Disarmato
Giuseppe Aragno - 27-03-2004

Com'era accaduto col manganello della celere, anche la spranga e il coltello mi sorpresero disarmato. Stavolta, però, la violenza subìta scatenò i mostri che ogni uomo si cova dentro dalla notte dei tempi e l'inattesa tempesta mi colse impreparato.

Accade spesso del resto: la prima volta che incontri una bufera sul mare aperto non la riconosci e ti pare solo un curioso gioco di luci ed ombre, un movimento anomalo sulla curva dell'orizzonte. A poco a poco, però, un gregge numeroso e compatto irrompe tra cielo e mare e ti corre velocemente incontro. E' un momento: squarci di cielo livido si fanno rapidamente strada nell'azzurro rassicurante e un vento salato, forte e tagliente ti prende d'infilata. Quando la luce del giorno si fa elettrica ed il mare, nero come l'inchiostro, ti si alza davanti minaccioso, cavalcato dalla schiuma bianca che fluttua sulla cresta delle onde, finalmente capisci: la prua ti spinge dentro la bufera e non c'è più rimedio. Se non governi, la barca cola a picco.

Governai allora, aggrappato al timone, nel vento del mare in burrasca, senza avere una rotta da seguire.
Governai d'istinto, e salii più volte su in alto superando montagne d'acqua con un grido di gioia, più volte vidi la prua precipitare in basso, verso l'abisso spalancato tra muraglie ribollenti e più volte il mare mi passò sopra la testa.
Governai, finché la breve storia d'un compagno non s'intrecciò con la mia e fu la stella che segnò la rotta.
Conoscevo da anni Luigi Capone, ma sapevamo poco l'uno dell'altro, sebbene il viso spigoloso sotto i lunghi capelli lisci e corvini, gli occhi neri perennemente accesi da lampi di passione e la figura ossuta e doppia che esprimeva una forza raccolta e soffocata mi fossero da tempo familiari. Avevamo frequentato insieme, tra topi e scafisti, un collettivo di studenti e lavoratori che teneva riunioni semiclandestine al Borgo Marinaro. A Cava dei Tirreni, in una bella villa umbertina, ci eravamo incontrati più volte con un torinese che arruolava soldati brigatisti, poi ci eravamo persi di vista.

- La rivoluzione non si fa senza la gente - avevo ripetuto ostinatamente nel nostro ultimo incontro col torinese. Poi via.
- Ognuno per la sua strada, mi ero detto.

La strada di Luigi s'era fermata tre mesi dopo. Un colpo di pistola d'un carabiniere poco fuori Roma.
Quando il telefono squillò, mia madre se ne andava avanti e indietro nel buio della camera da letto con l'eterna sigaretta in bocca, trascinando i piedi nelle vecchie pantofole di stoffa consumata. Da molti mesi il suo mondo era lì, in quella stanza perennemente scura e affumicata, e tutto quello che potevo fare per lei l'avevo già fatto.
Mentre lasciavo Nolte e i suoi "volti del fascismo", per rispondere al telefono, non potevo saperlo, ma il prezzo che avrei pagato per quella tragedia scura che mi si agitava davanti in maniera ossessionante, era già tutto nella stretta violenta che avvertivo al diaframma.

- Sì?
- Sei Geppino? sentii urlare dall'altro lato del telefono. La voce mi colpì: l'avevo già sentita.
- Sì, sono io, risposi. Ed aggrottai la fronte.
- Ascoltami bene, e non fare troppe domande - cominciò lo sconosciuto senza smetterla di urlare - non c'è molto tempo...

Non c'è dubbio - pensai mentre ascoltavo - è il brigatista venuto da Torino.

- Ricordi la villa di Capone a Cava dei Tirreni?
- Certo, che mi ricordo, ma...
- Niente ma
- m'interruppe - sta zitto, sei in un casino. Poco fa - proseguì, ed ora non urlava - il tuo amico è morto. Gli hanno sparato... i carabinieri...
- Morto
- lo interruppi con la voce spezzata - ma che dici? Chi sei?

Proseguì, come non avessi parlato:

- Nella sua villa c'è un'agenda. Prendeva appunti e ci sei dentro anche tu...

D'un tratto mi accorsi della violenta tensione che mi irrigidiva il diaframma. Poi, mentre la linea cadeva, le ultime parole aprirono ferite nella mia mente:

- prima di domani non ci arriva nessuno. Devi distruggere quell'agenda.

Come in un incubo, accesi la radio. Mia madre non camminava più nella sua stanza buia e mi guardava, piccola nella camicia da notte diventata enorme per il suo corpo rinsecchito. La conferma giunse come uno schiaffo:

- Come abbiamo già detto nel precedente annunzio, un giovane non ancora identificato, che viaggiava con un'alfetta, è rimasto ucciso in uno scontro a fuoco con i carabinieri. Un compagno, che lo seguiva in motocicletta è riuscito a far perdere le sue tracce. Nessuna dichiarazione ufficiale, ma tutto lascia credere che si tratti di un terrorista.

Scagliai la radiolina contro il muro, mandandola in frantumi e mi trovai di fronte mia madre, uscita d'improvviso dalla stanza in cui da mesi aveva confinato se stessa e i fantasmi che le facevano guerra. Dritta, per quanto potesse drizzarsi con quella sua figurina smilza e nervosa, ferma, senza quel tremito feroce che da mesi non le dava più requie, mi si parò davanti e mi sembrò che tutto ciò che avesse di vivo si fosse concentrato in quegli occhi azzurri ch'erano stati d'una bellezza struggente ed avevano ora un che di diabolico che incuteva timore.
- Hai visto se sono pazza? - domandò con la voce insinuante del suo eterno delirio - Hai visto? Io ti ho avvertito, te l'ho detto che è gente pericolosa - insistette sillabando - Pericolosa! Tutta colpa di tua padre. Ora può essere contento -concluse -e mi dispiace per te che non mi hai voluto ascoltare. Lo vedi che il pazzo vero è tuo padre?

Conoscevo a memoria il filo di quel ragionamento che riconduceva ogni avvenimento ad una banda di delinquenti messa su da mio padre per farle del male. Banda pericolosa, che tutto sapeva e di tutto reggeva i complicati fili. Banda sterminata, che cresceva di giorno in giorno e reclutava ancora, ovunque e sempre: il mondo intero ormai si affiliava e non bastava.
Mentre le lacrime mi bagnavano il viso e un tremito di febbre mi scuoteva e mi rimpiccioliva, le carezzai il viso pallido e sconvolto e, in un lamento ferito e sconvolto le sussurrai dolcemente: Hai ragione, mamma. Ma ora la facciamo finita.
- No! - urlò disperata - non uscire! Sono troppo forti figlio mio! Non uscire!
Urlava ancora, quando mi tirai la porta alle spalle senza girarmi, mi strinsi nel giaccone rabbrividendo per il freddo umido che veniva dal bosco e affrontai le scale ignorando il tremito agitato che le indeboliva.

Capodimonte affondava in una nebbiolina notturna che rendeva spettrali le poche luci del castello di San Martino, mentre la mia vecchia Fiat Ottocentocinquanta, grigia e malandata, a malincuore si rassegnava a seguirmi sulla stretta e pericolosa via di Salerno: aveva sempre pagato con sofferenze terribili l'inconciliabile dissenso tra le mie scorribande notturne e la miopia che nessuna lente ha mai corretto bene.
La vecchia autostrada mi accolse senza particolare attenzione. Misi quanta benzina potei con i soldi che avevo, lasciandomi in tasca gli spiccioli, e pregai che bastasse, poi la lunghissima e scura curva della zona industriale mi colse impreparato, assorto in pensieri tumultuosi. Frenai nel peggior modo, immaginai preoccupato l'affanno doloroso dell'auto - tu cammina stasera! le ingiunsi perentorio - poi la strada sparì dalla mia testa.
- Credere o non credere, pensavo, conta poco. Devo andare...
Ma non sapevo bene perché dovessi.

A Luigi non volevo pensare. Cosa sia la morte, quando coglie così improvvisa, non è facile sentire fino in fondo, soprattutto se chi muore non è ti è così caro da farti stare davvero molto male e, per il resto, spesso non sai se sogni, non sai se aver paura o essere felice, non sai cosa fare e ciò che fai non ha senso. L'intera nostra vita se ne va via così: cogli tardi il valore delle cose immense, sciupi la tua attenzione sui particolari. Non te ne accorgi - no, davvero non puoi - ma c'è sempre una lente deformante attraverso la quale passano le tue sensazioni immediate.

Di ciò che avvenne davvero a Waterloo oggi sappiamo molto meglio noi, che i disgraziati impegnati nella grigia giornata. E questo non vuol dire che chi fece la battaglia non la visse. Ognuno a suo modo, come ognuno a suo modo, tra chi sopravvisse, di certo raccontò la sua battaglia, sicché ci furono migliaia di Waterloo e forse nessuna.
Mentre correvo nel buio, la strada s'era fatta finalmente presente nei miei poveri occhi affaticati e nella testa che provava a stare assieme alle ruote: in qualche modo bisognava pure ritrovarla quella villa, della quale ricordavo gli orribili fronzoli, la curva non segnalata che si apriva sul viale d'ingresso non appena si entrava a Cava e l'inspiegabile scritta latina - parva sed apta mihi - che salutava gli ospiti e, date le dimensioni, celebrava il trionfo della relatività.
Più andavo avanti, più mi abituavo al buio della notte, più netta si faceva la sensazione di estraneità: non io correvo - così decisamente mi pareva - non io avevo paura di essere accusato di terrorismo, non io lottavo per evitare un naufragio, non io mi ponevo le mille domande sul destino degli uomini e sul corso della storia.
Accade tutto dopo. Dopo sai di te. Dopo trovi risposte. Dopo raggiungi la riva. Ma hai lasciato buona parte di te nella tempesta.



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