Passaggi
Roberta Bedosti - 31-03-2004
Adolescenti






Quasi tutte le classi erano uscite alle 11 per un' assemblea sindacale, Rashid non aveva capito molto tranne che c' erano delle ore libere prima di tornare al Centro.
Era grato al centro per il calore, le lenzuola pulite, il cibo caldo, ma qualche volta, nel cuore della notte, guardava la luce filtrare dalla finestra, ritrovava cieli immensi pieni di stelle, brezze profumate, un letto di sabbia ancora calda e vasti silenzi. La sensazione di libertà assoluta e di assoluta solitudine si erano mescolate alla sua indole ribelle, facendogli sempre scegliere il viaggio, la fuga da un passato che ancora non riusciva a ricordare senza dolore. Alla fine si era arreso per stanchezza, per disperazione ed ora si lasciava coccolare dal calduccio di un rifugio sicuro, un Centro che gli dava tanto in cambio di qualche regola. Ma in giorni in cui l' aria cominciava ad avere un profumo nuovo, Rashid seguiva questa traccia come un animale selvaggio. La voglia di correre in grandi spazi, a perdifiato fino a buttarsi esausto su prati soffici lo prendeva all' improvviso. Avrebbe barattato volentieri i pasti caldi per la libertà.
I compagni si erano dispersi in tanti rivoli vocianti e lui seguiva da lontano le ragazze che avevano raggiunto le bancarelle del mercato. Samanta si era fermata con due amiche in un banchetto di cappelli e lui si era nascosto, tra la gente, da dove poteva osservare il suo viso spiritoso, i grandi occhi blu, i capelli che nascondeva sotto un cappello per poi lasciarli cadere sulle spalle.
Da quando l' aveva ritrovata stanca e depressa davanti alla chiesa era particolarmente gentile. La mattina, spesso, lo aspettava all' angolo della strada e facevano l' ultimo tratto insieme, in silenzio.
All' intervallo gli offriva le patatine e , a volte, lo guardava ridendo con le amiche.
Si era chiesto perché una ragazza così bella, così allegra, con una casa e i genitori avesse cercato di scappare. Avrebbe voluto parlarle, raccontarle la sua fuga e la sua disperazione, ma riusciva solo a guardarla , da lontano.
Per un attimo la perse di vista e pensò di andare a trovare i suoi amici Kalid e Abeil che vendevano penne e accendini davanti alla Rinascente.
- Ciao Rashid, che fai qui da solo ? devi comprare un ombrello ?- la voce di Samanta lo fece sobbalzare.
Lei era lì sorridente e vicinissima, finalmente senza amiche e lui era lì vicinissimo ed emozionato con mille parole che premevano per uscire e neanche una in italiano.
- No, io non compro ombrello. Vuoi un gelato ? -
- No, grazie.-
Aveva gli occhi buoni Samanta, quando era sola. Sembrava una bambina, semplice. Raschid fece tintinnare le monetine nella tasca.
- Ho trovato due euro stamattina, compro il gelato per te -
Samanta gli regalò il suo più bel sorriso.
- Va bene, sì, O.K -
Il ragazzo si precipitò nella gelateria e ne uscì poco dopo brandendo un piccolo cono come un trofeo. Samanta stava parlando con Cristian che, appoggiato alla bicicletta, sembrava raccontarle qualcosa di molto divertente.
Rashid si rabbuiò: capì che la sua occasione era sfumata. Non sopportava Cristian dal giorno del presunto furto del cellulare e, nonostante si fosse dato da fare per ritrovare Samanta, gli appariva un ragazzino arrogante e presuntuoso.
- Si scioglie - e allungò il cono alla ragazza guardando lontano.
- Grazie, Cristian mi stava raccontando che la prof. Ariberti è rimasta a piedi con la macchina. Una ruota completamente sgonfia. Che sfortuna ! -
Rashid ascoltava il fiume di parole e cercava di vedere la prof. e la macchina.
- La ruota sgonfia. Pppff! A terra. Macchina ferma - ripetè Cristian gesticolando.
- Io capito - rispose Rashid secco stringendo i pugni lungo i fianchi.
Samanta gli toccò un braccio.
- Grazie ancora Rashid . Vado a casa con Cristian - salì sulla canna della bici e lo salutò sventolando il gelato.
- Ciao - mormorò Rashid tra sé e si avviò verso la Rinascente.
Voleva aiutare Abeil a fare i conti e ascoltare le storie di Kalid, ma soprattutto aveva voglia di casa






Alla fermata dell' autobus Jachima incontrò Rashid.
- Ciao, dove sei stato ? -
- Così, in giro e tu ? -
- Sono andata con John da Ricordi, abbiamo ascoltato le canzoni -
Jachima cercava sempre di fare parlare Rashid, poi in autobus cominciava a spiegargli i compiti. Le piaceva quel ragazzo così sorridente, così gentile. Le ricordava quando lei era arrivata dall' Africa e aveva avuto freddo per giorni e giorni, finché si era abituata. " Ci si abitua a tutto" pensò. Si era abituata al clima, a vedere la mamma sola la domenica, a parlare la lingua, a non capire niente a scuola, a sentirsi sempre l' ultima. Adesso però era come se tutto questo fosse molto lontano: aveva qualche amica, non si vergognava più ad intervenire in classe e una volta aveva sentito i maschi parlare delle femmine e proprio Fabrizio il più bello, il più " figo" di tutti, aveva detto " Jachima ha un bellissimo corpo ". Era stata felice quel giorno, aveva capito che anche i ragazzi bianchi si erano accorti della sua bellezza.
Ora voleva, assolutamente, aiutare Rashid .
Arrivò l'autobus, i ragazzi si mescolarono alla gente, poi scesero insieme.
- John sta organizzando il cinema sabato e dopo andiamo da lui a mangiare la pizza. Tu vieni ? -
- Lui non ha detto a me - rispose lui in po' brusco.
- Mi ha detto di invitarti - mentì Jachima.
Il ragazzo continuò a camminare in silenzio.
- Non so. Forse non ho soldi - tagliò corto.
- Ma puoi chiedere alla suora - insistette lei.
- Io non chiedo, non voglio chiedere -
- Posso prestarti i soldi io. La mia madre viene sabato mattina -.
Rashid ascoltò la voce timida, ma insistente della ragazza, vide i suoi occhi sorridenti e , di colpo, sentì tutta la rabbia sciogliersi.
- Va bene, io vengo con te - e aggiunse - oggi ho fatto il compiti per professoressa Barbara -.
Jachima scoppiò a ridere e lo prese affettuosamente sottobraccio.
- Oggi devo fare i compiti per la professoressa Barbara -.
Rashid ripetè la frase a voce alta, saltò sul muretto del giardino:
- Oggi devo fare i compiti - declamò la frase come se stesse recitando una dichiarazione d' amore. Strappò una margherita dal prato e, in ginocchio, porgendola a Jachima concluse:
- E non ho voglia di fare -.

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