di cascina
10.-Mio Dio!, -Signor nostro! -



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