breve di cronaca
Lo spettro dell'antiintellettualismo di stato
Liberazione - 08-04-2004


E' ormai una tendenza europea lo smantellamento dei sistemi pubblici


Uno spettro si aggira per l'Europa: il taglio del finanziamento pubblico alla ricerca e all'istruzione operato da vari governi, definito in Francia, da chi vi si oppone, "antiintellettualismo di stato". Letizia Moratti ha affidato questa politica ad un disegno di legge e ne ha poi pubblicato un manifesto ideologico (Il Sole 24 ore, domenica 21 marzo), basato sul seguente principio: ogni realtà lavorativa e produttiva, compresa la ricerca, coincide con quella imprenditoriale. Con gergo aziendale dalla sintassi sgangherata il ministro ci rivela che «la carriera del ricercatore, simile a quella dell'imprenditore che investe su se stesso, non è facile». Verrebbe da obiettare che chi sceglie di fare ricerca non sceglie di fare l'imprenditore: sono due mestieri differenti, negli scopi e nelle modalità. Per azzerare questa spiacevole differenza il lungimirante ministro elimina il ricercatore universitario a tempo indeterminato, reclutato con concorso pubblico e pagato dallo stato, libero di scegliere i propri obiettivi di ricerca e dunque inutile per la committenza privata, e lo sostituisce con una figura precaria, pronta a vendere le proprie competenze al miglior offerente. In che modo il ricercatore-imprenditore fa merce di sé? La Moratti ce lo spiega compiendo apologia di reato: teorizzando cioè la cooptazione mafiosa come già fece per gli appalti pubblici il ministro alle infrastrutture Lunardi (ricordate l'accenno al dover "convivere" con la mafia nelle gare d'appalto?). Condizione necessaria al mestiere del ricercatore sono le amicizie importanti: cioè «la presenza di uno o più leader [?] di livello internazionale nel gruppo di ricerca ove operare, con spiccata disponibilità ad aiutare il giovane». Il ricercatore precario fa carriera se piace al leader, nel quale riconoscerei un generico mandarino o corleonese di turno (un committente privato? una lobby economico-accademica?). Più che una «carriera... non facile» sembra un'immagine tratta da Salò, il profetico film pasoliniano in cui una classe dirigente ubriaca di potere sequestra e sevizia i giovani per soddisfare la propria libido imperii. E soprattutto è il mostruoso fine che un ministro della Repubblica attribuisce esplicitamente al proprio disegno di legge: «questo è il mio impegno a favore di tutti i giovani meritevoli» conclude minacciosamente Moratti.

In Francia i dirigenti degli istituti di ricerca stanno rispondendo a provvedimenti come quello morattiano con dimissioni di massa; i nostri rettori, in cambio di pochi spiccioli promessi da Tremonti, aiutano invece il ministero a "migliorare" il disegno di legge morattiano: cioè a fonderlo con un precedente capolavoro di Forza Italia, depositato in parlamento e mai varato. Lo fanno senza alcun mandato: nessun docente ha eletto il proprio rettore dandogli delega per modificare lo stato giuridico della docenza.

Resterebbe, per chi tenta di bloccare il ddl Moratti, un unico interlocutore: l'opposizione parlamentare. Ammesso che l'opposizione rifiuti finalmente di soddisfare la necessità di reclutamento di docenti universitari con la ricetta dei contratti precari, e che operi per incrementare il finanziamento pubblico all'istruzione e alla ricerca. C'è speranza?

Sonia Gentili
assegnista a La Sapienza di Roma


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